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giovedì 22 gennaio 2026

IL PLACIDO DON (TERZA PARTE)

1784_IL PLACIDO DON PARTE TRE (Tichij Don)Unione Sovietica, 1957; Regia di Sergej Apollinarievič Gerasimov.

La terza e ultima parte de Il Placido Don di Sergej Gerasimov raccoglie con profitto quanto seminato dai due primi capitoli, riuscendo finalmente a centrare l’obiettivo di dare il giusto respiro epico fin lì ricercato senza troppo costrutto. E, a sorpresa, in una storia di virili e combattivi cosacchi del Don, a sospingere il tenore della storia fino al livello adeguato sono le donne della vicenda, alcune delle quali fino a quel momento figure totalmente secondarie. Ad incendiare la vicenda sin dai primi minuti è Dar'ja (Ljudmila Chitjaeva) fresca vedova di Petr Melechov, che va subito sfacciatamente a stuzzicare il cognato Grigorij (Petr Glebov). La donna prende il centro della scena con una personalità forte e spregiudicata, fino ad arrivare a sparare a deliberatamente su Ivan, uccidendo il presunto assassino del marito. La guerra civile aveva infatti già diviso il popolo russo tanto che Mikhail Koshevoy (Gennadi Karyakin), il cosacco militante tra i rossi che aveva effettivamente ucciso a sangue freddo Petr, si presenta a casa Melechov a corteggiarne la sorella Dunya (Natalya Arkhangelskaya). Dunya è un altro personaggio emergente, in questo terzo capitolo de Il Placido Don, così come la sua vecchia madre Illynichna (Anastasia Filippova), che prova in ogni modo ad ostacolarne l’unione con l’uomo che le ha ucciso il figlio. E’ davvero un racconto tragico sotto questa traccia, anche di più rispetto ai pur tremendi momenti bellici narrati: il sentimento positivo per eccellenza, l’amore, scatena un vortice melodrammatico d’odio, rancore, senso di colpa, che travolge i protagonisti. Come detto Grigorij ha fatto ritorno alla fattoria dal fronte ma con Natal'ja (Zinaida Kirienko) le cose non girano al cento per cento; l’uomo ha sempre in mente la vicina di casa Aksin'ja (Elina Bystrickaya), sua storica amante. Questa, con la complicità di Dar'ja, la vedova di Petr, riesce a rincontrarlo e la passione riesplode; Dar'ja, non contenta per il danno creato alla cognata Natal'ja, arriva a rivelare all’ignara che il marito è di nuovo coinvolto con la vecchia amante. La vedova crede di essere malata grave e distribuendo un po’ di sofferenza sostiene di cercare un po’ di sollievo; una curiosa ma non del tutto campata in aria teoria per definire la cattiveria. La sua manovra ottiene però un risultato inatteso: Natal'ja, in cinta, non vuole dar luce ad altri figli di un marito tanto indegno e finisce per suicidarsi. A quel punto, anche un’anima torbida come quella di Dar'ja viene colpita dai forti sensi di colpa e la donna si lascia annegare nel Don. Il destino delle donne di questo tragico Don non si è ancora compiuto: la vecchia Illynichna preferisce eclissarsi andando a morire piuttosto che assistere all’unione tra Mikhail, l’assassino di suo figlio, e la figlia Dunya mentre Aksin'ja ha l’illusione di provare l’ultima fuga romantica con l’amato Grigorij. Un fucile di una guardia a cavallo dell’armata rossa la colpirà da lontano, mettendo fine degnamente a tutta quanta la vicenda: una donna uccisa con una fucilata alle spalle. Poco da aggiungere. 

Sul blog sono state pubblicate le altre due parti del film ai seguenti link


IL PLACIDO DON SECONDA PARTE

lunedì 19 gennaio 2026

VOENEN KORESPONDENT

1783_VOENEN KORESPONDENT , Bulgaria 2008. Regia di Kostadin Bonev

Basato sul ruolo avuto nella Prima Guerra Mondiale dallo scrittore bulgaro Yordan Yovkov, Corrispondente di guerra (traduzione letterale del titolo originale Voenen korespondent, non avendo avuto l’opera alcuna distribuzione nel nostro paese) è un film che ci riporta ai tempi della Grande Guerra in terra balcanica. Nel farlo, il film di Kostadin Bonev fa un largo uso delle immagini documentaristiche del conflitto che testimoniano, per l’ennesima volta, la crudezza degli scontri. Tutto sommato, visto che il protagonista svolge il ruolo di corrispondente, la scelta narrativa appare proficua: la differenza qualitativa delle immagini evidenzia questi passaggi come fossero le memorie che il protagonista, il capitano Yovkov (Penko Gospodinov), raccoglie nel suo lavoro in prima linea. Il film si concentra su una particolare ed insolita missione del corrispondente: la consegna di un anello nuziale ad un amico, militare pure lui. Il problema è che si deve recare in Dobrugia, una regione contesa tra bulgari e rumeni proprio durante la guerra. E siamo nel 1917, forse nel momento peggiore per farlo. Nel suo faticoso e accidentato viaggio, Yovkov assisterà all’evolversi della guerra: nuovi e differenti ricordi potrà così portare con sé l’ufficiale. Il lazzaretto con i soldati malati di colera, con l’imam locale che si occupa di dargli cristiana sepoltura, la morte dell’amico che spira tra le sue braccia, il generale Kolev (Atanas Atanasov), personaggio storico, sofferente di una malattia agli occhi: la guerra mostrava il suo lato più sofferto. Intanto i violenti scontri dell’offensiva bulgara sull’aspro territorio macedone, quelli dell’agosto del 1916, riaffiorano nella memoria del capitano, riportandogli alla mente anche le note più aspre della guerra. Tornando alla missione di Yovkov, ora all’ufficiale non rimane che recarsi dalla ragazza del suo amico, a portarle oltre alla fede anche il ciondolo ricevuto da questi poco prima di spirare. Per farlo deve oltrepassare la prima linea, al di là della frontiera presidiata dai rumeni. La bandiera bianca con la croce rossa protegge il nostro che può così oltrepassare il posto di guardia rumeno in qualità di corrispondente, con il triste messaggio da consegnare a Hermina (Gergana Petnyova). Non lasciatevi ingannare dalla scappatella che occorre al capitano (notevole, in quest’ottica Irina Jambonas); non era un lavoro facile né piacevole, il corrispondente di guerra. 





venerdì 16 gennaio 2026

THE BOUNTY MAN

1782_THE BOUNTY MAN , Stati Uniti 1972. Regia di John Lewellyn Moxey

Dopo essersene tenuto alla larga fin dall’inizio della carriera, John Llewellyn Moxey aveva affrontato il genere western con Hard Case, in uno degli ultimi Movie of the Week della stagione 71/72. Nell’ottobre del 1972, Moxey si ripresenta ai telespettatori dell’ABC con un altro western, The Bounty Man, e i citati saranno le sue due uniche incursioni nel genere di una lunga carriera. Il che è anche comprensibile dal momento che il western mal si combinava con i format televisivi diffusi tra gli anni Settanta e Ottanta ma, a maggior ragione, è curioso che Moxey ne diriga due uno dopo l’altro. La curiosità aumenta quando si notano alcune similitudini tra i due film: innanzitutto il protagonista è lo stesso, Clint Walker (in questo caso è Kinkaid, il cacciatore di taglie del titolo), ma anche l’impostazione è simile. Walker interpreta un tipo, deciso, risoluto e di poche parole, in pratica molto simile al Jack Rutheford di Hard Case; del resto l’attore americano non è che avesse queste grandi varietà di registro recitativo, tuttavia il compito che deve svolgere nei due film è davvero molto simile. Kinkaid, infatti – stavolta con il mandato legale della taglia – cattura Billy Riddle (John Ericson), in questo caso un banale fuorilegge e non un rivoluzionario messicano come invece era il coprotagonista del precedente film. All’inizio del lungo viaggio con cui il nostro eroe deve condurre in porto la sua preda, esattamente come in Hard Case si aggiunge alla coppia la donna del prigioniero. Ecco, se vogliamo, una notevole differenza c’è tra la presenza scenica di Margot Kidder – nel film interpreta Mae, la fidanzata di Billy Riddle – che non è minimamente paragonabile a Stefanie Powers. Questo è in effetti parte di un problema generale perché The Bounty Man patisce un po’ la mancanza di carisma degli interpreti, per quanto Clint Walker faccia il suo in modo anche più convincente che nell’altro film citato. Troppo sciatta la prestazione di Ericson mentre la Kidder ci prova, almeno, ma senza avere il talento né il fascino sufficienti. All’inseguimento dei tre, nel tentativo di sottrarre la preda a Kinkaid, c’è un manipolo di cacciatori di uomini difficilmente distinguibili da una banda di fuorilegge, tra i quali spicca Angus (Richard Basehart) ma giusto per lo scarso appeal dei suoi compari. Piuttosto, nel cast c’è Arthur Hunnicutt che è un ottimo caratterista western, peccato relegato al ruolo marginale di sceriffo. In sostanza il film si concentra sul terzetto, Kinkaid, Billy Riddle e, tra loro, Mae, con lo stesso schema di Hard Case. Con alcune variazioni sul tema, naturalmente: ad esempio, in questo caso la ragazza è apertamente schierata col bandito che, però, la spinge a tentare di sedurre il cacciatore di taglie per distrarlo. Moxey, in regia, nel giocare su questi equilibri emotivi tra i personaggi è bravo, e la storia scorre piacevole anche se, obiettivamente, manca di spessore. Il western lamenta la mancanza di quel tempo che i film televisivi non avevano e con lo scarso respiro a disposizione difficilmente si riusciva a cogliere il vero senso del genere. Tra l’altro, la necessità di organizzare gli intervalli per gli spazi pubblicitari finisce per cadenzare il racconto un po’ come accadeva per i romanzi d’appendice, con un risultato più visibile e fastidioso rispetto ad altre produzioni ambientate in contesti più recenti, forse per via del loro essere già sincopate narrativamente per natura. 

E tornando alle similitudini tra i due film, sarà probabilmente un caso ma il fatto che Moxey insista sul western con un tema così simile al suo precedente lavoro sembra il tentativo di aggiustare l’approccio stentato del film televisivo al genere. In questo senso si possono apprezzare le intenzioni di migliorare alcuni tra i difetti più eclatanti di Hard Case. Innanzitutto la fotografia è questa volta più calda e satura rispettando meglio i canoni del western e anche tutto il decor è più convincente. La colonna sonora era un altro tasto dolente e in The Bounty Man c’è il tentativo, apprezzabile solo nell’intento, di supportare la narrazione con una ballata che, per la verità, non è proprio memorabile. Com’è lecito attendersi da un giallista come Moxey stavolta il finale è diverso visto anche che Billy Riddle si rivela essere una vera mezza tacca. Ma il colpo di scena è un altro: Kinkaid ha rivelato a Mae l’origine del suo essere divenuto cacciatore di taglie, una sorta di vendetta nei confronti di un uomo che aveva sedotto sua moglie e in seguito abbandonandola, spinta così al suicidio. Notare che qui la trama è sottilmente interessante, perché a indurre la donna verso l’estremo gesto c’era anche l’impossibilità per lei di tornare dal marito, considerato la durezza di carattere dell’uomo. E questo nonostante ci fosse un bambino ancora piccolo di mezzo. C’è quindi una neanche troppo velata critica all’atteggiamento senza cedimenti di Kinkaid e degli eroi tutti d’un pezzo a cui si rifà il personaggio. Per i quali la vendetta, il rendere pan per focaccia, era una sorta di mantra: con una sommaria lettura psicologica emerge che, nel dare la caccia ai banditi, Kinkaid è come se saldasse il conto all’uomo che gli aveva rovinato la famiglia e quindi la vita. Ma è una filosofia che ha inaridito l’uomo e, in fin dei conti, anche questa è una critica del racconto, peraltro più prevedibile, in questo caso alla pratica della vendetta. In pratica Moxey cerca di stigmatizzare la filosofia del tipico eroe western duro e invincibile, che furoreggiava spesso nelle derive più tarde del genere anche più di quanto non avesse fatto nell’epoca classica. In ogni caso si arriva all’atto conclusivo con Billy Riddle che, dopo aver dato più volte prova di fregarsene di Mae e di badare piuttosto solo a sé stesso, nello scontro a fuoco c’è rimasto secco. Mae è così rimasta sola con Kinkaid mentre la banda di Angus li tiene ancora sotto assedio senza acqua né cibo. Tra il cacciatore di taglie e la ragazza si è però stabilita una certa complicità, con l’uomo che è arrivato a fidarsi di Mae lasciandole pistola e fucile. Adesso l’uomo carica il corpo di Billy Riddle sul cavallo e Mae, che pensava che Kinkaid fosse riuscito a superare i suoi demoni anche grazie a lei, lo rimprovera severamente. L’uomo le fa osservare che si tratta pur sempre di un cadavere da 5000 dollari e la ragazza incassa la seconda delusione di giornata, forse anche peggiore di quella avuta da Billy Riddle. Ma con Moxey il colpo di scena è sempre dietro l’angolo: Kinkaid lancia il cavallo con il cadavere di Billy Riddle giù per il canalone, gli uomini di Angus lo vedono e si gettano all’inseguimento, levando l’assedio dalla coppia che potrà così dileguarsi. Un dubbio rimane: sono state le parole di Mae a far cambiare idea a Kinkaid o l’uomo aveva già deciso questa strategia per salvarsi la pelle? A questo non si può rispondere. Ma è certo che a far mutare l’atteggiamento del cacciatore di taglie, una trasformazione comunque alla base di questa scelta, c’è sicuramente il rapporto stabilito con la ragazza. Alla quale offre la possibilità di fare da madre per il suo figlioletto per andare a ricostruire in qualche modo una famiglia. Un lieto fine tutto sommato apprezzabile perché permette ad entrambi di migliorare la propria condizione con un’azione benefica reciproca. Il che non rende certo The Bounty Man un capolavoro, sia chiaro, ma solo un’onesta interpretazione del film televisivo in chiave western. Che, tutto sommato, fatica sempre a convincere al cento per cento nonostante gli apprezzabili sforzi di Moxey.   




martedì 13 gennaio 2026

HARDCASE

1781_HARDCASE , Stati Uniti 1972. Regia di John Lewellyn Moxey

Il western, negli anni Settanta, aveva ormai perso da tempo lo status di genere classico ma reggeva ancora discretamente: le correnti tardo e crepuscolari, quelle europee come gli spaghetti, garantivano sempre qualche uscita l'anno. Poi c'era la televisione, con poche serie di telefilm che resistevano, ad esempio Bonanza o Gunsmoke, riuscendo comunque a mantenersi ad un livello qualitativo accettabile. Il film televisivo, un format che aveva relativamente storia recente, sembrava invece trovarsi un po’ a disagio con il genere. Non poteva sfruttare la fidelizzazione ai personaggi che garantivano le serie di telefilm, ma di contro non aveva la durata del lungometraggio per il grande schermo per imbastire storie ad ampio respiro tipiche del genere. Inoltre la resa del supporto visivo non aveva né la profondità e tantomeno i colori caldi e saturi delle pellicole cinematografiche; anche dal punto di vista della colonna sonora, in questo caso presumibilmente per motivi di budget, in questi ambiti ci si limitava ad un commento musicale ordinario e senza particolari velleità. Nonostante proprio in chiusura della prima stagione di Movies of the Week venne trasmesso The Young Country (1970, regia di Roy Huggins) che si rivelò un inaspettato successo, l’ABC diede poca importanza al western rispetto a quei generi che del resto garantivano maggior riscontro. Tuttavia qualche titolo all’anno veniva prodotto e nel 1972 il regista John Llewellyn Moxey, specialista in gialli e horror, si trovò alle prese con Hardware, un western il cui plot narrativo non si presentava nemmeno tanto avvincente. La trama era infatti abbastanza scarna: Jack Rutheford (l’aitante Clint Walker), di ritorno dalla guerra, non ritrova né il suo ranch né tantomeno sua moglie Rozaline (una superlativa Stefanie Powers). In realtà, questa parte l’apprendiamo in seguito, perché il film si apre con Jack che è già in Messico sulle tracce di Simon Fuegus (Pedro Armendarìz Jr), l’uomo che si è preso i soldi della vendita del ranch e si è anche tenuto sua moglie. La donna, peraltro, aveva dato per morto il primo marito e si era felicemente accasata con Simon, un condottiero rivoluzionario che aveva investito tutto il ricavato nella battaglia contro gli oppressori. Una volta ritrovatisi, Jack non accetta di andarsene a mani vuote e rapisce Simon con l’intenzione di chiedere un riscatto che gli faccia riavere i suoi soldi. Rozaline si unisce ai suoi due mariti, dal momento che è sempre ragionevole non fare a meno della Powers sulla scena. Condivisibile, da questo punto di vista, il titolo dell’opera in Francia: Les deux maris de Rozaline visto che Stefanie si mangia letteralmente il film. E’ vero, è vero: non solo il suo aspetto tipicamente seventies non c’entra nulla con il selvaggio west, ma certo una chioma come la sua non era sostenibile nel deserto messicano; tuttavia si tratta di licenze poetiche che ad un’attrice come Stefanie Powers si concedono più che volentieri. 

Tornando alla trama, a parte qualche tentativo dei rivoluzionari di liberare Simon e qualche agguato dei Federali, c’è poco altro. Ma si è detto: Moxey è specialista nei gialli e, in questo caso, l’ambiguità della vicenda sta tutta nei dubbi di Rozaline che si ritrova tra due uomini che ama o ha amato. La situazione è tesa e mantenuta interessante da Moxey in regia: Jack – a cui Walker non è che conferisca troppo spessore drammatico ma il risultato è comunque funzionale – è tornato dalla guerra, si è ritrovato senza niente e vuole semplicemente quello che era suo. Simon comprende il punto di vista dell’uomo ma ha una responsabilità maggiore dei meri interessi privati, visto che guida il suo popolo verso la libertà. Rozaline è felice con Simon ma più passa il tempo, più sembra veder rifiorire il suo sentimento per Jack, sebbene l’affetto e la stima per il secondo marito non le vengano mai meno. A dar man forte a Jack, in difficoltà non potendo dormire dovendo sorvegliare i prigionieri e badare agli inseguitori, arriva l’aiuto inaspettato di uno dei rivoluzionari, il mercenario americano Booker (Alex Karras) che per denaro accetta di tradire Simon. Quando i nostri sono quasi arrivati al Rio Grande, il confine con gli Stati Uniti, saltano fuori i soldati federali; i rivoluzionari intervengono a difesa del loro capo e ne scaturisce una furibonda battaglia. Jack e gli altri riescono a nascondersi per uscire solo a giochi finiti, avendo dovuto assistere anche alle torture che i soldati hanno inflitto ai prigionieri. Ora, se in precedenza Simon aveva dimostrato comprensione per Jack, questa ha lasciato posto all’odio. Lo stesso Jack si rende conto che, per un interesse suo privato – per quanto legittimo – ha causato una strage e decide di lasciare libero l’uomo. Booker non è però d’accordo e nel parapiglia Jack finisce a mal partito; Simon ha l’occasione per scappare ma uno sguardo di Rozaline gli è sufficiente per capire che la donna ama ancora Jack e non vuole che venga ucciso. Simon interrompe la lotta tra i due suoi nemici, poi sale a cavallo per andarsene. Rozaline può decidere in piena libertà e la sua scelta sancirà anche il punto di vista dell’intero lungometraggio. Il messicano Simon, un rivoluzionario che lotta per la libertà del suo popolo, o l’americano Jack, che vuole unicamente farsi gli affari propri? Gli anni Ottanta sono ancora lontani: Stefanie Powers salta sul cavallo di Simon, un uomo che non ama quanto Jack, ma che si è dimostrato migliore.  



Stephanie Powers

sabato 10 gennaio 2026

LE AVVENTURE DI UN GIOVANE

1780_LE AVVENTURE DI UN GIOVANE (Hemingway's Adventure of a Young Man), Stati Uniti 1962. Regia di Martin Ritt

Racconto basato sulle gesta di Nick Adams, sorta di alter ego dello scrittore Ernest Hemingway, Le avventure di un giovane, nonostante il soggetto abbia tale pedigree, fatica a vincere la sua scommessa. Il film di Martin Ritt è buono, nel complesso, anzi volendo potrebbe essere anche molto buono perché alcuni passaggi, alcuni dettagli, sono notevoli. Ma il punto che vanifica in parte i tanti buoni presupposti è che in definitiva, si può ragionevolmente dire che Le avventure di un giovane non sia un capolavoro; il che di per sé non sarebbe un dramma, è ovvio, ma è un po’ come se il film di Ritt non se lo possa permettere. Hemingway’s adventure of a young man, questo il titolo originale, è pensato e strutturato per essere un capolavoro o comunque un filmone; nel momento che manca questo obiettivo, finisce per mettere in risalto proprio le sue lacune. Potrebbe essere un buon film dalle lodevoli intenzioni, ma non si scomoda uno dei massimi scrittori di ogni tempo per il soggetto per ottenere poi un risultato in troppi passaggi stiracchiato. E, nonostante il suo lavoro per Le avventure di un giovane, non sia probabilmente il suo apice artistico, se si chiama Franz Waxman alle musiche si prende poi una sorta di impegno sul tenore della storia che si andrà a raccontare. Così come a poco senso ingaggiare una superstar come Paul Newman per un cameo (nei panni del vecchio pugile suonato), cameo che, beninteso, può essere inteso come simpatico ma anche terribile, se non si rende poi il film davvero memorabile. Il cast, pur mancando di un interprete di rango che faccia l’interprete di rango, ha tanti ottimi attori (Arthur Kennedy, Fred Clark, Diane Baker, Ricardo Montalbán, Susan Strasberg, Jessica Tandy, James Dunn ed Ely Wallach, per stare sui principali) e forse sono una delle note migliori del lavoro di Ritt, dando vita ad un puzzle che, in un modo o nell’altro, riesce ad avere una forma nel suo insieme. Ma il collante di questo mosaico di episodi più o meno connessi tra loro è, ovviamente, il protagonista del racconto, come evidenziato già anche dal titolo. 

E Richard Beymer, nei panni appunto di Nick Adams, pur essendo un attore professionale, manca dell’allure della grande star hollywoodiana che, visto anche l’impianto scenico (notevole la fotografia di Lee Garmes), era richiesto per concretizzare tutto il contesto. E non aiuta nemmeno la scelta, del resto quasi inevitabile visto che c’è Hemingway a dettare la rotta narrativa, di spostarsi in Europa durante la Grande Guerra. La Prima Guerra Mondiale, sempre ma soprattutto sul fronte italiano, è un momento storico cruciale con cui non ci si può confrontare in modo un po’ di sfuggita come sembra fare il film di Ritt. Non si viene sul Carso o sul Piave durante la Grande Guerra a farsi una scampagnata; non ci riferisce al protagonista della storia, che oltretutto rimane ferito gravemente, ma ad un film che affronti questo tema in modo così superficiale come, aimè, sembra effettivamente fare Le avventure di un giovane. La stessa storia d’amore tra Nichols e Rosanna è narrativamente uno spreco, anche se forse è proprio la chiave di lettura per comprendere dove Ritt non sia riuscito a cogliere lo spirito dell’operazione. I due innamorati si sposano (posto che il sacramento si possa ritenersi celebrato visto che è interrotto proprio sul più bello) appena prima che la ragazza muoia per le ferite riportate: in questo senso è davvero uno spreco ma lo è consapevolmente già fin dal soggetto. In sostanza Nichols si ritrova vedovo senza aver goduto dell’amore della moglie e forse in questa mancanza di significato (un matrimonio che si esaurisce prima di essere consumato e di aver dato qualche frutto) c’era il senso della storia. Ma, a questo punto, l’impianto hollywoodiano dell’opera andava canalizzato meglio perché quello che rimane è sì un senso di vuoto ma non riferito alla vita del protagonista ma al cuore del film di Ritt.    







mercoledì 7 gennaio 2026

LA PATTUGLIA DELLE GIUBBE ROSSE

1779_LA PATTUGLIA DELLE GIUBBE ROSSE (Fort Vengeange), Stati Uniti 1953. Regia di Lesley Selander

Tra le infinità di etichette con cui si classificano i film, ce n’è una abbastanza curiosa che in Italia non ha mai goduto di particolare attenzione: i Mountie Film. Si tratta di una sorta di western che, al posto della frontiera statunitense, ha come ambientazione gli sterminati territori canadesi controllati dalle mitiche Giubbe Rosse, la North West Mounted Police. I Mountie Film ebbero un grande successo fino agli anni Venti del secolo scorso, soprattutto grazie a produzioni canadesi, per poi rallentare, grosso modo fino agli anni 40. L’uscita dell’hollywoodiano Giubbe Rosse [North West Mounted Police, Cecil B. DeMille, 1940] sancì una sorta di definizione delle caratteristiche distintive di questo sottogenere che, negli anni successivi, si consoliderà soprattutto grazie ad una serie di B-Movie che vedranno all’opera registi interessanti come Budd Boetticher e William Witney o celebrità come Gene Autry. Nella prima metà degli anni Cinquanta, la MGM e la Universal misero in cantiere un paio di film che avrebbero dovuto, nelle intenzioni, consacrare i Mountie film: la terza versione del musical Rose Marie [Rose Marie, Mervyn LeRoy, 1954] e Le Giubbe Rosse del Saskatchewan [Saskatchewan, Raoul Walsh, 1954]. Le cose non andarono come previsto ma probabilmente qualche effetto queste importanti operazioni lo causarono. Chissà, forse fu davvero il fermento intorno a queste due produzioni a generare un’intensa attività mirata a sfruttarne una sorta di «effetto traino» anticipato. Fatto sta che tra il 1952 e il 1953 uscirono una decina di Mountie Film: tra questi, La pattuglia delle Giubbe Rosse non è certo il più originale, anzi, tuttavia quello di Lesley Selander è un lungometraggio divertente e realizzato con cura dignitosa. Bisogna essere onesti: la vicenda raccontata ha davvero poco di realmente interessante da analizzare, tuttavia val la pena di farsene almeno un’idea. I fratelli statunitensi Ross, Dick (James Craig) e Carey (Keith Larsen), per evitare guai con la giustizia sconfinano in Canada dove si arruolano nelle Giubbe Rosse. Dick è il maggiore ed è più avveduto dei due, mentre Carey, già responsabile delle noie avute negli States, non perde l’occasione di creare problemi anche al di qua del confine. Tipo uccidere senza darsi troppo pensiero un indiano sioux, con il rischio di scatenare una mezza rivolta in tutto il Nordovest canadese. Toro Seduto (Michael Granger) e i suoi Sioux, dopo la vittoria ottenuta al Little Bighorn contro Custer, sono infatti dovuti emigrare in Canada per sfuggire alla rabbiosa replica delle «Giacche Azzurre». 

Qui si sono uniti ai pacifici Blackfoot del capo Crowfoot (Morris Ankrum), cercando ogni pretesto per organizzare congiuntamente una rivolta indiana. La figura di Toro Seduto è, nel La pattuglia delle Giubbe Rosse, descritta in modo molto negativo e poco aderente al vero perché, se è vero che il capo Sioux si oppose all’avanzata dei bianchi, non passò tuttavia alla Storia come un becero guerrafondaio. Ma, di certo, il film di Lesley Salander non ha alcuna pretesa storica, semmai è un tentativo di intrattenere il pubblico e, a livello metalinguistico, di ribadire le coordinate del sottogenere Mountie. È proprio questo l’aspetto più interessante del film, sebbene, per chiudere sulla Questione Indiana, va osservato come Crowfoot e i suoi Blackfoot, compensino, in una sorta di bilancio complessivo, con il loro pacifismo e la loro lealtà verso la Corona Britannica, la bellicosità dei loro ospiti Sioux. Anzi, in questo ambito, volendo, si può cogliere una specie di critica alla politica statunitense nei confronti dei nativi, laddove, in uno dei passaggi del film, le citate Giacche Azzurre offrono il loro supporto militare alle Giubbe Rosse che, gentilmente, declinano l’invito ritenendo l’opzione bellica non quella migliore per risolvere le dispute con gli indiani. Tuttavia, come detto, non è sotto il profilo politico o storico il luogo dove risiedono i motivi di interesse de La pattuglia delle Giubbe Rosse. Un motivo se non propriamente degno di rilievo quantomeno curioso, è il modo in cui Selander e lo sceneggiatore Daniel B. Ullman riprendano gli elementi di Giubbe Rosse di DeMille, pietra miliare del sottogenere Mountie, per rielaborarle nel loro racconto. Abbiamo il protagonista, una giubba rossa integerrima, Dick Ross che, fisicamente, ricorda il sergente Brett (Preston Foster) del film di DeMille; come il protagonista di questo lungometraggio, Dusty Rivers (Gary Cooper), Dick proviene dagli Stati Uniti; c’è anche in quest’occasione un fratello minore, in questo caso Carey, nell’altro era Ronnie (Robert Preston), che si macchia di una pesante infamia. Tra le analogie si può annotare anche il ruolo degli indiani con i capi Crowfoot e Big Bear (Walter Hampdem), leader dei Cree in Giubbe Rosse, che hanno grosso modo lo stesso atteggiamento di fronte ai propositi di rivolta, qui sobillati da Toro Seduto mentre nel precedente film da Jacques Corbeau (George Bancroft). 

Che, esattamente come il capo sioux, si trovava in Canada per sfuggire alla Legge degli Stati Uniti. In ultimo, si può osservare come l’unico personaggio femminile di rilievo de La pattuglia delle Giubbe Rosse, ovvero Bridget (Rita Moreno) si ricordi unicamente per la somiglianza con la Louvette interpretata da Paulette Godard nel film di DeMille. In buona sostanza, se si considera anche che la pellicola di Selander dura la miseria di 75 minuti, gli autori de La pattuglia delle Giubbe Rosse si sono limitate a rimescolare le carte del precedente Giubbe Rosse aggiungendovi davvero poco. Da un punto di vista autoriale la cosa è certamente deprimente, questo è innegabile, tuttavia nel cinema «di cassetta», come si diceva un tempo, quello che conta è il risultato. Al di là dell’effettivo riscontro al botteghino, di cui in sede di analisi importa davvero pochissimo e al massimo relativamente, la considerazione finale è un’altra. Evidentemente, quasi quindici anni dopo il film di DeMille, c’era chi riteneva, tra i produttori di Hollywood, che Giubbe Rosse potesse essere ancora una fonte di interesse –leggi guadagno– per attirare il pubblico. Al punto da ritenere che bastasse riprenderne gli elementi, shakerandoli soltanto un po’, per ottenere il risultato sperato. Quasi che il film del 1940 non fosse stato spremuto, sfruttato, sotto questo aspetto, in tutta la sua potenzialità. In effetti, tanto Giubbe Rosse di DeMille che tutto quanto il sottogenere Mountie rimasero e rimarranno sottovalutati quando spesso nemmeno presi in considerazione. E La pattuglia delle Giubbe Rosse, per quanto in modo indiretto, conferma quest’impressione e questo è l’elemento più significativo della pellicola di Selander. Troppo poco? Beh, nello specifico senz’altro, ma stimolare la curiosità è comunque un pregio da mettere a referto.     



domenica 4 gennaio 2026

IL CASO LAFARGE

1778_IL CASO LAFARGE , Italia 1973. Regia di Marco Leto

Se guardiamo a quel 1973, anche in ambito dei soli sceneggiati Rai, forse ci sono titoli che sono più interessanti, artisticamente parlando, de Il caso Lafarge; ad esempio, l’eccellente Nessuno deve sapere di Mario Landi o Esp del bravissimo Daniele D’Anza. Eppure, il racconto televisivo in quattro puntate di Marco Leto dedicato al primo esempio di giudizio di un tribunale in conseguenza a risultanze scientifiche della Storia è forse quello che risulta più attuale. È stupefacente come, già in quei primi anni Settanta, c’era chi si rendesse conto che, in ambito forense ma non solo, demandare tutto alla scienza non fosse una scelta troppo saggia; e Il caso Lafarge, perlomeno nella ricostruzione storica di Paolo Graldi e Paolo Pozzesi, lo dimostra chiaramente. Siamo a Glandier, nella campagna francese dell’Ottocento, Marie Chapelle (un’enigmatica Paola Pitagora, di notevole impatto scenico), nobildonna parigina, si è sposata con Charles Lafarge (Cesare Barbetti), credendolo un facoltoso proprietario terriero. In realtà, Lafarge, a cui non manca una certa intraprendenza, è un individuo goffo e impacciato, titolare di una fonderia sull’orlo del fallimento e residente in una dimora in rovina che, a Marie, aveva preventivamente spacciato per castello per convincerla a sposarlo. Charles non è il prototipo del maschio alfa: oltre a non saperci fare con la novella sposa in quelli che sono i suoi doveri più intimi e delicati, è anche in un qualche modo succube delle donne di casa, la dispotica madre, Madame Lafarge (Evy Maltagliati) e l’infida sorella Amena (Claudia Caminito). Gli autori non svelano del tutto le carte, sebbene non sia il mistero su chi sia l’assassino il vero fulcro «giallo» della vicenda: in ogni caso, è abbastanza chiaro che, almeno secondo lo sceneggiato Rai, gli assassini di Charles Lafarge furono in concorso la sorella Amena, suo marito Monsieur Buffiere (Gianfranco Barra) e il suo amante Monsieur Magnaux (Sergio Reggi). Il movente di questo storico omicidio sarebbe da ricercare nel fatto che anche Magnaux e Buffiere fossero proprietari di una fonderia, in sostanziale concorrenza con quella di Lafarge e in crisi allo stesso modo, ma questi aveva appena registrato un brevetto che avrebbe potuto risolvere la situazione. Nel racconto filmico vediamo in effetti Buffiere chiedere vanamente a Lafarge, prima che la salute del cognato peggiori, di condividere il brevetto, associando le due fonderie nel tentativo di superare le difficoltà economiche; nel contempo sua moglie, complottando con l’amante, il sordido Magnaux, prepara un’altra via per arrivare a mettere le mani su fonderia e brevetto dell’ingenuo fratello. Il piano prevede l’avvelenamento con il cianuro, facendo ricadere la colpa sulla moglie di Lafarge che aveva manifestato una certa delusione quando si era resa conto di quali erano le reali condizioni economiche del marito. Charles Lafarge finirà quindi ucciso e, dopo una serie di analisi tossicologiche che fecero epoca, la verità processuale stabilirà che fu avvelenato. Questo è il motivo per cui il «caso Lafarge» passò alla Storia, è infatti comunemente ritenuto il primo processo deciso dalla Tossicologia Forense: la scienza cominciò quindi allora ad ergersi come arbitro supremo nelle contese giudiziarie. Sul fronte processuale, il procuratore Chalandon (Franco Graziosi) è un ottuso mastino che non molla la presa e non palesa mai alcun dubbio ma peggio di lui fanno gli scienziati, il professor Orfila (Mario Maranzana) in testa. Se il procuratore ha almeno un comportamento sobrio, Orfila si atteggia da vero e proprio santone, lasciando quindi intendere che la scienza sia ormai divenuta una vera e propria religione e il «caso Lafarge» il suo anno zero, perlomeno nelle aule di tribunale. Apparentemente, la regia di Marco Leto, sfrutta la stesura di Graldi e Pozzesi, la scenografia, la ricostruzione ambientale, per restituirci un quadro efficace di un’epoca del nostro passato nemmeno troppo remoto. In un certo senso lo sceneggiato può essere il racconto della consacrazione di una nuova era, quella scientifica, allorché anche nelle polverose e conservatrici aule dei tribunali fece il suo ingresso in pompa magna questa nuova dottrina ritenuta infallibile. In realtà, con una sorprendente capacità di intuire il futuro fin da quel 1974, gli autori tratteggiarono nitidamente già al tempo il vero motivo della quotidiana incapacità di amministrare la Giustizia da parte dei tribunali. La cieca e ottusa fiducia nelle risultanze scientifiche ha finito per far dimenticare l’uso dell’intelletto e della ragione, della capacità deduttiva atta a contestualizzare i dati emersi dal laboratorio. Ne Il caso Lafarge –nello splendido e avvincente dibattimento in tribunale, dove fa un figurone la verve di Alessandro Sperlì nel ruolo dell’avvocato Paillet, uno dei difensori di Marie– si discute animatamente, tra colpi di scena e contro-colpi di scena ripetuti, sul fatto se Charles Lafarge fosse stato avvelenato o meno. Le famose indagini tossicologiche del racconto filmico vertono infatti sulla presenza o meno di cianuro nel cadavere dell’uomo e solo grazie alle nuove tecniche di Orfila è possibile stabilire la verità. Ma, concentrandosi unicamente sulla querelle scientifica –il cianuro era presente o no?– gli inquirenti persero di vista il problema principale, ovvero chi avesse messo il veleno nel cibo di Lafarge. Questo aspetto dell’indagine è infatti trascurato: basta infatti un mezzo sospetto per far convergere l’attenzione su Marie, e questo rende irrisoria la difficoltà dell’attività di depistaggio dei veri colpevoli. Quindi, riassumendo: colpevoli che apparecchiano i sospetti per incolpare qualcun altro al loro posto, inquirenti non particolarmente acuti che si concentrano solo su questioni scientifiche e, risolte le quali, si accaniscono sul malcapitato finito sotto indagine, anche contro ogni evidente contraddizione del lacunoso quadro accusatorio. Vi ricorda qualche esempio della recente, o relativamente recente, attività giudiziaria nel Belpaese? Bene –si fa per dire– ora sappiamo che le tante sentenze che destano perplessità, eufemisticamente parlando, non sono una novità dei tempi recenti.