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giovedì 26 marzo 2026

WARTIME NOTES

1804_WARTIME NOTES . Italia 2023. Regia di Barbara Cupisti

Verso la fine del documentario, la regista Barbara Cupisti arriva al suo dunque: “Questa guerra è un modo maschile di concepire la vita, contro uno femminile”. È un tema caro, all’autrice italiana, che sin dall’inizio della sua carriera lo ha esplorato, almeno stando alle note biografiche che si possono leggere sul portale Rai, “con originalità e profondità”. [dal sito Rai.it, pagina web http://www.rai.it/raicinema/news/2023/12/Wartime-Notes-Miglior-Film-Straniero-al--Bir-Duino-Film-Festival-in-Kirghizistan-19648a3c-8a5d-4da2-bf07-8e4aebe0a10e.html visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In effetti la Cupisti, di questa sua convinzione, trova conferme in quelle interviste che costituiscono sostanzialmente il suo lungometraggio Wartimes notes, un documentario incentrato sull’inasprimento della guerra in Ucraina dopo il 24 febbraio 2022. Soprattutto nelle parole di Natalia Panchenko, che coordina gli aiuti umanitari verso l’Ucraina dalla Polonia, in quelle del Premio Nobel per la Pace 2022  Oleksandra Matviichuk e forse anche in quelle Tatiana Kucherenko, costretta a lasciare Cherson occupata dai russi: l’opinione di fondo che emerge, e che la regista è brava ad evidenziare, è che questo conflitto, più che un’invasione, più che una lotta tra democrazia e dittatura, più che una battaglia tra giustizia e ingiustizia, sia davvero una questione di genere sessuale. Già dai tempi della Prima Guerra Mondiale, in seguito all’attività, tra le altre, di Dorothea Hollins e Helena Swanwick, due precorritrici del movimento femminista, si diffuse l’idea che se le donne fossero ai governi dei vari Paesi, non ci sarebbero state più guerre. Senza stare a tirare in ballo Margaret Thatcher e altre donne di potere non precisamente tenerissime, basterebbe andare ad assistere ad una partita di calcio dove giocano i ragazzini per osservare alcune madri a bordo campo, per farsi venire qualche dubbio. Oppure riflettere come, in qualità di mammifero, l’essere umano che influenza in maniera maggiore e più determinante ciascuno di noi –perfino Putin o Hitler– è probabilmente una donna, ovvero sua madre. E, forse, l’attitudine violenta degli individui, si potrebbe riuscire a sradicare, lavorandoci per tempo; a patto di volerlo davvero fare, naturalmente. E di non vedere nel figlio il proprio braccio armato, la possibilità di riscatto. Ma questi commenti non sono certo qualificati, del resto questo studio si focalizza sul cinema e questi argomenti necessitano di competenze specifiche. Per la verità, restando strettamente inerenti all’argomento cinematografico, anche guardando –anzi, meglio, ascoltando– Intercepted di Oksana Karpovych, ci si può fare un’idea meno stereotipata sulla questione. In ogni caso, vale la pena approfittare di un film non particolarmente ricco di altri spunti come quello della Cupisti per approfondire un minimo il tema. In rete, a questo proposito, si trova un interessante articolo della rivista online The Vision [Josie Glausiusz, Il mondo sarebbe davvero più pacifico se le donne fossero al potere? The Vision, 12 dicembre 2017, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024] che, oltre ad una panoramica generale, si sofferma su alcuni studi eseguiti di recente da ricercatrici e ricercatori, loro sì, qualificati. Come la dottoressa Mary Caprioli della Università del Minnesota Duluth [pagina web https://cahss.d.umn.edu/faculty-staff/dr-mary-caprioli, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024], ad esempio, che, con l’aiuto di Mark A. Boyer della University of Connecticut [pagina web https://geography-sustainability-community-urban.uconn.edu/person/mark-boyer/, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], ha condotto un’analisi sulle dieci crisi militari del XX secolo nelle quali erano coinvolti Paesi guidati da donne. Giustamente, i due studiosi hanno osservato, come prima cosa, che i dati a disposizione –in sostanza il numero delle donne al potere nel periodo preso in esame– e su cui poter trarre una statistica attendibile, sono da ritersi troppo esigui. Ciononostante la dottoressa Caprioli si è permessa questa conclusione: “Le donne al potere possono essere energiche, di fronte a situazioni internazionali violente, aggressive e pericolose”. [dal sito The Vision, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. Il che non significa rinnegarne l’indole pacifica, ma nemmeno l’esatto contrario; anche l’antropologa medica Catherine Panter-Brick, che dirige il Programma di Conflitto, Resilienza e Salute presso il MacMillan Center for International and Area Studies all’Università di Yale [pagina web https://anthropology.yale.edu/profile/catherine-panter-brick, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], interrogata sulla possibilità di risolvere o evitare le guerre ponendo donne nei ruoli di governo, non si è spinta troppo in là. “Una domanda di questo tipo stereotipizza i ruoli di genere e dà per scontato che la leadership sia una dinamica semplice”, è la sua lapidaria risposta. [Ibidem]. Del resto la già citata attivista degli arbori Helena Swanwick in The Future of Women’s Movement [Helena Swanwick, The Future of Women’s Movement, 1913] ebbe a scrivere: “Intendo confutare del tutto l’assunto che sta alla base delle conversazioni femministe di questi anni.” Cioè, “l’assunto secondo il quale gli uomini sono sempre stati i barbari che amano la forza fisica, e che solo le donne sono civilizzate e civilizzatrici. Non ci sono prove di questo nella letteratura o nella storia”. [dal sito The Vision, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In tutto questo, Wartimes notes si lascia ricordare per qualche passaggio commovente, ma anche per la noia che, duole dirlo, ogni tanto affiora, ora durante le tante interviste che si dilungano su aspetti poco incisivi, ora su insistite scene ordinarie. La noia non è sempre del tutto negativa ma questa è del tipo peggiore, inutile e inconcludente. La voce della regista ogni tanto riaffiora, cercando di imprimere la giusta ottica al racconto, tradendo una certa indole se non proprio faziosa, quantomeno militante. Pur comprendendo le finalità dell’opera e quindi i suoi intenti, lasciano perplessi le parole che la regista utilizza per raccontare l’iniziale passaggio cruciale della crisi russo ucraina. “C’è un’altra data che non ci ricorda niente: il 28 novembre 2013. E un altro posto: piazza Maidan, che ora è piena di sacchi di sabbia. Tutto parte da lì. Il presidente ucraino Janukovyč va a Vilnius, in Lituania, per firmare un accordo di collaborazione commerciale con l’Europa. Sarebbe il primo passo dell’ingresso dell’Ucraina in Europa. Ma quando arriva lì Janukovyč ritira la disponibilità all’accordo, tradendo così il popolo ucraino. A Kiev scoppia la protesta, i manifestanti occupano piazza Maidan”. Barbara Cupisti prosegue nel suo eloquio, ma per comprendere quanto il suo raccontare sia impreciso e non obiettivo bastano queste frasi. Che si utilizzi l’incomprensibile espressione «piazza Maidan» –che significa di fatto «piazza Piazza»– o che si usi il termine «Europa» in luogo di «Unione Europea»– lapsus che lascia intuire la presunzione della nostrana intellighenzia, che ritiene di poter estendere le proprie convinzioni a tutti, in quanto insindacabilmente «giuste», sono ancora peccati veniali. Il punto critico è quando Cupisti sostiene che Janukovyč abbia tradito il popolo ucraino. Qui, per la verità, va fatta una premessa: se si accettano –come furono universalmente accettate, nonostante le denunciate interferenze russe– le elezioni ucraine del 2010, Viktor Janukovyč era il legittimo presidente ucraino e, in qualità di rappresentante democraticamente eletto del proprio Paese, aveva facoltà di prendere le decisioni che riteneva opportune. Questo è il senso della democrazia rappresentativa e, oltretutto, se andiamo a scorrere la campagna elettorale delle elezioni ucraine del 2010, vedremo che il sostegno russo a Janukovyč era palese –le citate «interferenze russe»–  eppure il popolo scelse di votare il rappresentate del Partito delle Regioni, il noto movimento politico filo-russo in seguito bandito dal paese. E, come detto, la comunità internazionale non ebbe nulla da eccepire sulla regolarità di quelle elezioni. [dal sito del Washington Post, pagina web https://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/02/08/AR2010020803583.html, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024; o anche dal sito del Kviv Post, pagina web https://archive.kyivpost.com/article/content/ukraine-politics/european-parliament-president-greets-ukraine-on-co-59077.html]. Pertanto, se si possono comprendere e anche condividere i moti di protesta di Euromaidan, come si possono comprendere e condividere altri fermenti di piazza che hanno sostanzialmente sempre le loro ragion d’essere, è altresì corretto utilizzare i termini appropriati. La questione non è se Euromaidan sia una rivoluzione, come sostengono i filo-ucraini, o un colpo di stato, come invece denunciano i filo-russi. Il punto è che chi pretende di difendere la democrazia, deve ammetterne la fallibilità, come risulta evidente in questo caso, anziché mentire sapendo di mentire, che è, tra l’altro, la strategia del Cremlino. Appare oggi abbastanza evidente, da uno sguardo distaccato, che il popolo ucraino fosse già al tempo in maggioranza orientato verso l’Unione Europea ma, a causa delle vicissitudini politiche –certamente influenzate dall’esterno, leggi Russia, ma non vanno certo sottovalutati gli altri attori sullo scacchiere, la UE ma soprattutto gli Stati Uniti– dopo la Rivoluzione Arancione si era generato un clima di delusione e scoramento che determinarono poi il risultato elettorale del 2010. Si possono quindi accettare i moti di protesta di Euromaidan come un’espressione democratica fuori dai luoghi preposti legalmente allo scopo, le urne elettorali, ma si tratta di forzare un poco la forma che, in questo ambito, sarebbe da considerare sacra e pari al contenuto. E, come si vede, da qui a dire ineffabilmente che un presidente legittimamente eletto, nello svolgere le proprie funzioni tradisca il proprio popolo, ce ne corre. 


Alla guerra Russo-Ucraina, Quando la città dorme ha dedicato il volume LA STUDENTESSA E L'ORSO, uno studio su questo atroce conflitto fatto attraverso il cinema. 



lunedì 23 marzo 2026

UNDER DEADLY SKIES: UKRAINE'S EASTERN FRONT

1803_UNDER DEADLY SKIES: UKRAINE'S EASTERN FRONT . Ucraina, Regno Unito 2023. Regia di Caolan Robertson

Conosciuto anche con l’ancora più esplicito titolo The Eastern Front: Terror & Torture in Ukraine, il documentario di Caolan Robertson si prende la spinosa e assai pericolosa briga di fare luce sui veri o presunti crimini di guerra perpetrati dalle forze di occupazione russa a danno dei civili ucraini. Insieme al regista, la spedizione comprende John Sweeney, pluripremiato giornalista investigativo e reporter di guerra, Paul Conroy, fotogiornalista di lungo corso, e la scrittrice e giornalista Zarina Zabrisky: un team che, fuor di ogni dubbio, conosce il mestiere e, infatti, non perde tempo e mette subito gli accusati spalle al muro. Nel gennaio del 2023, un missile russo ha colpito un palazzo residenziale di nove piani a Dnipro, causando 46 morti di cui 6 bambini. L’esplosione ha sventrato l’edificio, lasciando in bella vista una cucina tinteggiata di un bel giallo acceso; solo un paio di giorni prima, una piccola bambina vi aveva festeggiato il compleanno. Il suo papà, che vediamo nel video dove la bimba spegne le candeline, è tra le vittime. Un missile da guerra su un edifico residenziale; saranno altri due i casi in cui il team di Robertson riesce a mostrare filmati in cui le bombe colpiscono aree abitate da civili senza alcuna presenza militare nei paraggi. Ma siamo appena all’inizio di Under Deadly Skies: Ukraine’s Eastern Front che, procedendo spedito, cala subito un altro asso, una prova difficilmente confutabile: un video sembra infatti mostrare l’utilizzo di bombe al fosforo bianco sulla città di Bakhmut. L’operazione definita da Mosca «Tritacarne Bakhmut», durata una decina di mesi tra il 2022 e il 2023, aveva solo uno scopo diversivo, ovvero far sprecare risorse umane al nemico mentre i russi si potessero riorganizzare, almeno stando a quanto dichiarato dal comandante della Wagner Yevgeny Prigozhin. [dal sito Rai News.it, pagina web https://www.rainews.it/articoli/ultimora/Ucraina-Prigozhin-completata-operazione-Tritacarne-Bakhmut-04afc98d-f2d6-4ca7-be94-8c0f971ae1f2.html, visitata l’ultima volta il 13 dicembre 2024]. Per far questo, è stata rasa al suolo la città, incendiando le abitazioni dei civili con intensi bombardamenti al fosforo bianco. Per chiarimenti tecnici viene interpellato Hamis De Breton-Gordon, ex comandante Nato e delle forze chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari nel Regno Unito, che illustra come i bossoli ritrovati sul luogo del bombardamento sono i resti di proiettili incendiari al fosforo o alla termite. 
La Convenzione di Ginevra proibisce l’utilizzo di entrambi le terribili sostanze in prossimità di insediamenti non strettamente militari. Nel Donbas, secondo De Breton-Gordon ma anche secondo alcuni civili, sono state utilizzate volontariamente contro i civili per terrorizzare la popolazione con il fuoco che, quasi silenziosamente, scende dal cielo e distrugge ogni cosa. Date le elevatissime temperature, infatti, i frammenti ferrosi di questi ordigni sono in grado di perforare quasi ogni materiale. Secondo Sweeney, che funge da Cicerone del gruppo, siamo di fronte ad evidenti casi di crimini di guerra. È tempo quindi di passare all’altro filone di accusa agli aggressori, ovvero la tortura a danno dei prigionieri. Vengono intervistati alcuni civili testimoni diretti, nel senso che furono sottoposti a tortura dagli occupanti: il primo dei quali sottolinea come, durante le torture che subì, i russi si divertivano godendosi il momento. Particolare non secondario, i suoi aguzzini non erano soldati, erano Ufficiali di Polizia. Alexander, un altro testimone torturato, va anche più nel dettaglio: non erano persone che arrivavano dalle lande remote della Federazione Russa, ma gente di Mosca, di cui aveva riconosciuto distintamente l’accento. In base a queste parole, si smentirebbe, quindi, la teoria che a compiere i crimini siano stati individui reclutati dalle zone meno progredite di un paese enorme e non uniformemente emancipato come la Russia. Tra gli strumenti di tortura vengono elencati la corrente elettrica, i teaser, i manganelli e altre atrocità di questo tono. Un rilievo simbolico viene dato al fatto che, con l’indipendenza, l’Ucraina aveva chiuso alcune prigioni del tempo sovietico perché i detenuti vi erano tenuti in condizioni disumane; inutile dire che i russi le hanno immediatamente riaperte e utilizzate proprio contro gli ucraini. La denuncia dell’utilizzo da parte dei russi delle bombe a grappolo, un’arma messa praticamente al bando dalla comunità internazionale, è solo la ciliegina sulla torta di una strategia di aggressione difficilmente difendibile per gli invasori. Un quadro generale molto fosco ma Under Deadly Skies: Ukraine’s Eastern Front prova a chiudere in modo non troppo pessimista. Dopo le drammatiche parole di un sopravvissuto, “Se l’Inferno esiste, era Kherson”, il film ci lascia con un moto di speranza legato all’umanità della gente comune ucraina che spera nella pace e non chiede nemmeno vendetta. “Queste persone ordinarie, sono straordinarie”: parole di John Sweeney, e viene da pensare che sia proprio un tipo a cui credere.



Alla guerra Russo-Ucraina, Quando la città dorme ha dedicato il volume LA STUDENTESSA E L'ORSO, uno studio su questo atroce conflitto fatto attraverso il cinema. 

venerdì 20 marzo 2026

UKRAINIAN INDEPENDENCE. AS IT IS

1803_ UKRAINIAN INDIPENDECE. AS IT IS . Ucraina, 2023. Regia di Volodymyr Tykhyy

Il 24 agosto, la ricorrenza dell’Indipendenza dell’Ucraina, è festeggiata nel Paese sempre con maggior vigore da quando, il 24 febbraio del 2022, ha avuto inizio l’invasione su vasta scala. In effetti è curioso che il Cremlino abbia deciso di attaccare l’Ucraina proprio nel giorno, per così dire, più «lontano» del calendario, a sei mesi esatti. In ogni caso, il collettivo di documentaristi Babilon’13, attivo fin dal 2014 nel tentativo di combattere la macchina della propaganda di Mosca, ha prodotto, per la ricorrenza del 2023, un film ad hoc: Ukrainian Indipendence: As it is. Alla regia uno dei suoi cineasti più esperti del gruppo, Volodymyr Tykhyy, già autore di Lethal Kitten e One day in Ukraine, quest’ultimo in collaborazione con gli altri registi del collettivo. Per Ukrainian Indipendence. As it is, si ripete sostanzialmente la formula, con Tykhyy regista e supervisore generale, dal momento che le undici storie si svolgono tutte il 24 agosto 2022, in città diverse, Kyiv, Leopoli, Karkiv, Mykolaiv, Odesa e al fronte nei pressi di Donetsk, e quindi vari cineasti si sono sparpagliati per il Paese per darne resoconto filmato. Protagonisti dei vari segmenti narrativi sono persone che si occupano di differenti attività: alcuni militari, tra cui anche una donna col ruolo di lanciamissili anticarro, ma anche artisti, ex politici o un giovanissimo addetto alle pulizie di un pub. Insomma, un mosaico di vita per ribadire con forza il diritto di esistere dell’Ucraina.        



Alla guerra Russo-Ucraina, Quando la città dorme ha dedicato il volume LA STUDENTESSA E L'ORSO, uno studio su questo atroce conflitto fatto attraverso il cinema. 

martedì 17 marzo 2026

DETECTIVE PER NECESSITA'

1802_ DETECTIVE PER NECESSITA' (Ebony, Ivory and Jade), Stati Uniti, 1979. Regia di John Llewellyn Moxey

A vederlo oggi Detective per necessità è davvero un film sconcertante. Soprattutto in avvio, dove l’approssimazione che regna sovrana nel copione raffazzonato alla bell’è meglio può risultare oggi indigesta, avendo l’abitudine alle odierne fiction televisive che, tra i mille difetti che gli si possono imputare, non hanno tutti gli svarioni narrativi del film di Moxey. E qui subentra un altro fattore che lascia anche più sgomenti: possibile che un autore bravo e misurato come il britannico abbia firmato un simile guazzabuglio? Qui c’è poco da fare, Detective per necessità è un passo falso, forse il peggiore o comunque uno dei peggiori, di Moxey e bisogna prenderne atto. Detto questo, è forse utile ampliare lo sguardo, perché, nelle produzioni televisive, per quanto gli investimenti fossero minori rispetto al cinema destinato alle sale, lo studio aveva un’ingerenza superiore, in quanto il piccolo schermo ha sempre limitato le velleità autoriali dei cineasti –registi, tecnici e interpreti che fossero– impegnati. E allora sorge inevitabilmente un’altra domanda: com’è possibile che produttori e addetti vari abbiano permesso un film con tanti passaggi a vuoto e una sostanziale inconsistenza? Forse perché la televisione, con l’arrivo degli anni 80, aveva già cambiato il modo di intendere l’idea di intrattenimento che, fino allora, aveva derivato dal cinema e dalla letteratura. Non più qualcosa di divertente, interessante, istruttivo, rilassante, insomma, intelligente, ma semplicemente qualcosa che riempisse uno spazio vuoto. L’idea che la vita potesse essere vuota –di senso, di valori, di significato– non reclamava qualcosa che la riempisse con utilità –a che pro, se niente aveva uno scopo?– quanto con qualcosa di altrettanto vacuo ma che impegnasse il tempo e lo spazio domestico, senza essere impegnativo. In questo senso, fa quasi male a dirsi, la formidabile capacità compositiva di Moxey –che riesce a rendere addirittura digeribile, almeno da un certo punto in poi, Detective per necessità– sembrava lo strumento ideale per questo tipo di narrativa televisiva. Una conferma, se vogliamo, che c’era qualcosa a quei tempi che rendeva perfettamente consono alla visione un film sconclusionato come Ebony, Ivory e Jade –questo il titolo originale– sono i commenti dei quotidiani dell’epoca che diedero anzi un certo risalto al film per via della presenza di Bert Convy nel ruolo di Jade, il protagonista. Convy, che era un noto showman televisivo, nel film è un ex tennista e ballerino che gioca a fare l’agente segreto coinvolgendo loro malgrado le sue amiche Maggie «Ivory» (Martha Smith) e Claire «Ebony» (Debbie Allen). Il risultato è una sorta di Charlie’s Angels depotenziato, sia in numero, qui le ragazze sono due e non tre, che in qualità, né la Smith, né la Allen hanno la presenza scenica per far parte degli «Angeli». Un passaggio decisamente a vuoto nella carriera di Moxey; e un momento esemplare della televisione degli anni 80, che peraltro dovevano ancora incominciare. Il nulla, assemblato senza badare alla coerenza, ma ben confezionato.





sabato 14 marzo 2026

ESECUTORE OLTRE LA LEGGE

1801_ ESECUTORE OLTRE LA LEGGE (Les Seins de Glace), Francia, Italia, 1974. Regia di Georges Lautner

Tratto dal primo romanzo di Richard Matheson, Esecutore oltre la Legge è un intrigante giallo psicologico francese di Georges Lautner. Lo scrittore americano, in Cieco come la morte –questo il nome della prima edizione italiana del suo libro– aveva mantenuto più ambigua la figura di Peggy (Mireille Darc), la donna al centro del racconto. Nella sua riduzione cinematografica, Lautner, anche sceneggiatore del film, deve necessariamente semplificare alcuni passaggi: tra questi viene meno la curiosa coincidenza del comune passato tra lo scrittore protagonista Françoise Rollin (Claude Brasseur) e il suo rivale Marc Rilson (Alain Delon), avvocato di Peggy. Oltre, come già accennato, alla figura di quest’ultima, resa più esplicita. Nel film, infatti, quando il complesso mistero comincia a venire a galla, le responsabilità della donna paiono inevitabili e del resto Lautner decide di non farne oltre mistero con il bel passaggio dell’omicidio di Albert (Michel Peyrelon). In effetti, per quanto non si tratti di due capolavori –né il romanzo, con Matheson forse ancora un po’ acerbo, e nemmeno il film, a cui manca un po’ incisività– va detto che Esecutore oltre alla Legge se sposta leggermente l’obiettivo del racconto, gli regala una buona atmosfera e un paio di interpreti d’eccezione. Uno è ovviamente Alain Delon, per quanto si produca in una prestazione piuttosto trattenuta; chi invece riesce pienamente convincente nel ruolo al centro della scena è Mireille Darc, davvero sublime nel tratteggiare una figura comunque piuttosto ambigua. Il titolo originale, tra l’altro, Les Seins de Glace –i seni di ghiaccio– è particolarmente illuminante nel descrivere la frigidità di Peggy. Al netto delle semplificazioni, la trama ideata da Matheson è ben congegnata e sullo schermo funziona alla perfezione. Quello che manca, nel film, è legato all’interprete del protagonista maschile, Claude Brasseur, e a Françoise, il suo personaggio. Per la verità, per tutto il film, lo scrittore francese innamorato di Peggy è una versione soltanto un po’ più umoristica del suo corrispettivo americano del romanzo, ma niente di che. 

Il punto è che in Matheson, perfino nel primissimo Matheson, nel momento cruciale il protagonista rivelava un lato oscuro di sé che faceva davvero paura. Anche nel romanzo, per quanto la figura di Peggy sia tenuta più ambigua, nella scena finale si è ormai intuito quale sia l’origine del problema, ovvero la psiche malata della ragazza; eppure, esattamente in quel frangente, è proprio la natura dell’uomo a far sprofondare nello sgomento il lettore. Nel film questo passaggio viene a mancare e Françoise diviene quasi una figura marginale, di fronte all’«amour fou» dell’avvocato Rilson per la bella Peggy. In questo senso, forse, il film è addirittura più efficace del romanzo, per la verità, laddove Matheson questo passaggio lo spiegava con una sorta di cappello finale. Tuttavia le timide avances di Françoise, che tocca delicatamente il ginocchio di Peggy alla prima notte di nozze, non reggono il confronto con l’eccitazione belluina che pervade David nell’analoga scena del romanzo, di fronte alla ritrosia della sposina. Anzi, assurdamente alimentata da questa. Questa, in fondo, era la motivazione principale per cui era stato concepito tutto quanto il racconto: l’ambiguità di Peggy si era manifestata durante tutto lo sviluppo della vicenda, quella di David era emersa prepotentemente in dirittura d’arrivo ma ne era il completamento. Il protagonista si chiedeva in paio di occasioni se non fosse l’atteggiamento della ragazza ad innescare l’istinto brutale dei maschi che la frequentavano. La scena finale, nel suo sorprendente sviluppo –con il pacato e rispettoso David che reclamava ciò che riteneva un suo diritto, e lo faceva in modo sempre più minaccioso– era la risposta alle citate domande. In Esecutore oltre la Legge, questo aspetto viene sostanzialmente a mancare e il protagonista, il tutto sommato anonimo Françoise, altro non è che un testimone dell’amore disperato di un cavaliere d’altri tempi, l’avvocato Rilson, per la quintessenza della femminilità, Peggy, bellissima nel suo essere delicata e mortale. Ci scuserà Georges Lautner, ma il pur indovinato titolo originale del suo film andrebbe corretto, per meglio rendere onore al personaggio splendidamente interpretato da Mireille Darc: «seins brûlants de glace». [Seni ardenti di ghiaccio].




Mireille Darc 



mercoledì 11 marzo 2026

DOLLARI CHE SCOTTANO

1800_ DOLLARI CHE SCOTTANO (Private Hell 36), Stati Uniti, 1954. Regia di Don Siegel

Nel 1954 Don Siegel aveva già dato d’intendere di che pasta potesse esser fatto ma, probabilmente, nemmeno lui stesso era consapevole della statura di cineasta che avrebbe raggiunto nella sua carriera. Ida Lupino, al contrario, quando passò dietro la macchina da presa, dovette sembrare molto autorevole e consapevole dei propri mezzi. La bella Ida, infatti, era già una grande attrice, una vera e propria diva, quando si organizzò per mettere a frutto le sue poliedriche qualità, come regista, produttrice e sceneggiatrice. Nel frattempo, si dava da fare anche sul piano sentimentale e fu proprio l’intersecarsi di questi due piani, quello privato e quello professionale, che la spinse a rivolgersi a Don Siegel, emergente regista di solido nerbo, per Dollari che scottano. La Lupino stava lavorando in coppia con l’ex marito Collier Young a The story of a cop, un soggetto noir piuttosto delicato, considerato il periodo storico. Lei e Young avevano uno studio di Produzione cinematografica ben avviato, The Filmakers, e, per la parte di uno dei protagonisti di Private Hell 36, così era stato poi rinominato il film, era stato scelto l’allora marito di Ida, Howard Duff. Che, nel frattempo, le aveva chiesto il divorzio: Ida Lupino, in una produzione che coinvolgeva due suoi ex, aveva saggiamente optato per lasciare la regia a qualcun altro, tenendo per sé unicamente quella di protagonista femminile. Siegel, tuttavia, prima di accettare, si dichiarò scettico, di fronte a quell’intrico famigliare che era intrinseco al film, e qui emerge qualche sua incertezza di autore non completamente affermato anche nel proprio io. Dollari che scottano, questo il titolo dell’edizione italiana, riflette poi questa sua debolezza, un po’ di mancanza nel «manico» che da Siegel, per quanto ancora giovane, sorprende sempre. Il film è comunque godibile e molto interessante, tuttavia sono alle cronache alcune discussioni tra il cineasta nato a Chicago e la sua attrice principale che interferiva nelle sue scelte registiche e, almeno in un caso, Siegel, in seguito, ammetterà che tecnicamente aveva ragione la Lupino. 

Va detto che Siegel, pur essendo abituato a lavorare con budget limitati, si trovò in difficoltà per il poco tempo a disposizione e per la mancanza di autonomia, dal momento che tutta quanta la troupe era una sorta di «famiglia» che faceva capo alla Lupino; Steve Cochran, il vero protagonista maschile, tra l’altro, era spesso ubriaco e questo era un’ulteriore fonte di problemi per il regista. A completare il cast, tra gli attori principali, c’era Dorothy Malone, non ancora all’apice della notorietà e relegata in un ruolo volutamente ordinario. La storia raccontata in Dollari che scottano non convince del tutto sebbene riservi un passaggio molto interessante, soprattutto considerando che si tratta di un film dei 50, anni in cui parlare di corruzione delle forze dell’ordine non era certo consueto. Cal Bruner (Steve Cochran) e Jack Farnham (Howard Duff), due investigatori della Polizia di Los Angeles, riescono a mettere le mani su un grosso quantitativo di banconote rubate. I due sembrano i classici poliziotti del cinema americano: il «buono», Jack, e il «cattivo», Cal, ma entrambi una garanzia dal punto di vista morale, almeno a prima vista. Jack rappresenta anche il prototipo dell’americano anni 50: un uomo onesto e ragionevole, con un buon impiego, una bella moglie, Francey (Dorothy Malone), una bella bambina e una bella casetta. Cal, al contrario, non è sposato e, quando, durante le indagini, incontra Lilli Marlowe (Ida Lupino), cantante in un night club, ci si mette a flirtare, sempre recitando la parte del duro. Al punto che interviene Jack a specificarlo, seppur in tono scherzoso, alla donna: “Si atteggia a cattivo ma è un timido. Si è innamorato di lei, lo conosco bene”.  Quando i due poliziotti si trovano di fronte all’occasione della vita, intascare illecitamente parte del bottino recuperato, Jack, a sorpresa, rimane un attimo perplesso. L’uomo sembra infatti soppesare l’idea, quando subentra Cal a rompere ogni indugio: si infila qualche mazzetta di bigliettoni e tanto saluti all’onestà della polizia. La risolutezza di Cal ridesta l’onestà del collega dal temporaneo torpore ma è troppo tardi, nonostante le obiezioni di Jack ormai il dado è tratto. Dollari che scottano è formalmente un Noir e il ruolo della Dark Lady è quello di Lilli Marlowe, una parte per cui Ida Lupino era particolarmente adatta. Qui, se vogliamo, la brava Ida sembra perfino troppo a suo agio, e il risultato è un’interpretazione che manca un po’ della necessaria ambiguità che era tipica delle Femme Fatale dell’epoca. In ogni caso, come da manuale del Noir, la causa della perdizione del protagonista è l’incontro con la Dark Lady del racconto ed è esattamente quello che succede in Dollari che scottano

Cal ci prova con Lilli, che gli fa capire che vivere con lo stipendio di un poliziotto non è proprio il suo obiettivo nella vita. A questo punto i soldi da sottrarre dal bottino da restituire diventano l’unico modo per conquistare la donna, almeno secondo il punto di vista di Cal. Fedele al protocollo che prevede che le ladies dei Noir siano dark solo in apparenza, Lilli, quando si accorge che Cal si sta infilando nei guai a causa sua, cerca di dissuaderlo ma, purtroppo, il diavolo non accetta resi e, ormai, l’anima del poliziotto è già perduta. Il lieto fine prova a rimettere le cose a posto, perdonando la debolezza di Jack, che aveva poi manifestato tutto il suo disagio per la situazione, e punendo nel modo più duro, con la vita, Cal. Tuttavia molte cose che si differenziano dal canonico quadro morale del dopoguerra americano rimangono impigliate nella memoria dello spettatore. Siegel non avrà mai il rigore morale di Fritz Lang, e certo non ce l’ha in Dollari che scottano, ma il suo sguardo è lucido e abrasivo. Le due coppie di protagonisti si presentano molto differenziate: Francey e Jack, sono eccessivamente pudici, del resto nella loro camera da letto dorme la bambina che, non a caso, li interrompe durante il loro primo appassionato bacio all’inizio del film. Di contro, Lilli e Cal, che nemmeno sono sposati, diventano in fretta sessualmente piuttosto sfacciati, si veda la scena in cui l’uomo massaggia i piedi della donna la sera in cui sono invitati a cena da Jack e Francey. Alcuni dialoghi, che sono opera di un esordiente Sam Peckinpah, sono un ulteriore elemento di increspatura dell’idilliaco quadretto che il Sogno Americano cercava di propinarci anche e soprattutto attraverso il cinema. Se la relazione tra Francey e Jack è piuttosto moscia e quella tra Lilli e Cal farà deragliare la storia, ce n’è un’altra sotterranea e piuttosto ambigua. Si tratta solo di velate allusioni ma il rapporto tra Jack e Cal rivela che la realtà è un po’ più complessa del modello propagandato dal modello borghese americano. Nella traduzione italiana, i doppi sensi sono andati perduti, tuttavia i riferimenti ad un rapporto omossessuale, per quanto implicito, sono più d’uno. Nella parte iniziale del film, lo scambio che nell’edizione italiana vede Jack chiedere a Cal “Spesso mi chiedo perché ti sono amico”, e a cui il collega risponde in modo compiaciuto “Ma perché sono irresistibile!” è nell’originale un più ambiguo “Sometimes, I wonder why we go steady”, che significa “A volte mi chiedo perché andiamo insieme”. In seguito, la sera della cena a casa dei Farnham, mentre Cal massaggia i piedi a Lilli, questa gli chiede cosa turbi Jack. Il padrone di casa è preoccupato per la piega della vicenda, Cal lo sa bene, naturalmente, ma preferisce fare una battuta sul fatto che forse anche a Jack fanno male i piedi, equiparandolo, nei suoi confronti, al ruolo di Lilli. Più esplicito un ulteriore riferimento, quando alcuni colleghi scherzano sui soldi che mancano alla somma recuperata da Jack e Cal. Jack reagisce violentemente colpendo con un pugno l’agente che aveva fatto l’ironica illazione e quando Cal interviene per calmare l’amico, un altro poliziotto gli fa notare come il suo “boyfriend” sia un po’ troppo stanco, stressato. Nell’edizione italiana, il termine boyfriend, riconducibile a “ragazzo” nel senso di fidanzato, è tradotto con “amico”, togliendo ogni malizia dalla frase. In definitiva, Siegel sovverte ogni certezza che l’America credeva di avere: i poliziotti non sono incorruttibili, gli uomini, sia che siano seri mariti padri di famiglia, sia che siano incalliti dongiovanni scapoloni, potrebbero essere gay o averne comunque tendenze. E per fare questo, utilizza un genere come il noir, dalle coordinate molto marcate, per altro perfettamente rispettate. Del resto, è ancora una battuta dei ficcanti dialoghi targati Peckinpah che ci evidenzia come tutto sia in realtà, se non proprio al contrario di come ce lo raccontino, quantomeno un po’ differente. Siamo all’inizio dell’indagine e Jack chiede a Cal come procedere per dipanare la matassa dell’intrigo: “Prima troviamo un pagliaio e poi cerchiamo l’ago” risponde sardonico il collega. Il cinema di Siegel spesso può sembrare semplice ma, in realtà, non offre affatto risposte facili; piuttosto, ci permette di trovare le domande.   






Ida Lupino 


Dorothy Malone


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domenica 8 marzo 2026

SAN FRANCISCO INTERNATIONAL

1799_ SAN FRANCISCO INTERNATIONAL, Stati Uniti, 1970. Regia di John Llewellyn Moxey

Con l’arrivo degli anni 70, la televisione americana aveva rapidamente preso l’abitudine di realizzare film direttamente per il piccolo schermo. Nella primavera del 1970, la Universal aveva avuto un grande riscontro con il film Airport, che sfruttava tanto la celebrazione per la modernità, di cui l’aeroplano era uno dei maggiori simboli, quanto l’atavico terrore di volare, per un mix perfetto dal punto di vista narrativo. I produttori dello studio pensarono quindi di mettere in cantiere una serie televisiva ambientata nell’aeroporto Internazionale San Francisco. Avendo a disposizione un’infrastruttura così articolata come un aeroporto, si potevano imbastire una più trame parallele, con numerosi protagonisti, in modo da poter variare da episodio in episodio sviluppi e intrecci. Come d’uso, per fare promozione a questa serie, venne realizzato un film pilota, San Francisco International, affidato alla regia del regista britannico John Moxey che, in quest’occasione, cominciò a firmarsi con quel John Llewellyn Moxey che diverrà il suo abituale nome d’arte. Moxey era regista capace, particolarmente abile nel creare sequenze pregne suspense e in San Francisco International riesce in modo sufficiente a reggere la narrazione frammentata dalle tante trame previste dalla sceneggiatura. Come detto, l’idea alla base, era una serie corale, per cui le tante tracce che si sviluppavano simultaneamente dovevano essere lo stile narrativo ricercato anche e soprattutto in questo pilota che fungeva appunto da presentazione della futura produzione. Se il montaggio alternato è uno dei migliori espedienti narrativi per creare tensione, l’eccesso di piani del racconto rischia però di vanificare questo effetto e, in pratica, è un po’ quello che succede a San Francisco International. Sostanzialmente si tratta di un buon film, perché, come detto, Moxey riesce a tirare le fila dell’intero discorso narrativo, tuttavia è innegabile che le tante tracce simultanee portino naturalmente il tenore del racconto su un piano meno teso, meno ricco di tensione. Si può prendere, a titolo d’esempio, la traccia con il furto ai soldi del cargo, il cui sviluppo è molto complesso e articolato e le varie interruzioni per seguire le altre piste fanno perdere un po’ il filo di una matassa affascinante, per certe scelte narrative, ma che rischia di risultare anche ingarbugliata. Tuttavia, va messo a referto l’ottimo incipit, quando la banda di criminali si muove all’unisono per mettere in pratica il complicato piano, e Moxey è maestro nel creare l’effetto suspense, agevolata dal mistero che aleggia sul reale obiettivo dei banditi. Gli interpreti se la cavano egregiamente, almeno da un punto di vista professionale, sebbene Pernell Roberts, Clu Gulager, Beth Brickel e Van Johnson non siano nomi particolarmente noti. Probabilmente, il volto più celebre del cast è Tab Hunter, sebbene abbia un ruolo non di primissimo piano. Degna di nota anche la prestazione attoriale di David Hartman che divenne in seguito giornalista e conduttore televisivo piuttosto conosciuto, perlomeno in patria. Naturalmente, trattandosi di un film ambientato in un aeroporto, anche i velivoli reclamano il loro spazio. Del resto il volo degli aerei è sempre stato qualcosa che, anche al cinema, è motivo di interesse già di per sé stesso. Moxey, abituato a produzione televisive decisamente più parche a livello di budget –basti ricordare la teleplay The Scent of Fear, ambientata praticamente tutta dentro la carlinga di un volo di linea– può ora sbizzarrirsi con alcune sequenze acrobatiche di notevole impatto scenico. Va però ammesso che la traccia in cui un ragazzino (Ted Eccles) si improvvisa pilota e si fa un giro sopra San Francisco, Golden Gate compreso, è spettacolare ma troppo azzardata, per un film che si propone come spettacolo serio e credibile. Insomma, l’approccio di Moxey al film televisivo americano, format di cui diverrà un vero specialista, non delude ma nemmeno entusiasma.