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venerdì 15 gennaio 2021

LINCOLN

722_LINCOLN . Stati Uniti; 2012. Regia di Steven Spielberg.

C’è un passaggio in Lincoln, di Steven Spielberg, che forse è più emblematico della carriera del regista che non del protagonista dell’opera. Siamo nelle fasi cruciali della Guerra Civile Americana, Washington D.C.: si sta ansiosamente aspettando il cablogramma della caduta di Fort Fisher che incredibilmente invece resiste. La tensione è ormai allo stremo quando si ode un urlo tremendo: “Vieni fuori vecchio ratto!” E’ Lincoln, che attira l’attenzione generale per raccontare una delle sue proverbiali storielle e stemperare un po’ l’atmosfera. Al che il Segretario di Guerra, indignato, sbotta e se ne va, lasciando il palcoscenico a Lincoln che attacca, in modo tra il colloquiale e il divertito, una piacevole barzelletta che vede protagonista un quadro con un dipinto di Giorgio Washington. Ecco, fatte le debite proporzioni, Lincoln sta al ritratto del primo presidente degli Stati Uniti, come Spielberg sta a quello di Lincoln che esce da questa pellicola. Così come Lincoln, interpretato da un magistrale Daniel Day-Lewis, non è il presidente tutto d’un pezzo che può essere ricordato, anche Spielberg è, e soprattutto è stato, un regista che è sceso a compromessi, che ha accettato le regole dello star-system immergendosi anima e corpo nella palude hollywoodiana; ma sempre con un obiettivo alto e nobile. Se ci si aspettava una biografia della vita del 16° presidente a stelle strisce, oppure uno sguardo sulla Guerra Civile Americana, si era fuori strada. Lincoln, il film di Steven Spielberg, si concentra sugli ultimi mesi del presidente e si svolge prevalentemente nelle stanze e nelle camere della Casa Bianca, del Congresso, o nei sordidi locali dove politici e politicanti erano soliti trafficare i loro accordi sottobanco. 

Per molti infatti siamo di fronte ad un film da camera; definizioni a parte, il lungometraggio è girato in effetti prevalentemente al chiuso, con un sontuoso lavoro sulle luci e sulle ombre, e grandissima importanza hanno le facce dei personaggi: oltre a Lincoln, un Daniel Day-Lewis indistinguibile dalle immagini del vero presidente, vanno ricordati anche un superbo Tommy Lee Jones nei panni di Thaddesu Stevens, la bravissima Sally Field nel ruolo della moglie Mary e almeno James Spader che interpreta Bilbo, l’ambiguo reclutatore di voti. Quello che ne esce è un ritratto nient’affatto apologetico di Lincoln, che viene mostrato con quelli che forse sono i suoi veri limiti, ovvero le sue astuzie, il suo tatticismo, la sua capacità di concentrarsi sul bersaglio grosso, sull’obiettivo più importante, sacrificando ad esso anche gli scrupoli e gli orpelli dell’etica politica. 

Ed è in questo che la lezione morale di Lincoln diventa molto attuale: anche oggi stiamo vivendo un’epoca in cui scelte difficili si presentano senza il tempo necessario per trovare la risposta più consona. Anche noi, come Lincoln, siamo troppo spesso costretti a forzare la mano alle regole, alle leggi, ma è qui che diventa capitale l’insegnamento del Presidente Americano visto nell’ottica spielberghiana: si può fare questo, si può chiudere un occhio sulla montagna di regole, norme, codici che tentano di imprigionare il nostro agire, ma nel far questo, ricordiamoci che il fine ultimo, lo scopo dei nostri sforzi, sia moralmente e eticamente giusto.   





  Sally Field


1 commento:

  1. sì, sono d'accordo con la tua conclusione, infatti quel detto credo andrebbe modificato un po', "un buon fine giustifica i mezzi" :)
    il film è di un genere che dovrei apprezzare...

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