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venerdì 27 febbraio 2026

IL GIOVANE HITLER

1786_IL GIOVANE HITLER (Hitler: The Rise of Evil), Canada, Stati Uniti, 2003. Regia di Christian Duguay

Ricostruzione tutto sommato abbastanza credibile della prima fase della vita del dittatore nazista, Il giovane Hitler di Christian Duguay è un prodotto televisivo più che dignitoso. In America la fiction per il piccolo schermo gode di ottima salute e l’argomento, l’ascesa di Hitler al potere, ha sempre un notevole fascino e quindi il risultato non può che arrivare di conseguenza. Al netto di qualche passaggio un po’ enfatizzato,  ma visto il tema non è nemmeno un limite grave, Il giovane Hitler è avvincente dal primo all’ultimo minuto. La recitazione è professionale e di ottimo livello, come si conviene ad un prodotto d’oltre oceano. A partire da Robert Carlyle, nei panni di un Hitler teso come una corda di violino, ma di in gran spolvero anche le prestazioni di Liev Schreiber (Hanfstaengl, imprenditore tedesco), Matthew Modine (Fritz Michael Gerlinch, giornalista, unico o quasi, ad opporsi all’ascesa del Führer) e Julianna Margulies (Helene Hanfstaeng), come del resto prevedibile visto il curriculum di questi attori. Centrati anche tutti gli altri personaggi: Göring, Goebbels, Hess; funzionale, ma anche evidente motivo di orgoglio per la produzione, la presenza di un attore del calibro di Peter O’Toole nei panni del monumento patriottico tedesco Paul von Hindenburg, ex generale e uomo politico di assoluto prestigio. Insomma, nell’ottica di una ricostruzione storica unita alle necessità d’intrattenimento, si tratta di un’operazione di buon livello. C’è qualche imprecisione ma in generale niente di imperdonabile; è pur sempre un testo divulgativo e non un trattato storico rigoroso. C’è anche una sorta di morale della favola o, se vogliamo stare più attinenti, morale della Storia, visto che si tratta di avvenimenti reali e ancora assolutamente attuali. In questo senso il regista mostra la presunta citazione di Edmund Burke (1729-1797) “La sola cosa necessaria affinché il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano nulla”. Al netto sulla sua discussa paternità, la frase, se è presa per quello che è in sé stessa, può essere intesa come uno sprone agli uomini dai valori positivi a darsi da fare e quindi è certamente condivisibile. Ma se viene posta a corredo in un film che narra dell’ascesa di Hitler nella Germania dell’epoca, qualche dubbio sulla sua attinenza può venire. Perché nel film, uno dei pochi ‘uomini buoni’ , ovvero il giornalista Gerlinch, si dà anche troppo da fare, facendo una brutta fine. Il fatto è, appunto, che i citati uomini buoni sono troppo pochi, nella Germania del primo dopoguerra; almeno da quella mostrata nel film che, come detto, è nel complesso abbastanza credibile. Quello che, da un punto di vista americano anche comprensibilmente, con Il giovane Hitler si cerca di dire è che le forze positive del paese abbiano girato la testa dall’altra parte, abbiano finto di non vedere, permettendo al Nazismo di prendere il potere. 

Ma è una tesi frutto di un sistema che cerca di difendersi dalle critiche che dovrebbe invece fare proprie, prendendo come lezione utile quello che è successo in Germania a quel tempo. Infatti, nel 1932, alle elezioni quello nazista divenne il partito di maggioranza relativa: elezioni democratiche che diedero un risultato che può avere una serie di motivazioni ma che non può comunque essere derubricato semplicemente al fatto che ‘gli uomini buoni non hanno fatto nulla’. Così come in Italia, nel 1924, alle elezioni in cui stravinse la Lista Nazionale capeggiata da Benito Mussolini, il punto chiave di questi passaggi epocali fu l’adesione a questi movimenti da parte della maggioranza della popolazione. Di uomini buoni, in Germania nel 1934 ce n’erano, ma non erano la maggioranza, tutto qui. La maggioranza era con Hitler; maggioranza relativa (almeno in principio), certo, ma questo è un altro punto discutibile, o almeno su cui interrogarsi, di molte forme di democrazia che, per poter funzionare, consentono la guida del paese ad una minoranza (la maggioranza relativa quello è, la minoranza più numerosa in un panorama di sole minoranze). Il problema del consenso di Hitler non fu che i suoi oppositori non fecero abbastanza, ma che ne aveva troppo pochi. Il Führer, nella sua follia, era l’incarnazione di secoli di cultura della violenza, della prevaricazione, dell’autoritarismo: e non fu probabilmente un caso che bastarono una manciata di anni di regime democratico perché il fenomeno del Nazismo, che coagulava intorno a Hitler questi sentimenti largamente diffusi, esplodesse in tutta la sua virulenza. Il potere monarchico, l’imperatore, l’apparato nobiliare, oltre ad aver creato questo magma ideologico, fungevano anche da coperchio, mantenendo compressi quei moti che covavano nella pancia della nazione, tenendoli a bada con il giogo del loro dominio, lasciandogli sfogo nelle perenni guerre che al tempo stesso li alimentavano. Il sistema democratico mise semplicemente in luce la vera natura delle cose. Insomma, parafrasando la citazione riportata nel film: in democrazia ‘la sola cosa necessaria affinché il male trionfi è che gli uomini cattivi siano in maggioranza’. Anche solo relativa.   

martedì 24 febbraio 2026

IL GIOVANE MUSSOLINI

1785_IL GIOVANE MUSSOLINI , Italia, Rep. Ceca, Germania, Spagna, 1993. Regia di Gianluigi Calderone 

Dopo la prima mezzora di visione, può sorgere il dubbio che Il Giovane Mussolini di Gianluigi Calderone sia uno sceneggiato televisivo dedicato alle prime prestazioni sessuali del futuro Duce d’Italia. Del resto Antonio Banderas, chiamato ad interpretare Mussolini, potrebbe anche sembrare adeguato a questo scopo; e poi è previsto anche l’arrivo di Claudia Koll, a quel tempo nota soprattutto per il ruolo scollacciato in Così fan tutte (1992, di Tinto Brass). Ma si tratta una falsa pista, forse una sorta di pegno da pagare da Calderone ai canali televisivi produttori (tra cui l’italiana Rai Due, in genere sempre meno casta della sorella maggiore Rai Uno), e di cui il regista si libera appunto presto. Impressioni, certo, ma in seguito, e ci saranno altre tre ore di filmato, Il Giovane Mussolini eviterà ogni riferimento pruriginoso e anche quando Donna Rachele (interpretata da una castissima Koll) sembrerà lamentarsi di essere trascurata dal marito Benito la cosa non avrà alcuno sviluppo. Il film, quindi, finisce per rispettare pienamente le aspettative che promette, perché la figura di Mussolini da giovane è indagata proprio nel suo aspetto più interessante: la sua formazione caratteriale e, soprattutto, politica. E, visto che in apertura ne abbiamo in qualche modo messo in dubbio l’efficacia, bisogna anche sottolineare l’interpretazione di Banderas che riesce ad essere convincente e credibile. Il futuro Duce comincia la sua carriera politica nel Partito Socialista di cui è convinto attivista; le sue idee sembrano davvero aderire al movimento rivoluzionario dell’epoca. Dotato di una notevole ambizione personale, non ha però grandissime doti di leadership così come, se è un ottimo giornalista dalla spiccata verve polemica spesso strumentale, non possiede una cifra autoriale di grande livello. I suoi discorsi non incantano per i contenuti e, volendo vedere, nemmeno tanto per la retorica; possiede però l’innata capacità di cogliere l’attimo, di dire esattamente quello che la gente vuole sentirsi dire in quel momento. A fare da cartina tornasole di ciò è la questione legata all’intervento dell’Italia nella Grande Guerra: Mussolini è ideologicamente assolutamente contrario. Lo è per presunto pensiero ideologico e anche perché proprio su una manifestazione contro la guerra, quella contro la guerra in Libia del 1911, aveva sfruttato in modo mirabile la situazione per affermarsi sul panorama politico nazionale. 

A sorpresa, affiancandosi apertamente al suo nemico storico, il repubblicano Pietro Nenni (Luca Zingaretti), era riuscito a riscattare la sua traballante figura politica dando prova di quello che era forse il suo più grande talento, l’opportunismo storico. Nel 1915 c’è chi prospetta un nuovo intervento bellico italiano, questa volta nella Prima Guerra Mondiale: Mussolini, che aveva saldamente assunto il comodo ruolo di direttore dell’Avanti, il quotidiano del Partito Socialista, è decisamente contrario alla partecipazione al conflitto. Ma, stimolato e istigato da un articolo di Massimo Rocca (Franco Castellano) su Il Resto del Carlino, che lo definisce Uomo di paglia criticandone in sostanza il doppiogiochismo, Mussolini comprende non tanto che si stava sbagliando ma che la posizione politicamente vincente è diversa da quella tenuta di non interventismo e si inventa una formula, la neutralità attiva e operante, emblematica del suo modo di intendere la politica. Dietro l’evidente contraddizione di termini, Mussolini nasconde il suo tentativo di cambiare clamorosamente schieramento in modo discreto, senza ammettere un voltafaccia che lederebbe la sua figura pubblica di personaggio coerente a sé stesso. Lo scontro col Partito Socialista è inevitabile visto che ideologicamente gli uomini del movimento sono e restano contrari alla guerra. Mussolini ha però i suoi assi nella manica: da una parte ha raccolto l’amo gettato da Filippo Naldi (Andrea Giordana) direttore di quel Il Resto del Carlino che l’aveva stuzzicato con l’articolo di Rocca ed ora riesce ad ottenere da questi finanziamenti per fondare il suo giornale, Il Popolo d’Italia. Che, già dalla testata, è già una bella piroletta ideologica per chi era stato fin lì direttore de l’Avanti che era il portabandiera dell’internazionalismo socialista. Ma, contemporaneamente, si reca in Svizzera per ottenere altri fondi finanziari dai francesi che premono per un intervento militare dell’Italia a fianco della Triplice Intesa, sconfessando quindi quella Triplice Alleanza che legava il belpaese allo schieramento avverso. Che sia stato proprio Mussolini uno degli artefici di questo clamoroso voltafaccia, l’Italia in effetti entrerà in guerra contro quelli che erano i suoi alleati, rientra pienamente nel suo più vero e profondo credo politico: l’opportunismo.    





sabato 21 febbraio 2026

IL TRENO DI LENIN

1784_IL TRENO DI LENIN , Italia, 1988. Regia di Damiano Damiani

Il trasferimento di Lenin da Zurigo, dove era in esilio, a Pietrogrado, nella primavera del 1917, fu uno degli eventi chiave della Prima Guerra Mondiale. Accelerò, infatti, l’uscita della Russia dal conflitto permettendo all’Impero tedesco di concentrare i suoi sforzi sul fronte occidentale e, in parte, anche su quello italiano. E, in effetti, il viaggio in treno del leader bolscevico che attraversò mezza Europa fu organizzato proprio dai tedeschi. Da un punto di visto storico la cosa è certamente molto interessante, perché l’Impero tedesco avrebbe avuto da temere da un successo politico di Lenin in patria, essendo il socialismo molto diffuso anche in Germania dove poteva contare sul malcontento della popolazione, affamata e mandata in miseria dalla guerra. Ma, evidentemente, al comando tedesco avevano problemi più urgenti da risolvere come, ad esempio, l’intervento americano nel conflitto. Questo gioco ad incastri di natura geopolitica è però legato ad ipotesi e congetture sulle conseguenze delle scelte operate: materiale interessante, come detto, ma ben poco cinematografico. E’ quindi una sfida notevole quella che la Rai (in collaborazione con Taurus Film e alcune televisioni europee) decide di intraprendere: una miniserie televisiva in due episodi, 200 minuti in tutto, per raccontare un viaggio in cui, di azione, ce ne sarà ben poca. Il risultato finale è notevole. Il primo colpo da maestro, per la riuscita dell’operazione, è l’ingaggio del regista Damiano Damiani. Il cineasta friulano aveva alle spalle un’ottima carriera cinematografica, dove aveva affermato una sua precisa linea poetica. I suoi testi più rinomati erano legati a temi di scottante attualità in un tempo, quello degli anni di piombo, non certo semplice da gestire: i film d’inchiesta, i suoi gialli politicamente impegnati, sono tra i passaggi rilevanti del cinema italiano del periodo. Ma Damiani se l’era cavata egregiamente anche adattando romanzi o col cinema di genere più puro, riuscendo, nel caso dello spaghetti western Quién sabe? (1966), ad inserirvi una traccia politica in modo coerente. Insomma, quello che, nel 1984 viene chiamato dalla tv di stato a dirigere la serie epocale La Piovra è un autore completo e autorevole. La carriera di Damiani è al suo apice e da lì non potrà che calare ma, nel 1988, l’autore torna a lavorare per la televisione e ritrova lo smalto migliore. Il treno di Lenin è infatti, pur con le difficoltà insite nella natura del testo, un film appassionante e avvincete. La prima parte verte sulle concitate manovre per organizzare un’operazione così atipica: i colloqui tra gli intermediari e i comandi tedeschi si susseguono serrati e danno ritmo ad una narrazione fatta esclusivamente di relazioni e accordi da trovare. In sostanza, la tattica del rimpallo tra i vari incontri preparatori regge fino ad un certo punto, poi comincerebbe a mostrare la corda. 

E qui che la produzione cala i suoi assi: entrano infatti in gioco gli interpreti principali, su cui svetta Ben Kingsley (nei panni di un credibilissimo Lenin), già premio Oscar per il ruolo di protagonista in Gandhi (di Richard Attenborough, 1982). Kinsley ha l’esperienza e il carisma per interpretare un ruolo importante come quello di Lenin sobbarcandosi, con i primi piani, gli sguardi e anche la semplice presenza, una buona fetta della riuscita dell’opera. Se al centro della scena c’è una personalità storica del calibro del leader bolscevico è fondamentale avere un interprete che lo rappresenti in modo fedele, perché vedere Lenin, praticamente dal vivo, rende lo spettacolo appagante e interessante già solo per quello. Tuttavia è felicissima anche la scelta del resto del cast, in particolare delle due figure femminili della vicenda. Innanzitutto va detto che né Nadežda Krupskaja né Inessa Armand, e tantomeno gli altri personaggi della storia, hanno una fama minimamente paragonabile a quella di Lenin. Quindi è opportuna la scelta di interpreti che non infastidiscano la leadership di Kingsley: Leslie Caron, nel ruolo della moglie Nadežda, Dominique Sanda, in quello dell’amante Inessa, sono chiamate ad imbastire con il protagonista un ménage a trois adatto alle esigenze televisive. Intendiamoci, da buon esempio di sceneggiato Rai da prima serata, ne Il treno di Lenin non ci sono situazioni piccanti; ma la velata tresca tra Lenin e Inessa provoca brusii e voci sul treno, tra gli esuli rimpatriati, che ben rappresentano la tipica curiosità italiana per il gossip. Magistrale, in questo, la classe di Leslie Caron, ad interpretare il ruolo della donna messa da parte a fronte della giovinezza dell’amante. Da sottolineare che l’ex ballerina nel 1988 aveva 57 anni, ben 17 in più della rivale; tanto per farsi un’idea, nel 1951 quando Leslie esordiva al cinema, col botto, nel ruolo da protagonista di Un americano a Parigi (di Vincente Minnelli), la Sanda aveva tre anni. La muta sofferenza di Nadežda, che sopporta stoicamente una situazione davvero poco lusinghiera, è uno dei cardini su cui poggia la narrazione negli inevitabili momenti di stanca di un viaggio in cui, da un punto di vista dell’intreccio, succede poco. E la Caron, in realtà ancora meravigliosa anche al tempo, riesce a fornire la prestazione credibile di una donna ormai sfiorita e che mai si era sentita davvero bella. Brava anche la Sanda in un ruolo più semplice ma adatto alla sua avvenenza, era un’indossatrice, condita da una bellezza vagamente sofferta. E’ una scelta felice, quella di puntare su una buona consistenza della traccia sentimentale, sebbene rimanga tutta sottesa, (e qui è notevole la mano del regista), perché risponde sia alle esigenze narrative in senso più generale, dando un  po’ di corpo alla storia, sia a quelle di offrire uno spettacolo interessante per il pubblico televisivo. Per altro il contesto storico è sviluppato con notevole professionalità e il rigore è adeguato ad un momento storico memorabile. Le scelte narrative sono ben ponderate ed equilibrate, si prendano i due ufficiali tedeschi che accompagnano il convoglio come esempio: opportunisticamente calcolato e comprensivo Von Planetz (Günther Maria Halmer), fanatico e un po’ fuori controllo Von Buhring (Robin McCallum). L’insieme di questo affresco dà luogo ad un film pregevole: l’evento poco conosciuto ma cruciale, la precisa ricostruzione storica, la presenza di una figura carismatica come Lenin, il cast ben assemblato, i dettagli puntuali, come la linea di gesso tracciata nel corridoio del treno che demarca l’estraterritorialità, l’ambientazione claustrofobica, la capacità di dare ritmo di Damiani e non ultima, l’efficace musica.
Quando la televisione faceva cinema.
    






mercoledì 18 febbraio 2026

SANDOKAN - NEL CUORE DELLA GIUNGLA

1783_SANDOKAN - NEL CUORE DELLA GIUNGLA , Italia, Francia 2025. Regia di Luca Bernabei e Nicola Abbatangelo

Ultimo dei due episodi della prima stagione diretto da Nicola Abbatangelo, Nel cuore della giungla conferma il trend positivo della serie. Tra Sandokan e Marianna ormai è evidente che ci sia del tenero ma il pirata si rivela uomo di parola: ha intenzione di liberare la giovane inglese dal momento che suo padre, il console, ha pagato il riscatto. Alanah Bloor, l’attrice che interpreta Marianna, è brava a lasciare giusto una traccia della delusione del suo personaggio nell’apprendere che sta per essere lasciata andare. Questo dovrebbe, in teoria, renderla felice, ma è ovvio che il rischio concreto che la sua storia con Sandokan possa essere ai titoli di coda non è che la solletichi troppo. Il pirata, da parte sua, sembra non curarsene troppo, con Can Yaman che ormai è entrato bene nel ruolo e recita con scioltezza. La Tigre della Malesia, sul momento, sembra più concentrato a risolvere la questione dei suoi genitori che, come detto, erano Dayak, la stessa tribù di Sani. La quale, con questa svolta nell’atteggiamento di Sandokan, torna ora a sperare che sia davvero l’uomo della profezia, come sostenuto da Lamai (Thoma Chaanhing). Questi era un importante esponente della tribù Dayak e, prima di morire, aveva riconosciuto l’amuleto al collo di Sandokan e compreso che si trattasse dell’uomo che avrebbe guidato il suo popolo alla libertà. Ora che si era scoperto che il pirata era stato adottato ed era di sangue dayak, la cosa acquistava credibilità. Giunti a Sarawak, Sandokan, Suni e Marianna sbarcano: l’intenzione della Tigre della Malesia è lasciare la ragazza inglese vicino alle miniere controllate dal Sultano Muda Hashim, in teoria interessato al recupero della figlia del console. In realtà il Sultano ha intenzione di eliminarla, in quanto pericoloso testimone, ma questo Sandokan non può saperlo; in ogni caso, il pirata e le due ragazze non fanno tempo ad entrare nella giungla che vengono catturati dai ferocissimi Dayak, che sembrano avere un diavolo per capello. Suni si fa riconoscere e spiega la situazione; oltretutto il capo del villaggio è il padre di Lamai, tuttavia le cose non vanno del tutto lisce. Alla fine Sandokan riesce a convincere i Dayak a dargli una possibilità e la sua richiesta viene in qualche modo accolta: ma per dimostrare di essere davvero un membro della tribù, dovrà superare la prova del cobra gigante. I Dayak, infatti, assumono nel tempo piccole dosi di veleno, finendo per divenirne immuni; Sandokan, che ora comincia a ricordare il suo passato di bambino sull’isola, non ha mai fatto ciò, pertanto il morso del serpente gli sarebbe fatale. Alla fine di un bell’episodio concitato la Tigre della Malesia se la cava, pur se malandato dal veleno del gigantesco rettile e Marianna lo assiste amorevolmente o quasi: ormai la loro storia è pronta a divampare. Yanez e gli altri pirati, che avevano in programma di andare a spassarsela coi soldi del riscatto, hanno invece seguito Sandokan e si sono ora ricongiunti a lui. Ma non bisogna scordare Brooke e il sergente Murray che non hanno mollato la ricerca di Marianna; sono ancora indietro, ma adesso hanno almeno un vantaggio: sanno di avere nel Sultano Muda Hashin un nemico e non un alleato.  Insomma, la trama si srotola bene e tutto è pronto per il proseguo della serie: piccolo particolare, al momento Sandokan, per effetto del veleno del cobra, è cieco.         



domenica 15 febbraio 2026

GLORY TO THE HEROES

1792 GLORY TO THE HEROES Francia, Ucraina 2023. Regia di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel  

Nell’originale francese, andato in onda su France 2 nel novembre del 2023, il terzo capitolo filmico sulla guerra in Ucraina di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel, si intitolava L’Ucraine au cœur, l’Ucraina a cuore. Per l’edizione internazionale, adottata anche in Italia, si è scelto Glory to the Heroes, gloria agli eroi, un termine certamente azzeccato se consideriamo il contenuto del nuovo documentario di Lévy. Ma che evidenzia un altro significato, che forse è anche quello più importante. Nei suoi tre film dedicati alla guerra russo-ucraina, il filosofo francese si è subito schierato dalla parte di Kyiv, apertamente ed esplicitamente. Il secondo documentario di quella che, almeno per ora, sembra una trilogia a tema, si intitola Slavia Ukraini, ovvero gloria all’Ucraina, che è la prima parte del saluto nazionale che ha più di cent’anni ma che sta furoreggiando nel Paese da quando è cominciato il tentativo dei filorussi di divere l’integrità della nazione. Quando si ode uno Slava Ukraini, gli ucraini rispondono prontamente Heroiam Slava, che significa appunto «gloria agli eroi», ovvero il titolo di questo nuovo documentario della coppia Lévy – Roussel. Questo terzo documentario ricalca quindi i film precedenti dando forse più spazio alla componente bellica, presentandosi come una sorta di diario di guerra. Le qualità sono le sempre le stesse, è indiscutibile che Lévy ci metta sempre la faccia e metta a repentaglio la sua vita per raccontare quello che gli sta a cuore; chi lo trova insopportabile per la sua vena autocompiaciuta, avrà di che lagnarsi anche in questa circostanza, ma l’impressione, per questi severi critici, è che stiano guardando il dito anziché la Luna. L’attenzione che il filosofo presta agli stranieri impiegati al fianco degli ucraini come volontari, lascia intendere come Lévy voglia ricordare all’Europa e al mondo occidentale che questa è una guerra contro la tirannia. E non è la guerra dell’Ucraina ma la guerra del mondo libero che viene combattuta dalla sola Ucraina. Difficile dargli torto.      



 

 LA STUDENTESSA E L'ORSO è uno studio sulla guerra russo-ucraina attraverso il cinema. 

giovedì 12 febbraio 2026

SLAVA UKRAINI

1791_SLAVA UKRAINI Francia, Ucraina 2023. Regia di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel 

Per quanto può suonare strano, trattandosi di un documentario, Slava Ukraini è di fatto il sequel del precedente film sull’argomento di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel, Pourque l’Ukraine. In questo caso, il secondo capitolo non è stato però indotto dal successo del primo, ma dal fatto che la guerra in Ucraina, anziché avviarsi verso una conclusione, si è ulteriormente incancrenita. E le prospettive non sembrano affatto rosee: Putin, dopo aver fallito la sua moderna versione della Blizkrieg, la guerra lampo di nazista memoria, e non essere riuscito a far capitolare Kyiv in pochi giorni, sembra poter gradire il cronicizzarsi della situazione instabile. Per far questo, e mantenere uno stato di tensione perenne che gli garantisca il mantenimento del potere, ha bisogno che la comunità internazionale si adegui ai suoi piani. Un rischio molto concreto, visto che l’occidente sembra essere in una condizione a metà tra lo spaventato dalle minacce di un’escalation atomica, che il Cremlino agita ad arte con sempre più frequenza, e l’essersi abituato, se non addirittura annoiato –sì, proprio annoiato– per vie delle perpetue tragiche notizie che arrivano quotidianamente dal fronte di guerra ucraino. Lo scopo dichiarato di Bernard-Henri Lévy è proprio scongiurare che un oblio di comodo scenda sul teatro di guerra che sta insanguinando ancora, in questo terzo millennio, l’Europa. Slava Ukraini riprende quindi dove si interrompeva Pourque l’Ukraine, seguendo i ripetuti viaggi del filosofo francese lungo il fronte di guerra, per un reportage non particolarmente raffinato ma certamente esplicito e inequivocabile, a costo di essere perfino duro in qualche passaggio. Considerato i lodevoli intenti di Lévy, passano in secondo piano le critiche che qualcuno ha mosso all’autore, sempre piuttosto vistoso nel suo muoversi sulla scena. Il suo peregrinare è capillare, ben documentato da mappe che aggiornano i suoi spostamenti, e gli scenari e le persone che l’intellettuale francese incontra sono diversi e sorprendenti. La donna che prepara il borsch, una minestra tipica ucraina, sul fuoco in cortile, o un’altra che mostra il suo appartamento devastato, con la sedia posta in bagno, sulla quale ha passato la notte, senza più vetri alle finestre, col clima non certo mite dell’Ucraina. A Kherson, da poco liberata, la gente si affolla in piazza, per caricare gli smartphone ad alcuni alimentatori posti appositamente: la speranza è che qualcuno dei tanti dispersi possa venire rintracciato. Ma le ambientazioni sono molteplici e diverse, con il filosofo che riesce perfino ad aggregarsi alle truppe militari, per quanto la cosa possa essere piuttosto sorprendente. Il commento di Lévy è sempre un elemento divisivo: se ha un indiscusso valore il suo essere esplicito, senza paura di accusare facendo nomi e cognomi, se ritiene sia la cosa giusta da fare, spesso esagera nell’enfatizzazione retoricamente poetica delle sue definizioni. Prendere o lasciare: i documentari di Bernard-Henri Lévy mostrano realtà spesso scomode, ma l’ingombrante figura del filosofo francese è parte del pacchetto completo. Slava Ukraini è comunque da prendere.


 

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lunedì 9 febbraio 2026

POURQUOI L’UKRAINE

1790_POURQUOI L'UKRAINE Francia, 2022. Regia di Bernard-Henri Lévy e Marc Riussel

Al di là delle opinioni personali che si possono avere sul conto del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, il suo documentario Pourquoi l’Ukraine mette a segno alcuni passaggi indispensabili nella comprensione della guerra russo-ucraina. Il film, di cui l’intellettuale è coregista insieme a Marc Roussel, uscì nel giugno 2022, poco più di tre mesi dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale voluta da Putin, è particolarmente ben costruito e chiaro nella scansione degli eventi. L’aspetto più interessante è che Lévy, ripartendo, giustamente, dai fatti di Euromaidan, può sfilarsi un asso dalla manica che aiuta non poco a dipanare la questione. Lévy, in quei tumultuosi giorni ucraini delle proteste di Piazza Indipendenza, era presente, chiamato direttamente sul palco, e può quindi portare testimonianza diretta, oltretutto corredata da ripresa video. Già la definizione che dà nel commento a Pourquoi l’Ukraine, a proposito delle proteste di Maidan è particolarmente ficcante: “Un mix tra il Maggio 1968 e la Presa della Bastiglia”. In effetti, il morbido commento a corredo di Pourquoi l’Ukraine è particolarmente puntuale, del resto Lévy è uno scrittore. Ma sono le sue parole dell’epoca, dette al microfono davanti alla folla dei manifestanti ucraini, a gelare il sangue delle vene: “Noi europei sappiamo che il destino dell’Europa si gioca qui, a Maidan!”. Questo, quando al tempo, spesso si sentiva parlare di Euromaidan come di un moto di protesta locale e inerente alla sola Ucraina. Anche perché, la Comunità Europea, che in Italia come altrove è spesso intesa come sinonimo di Europa, nel 2014 aveva l’indice di popolarità già ai minimi storici. Pertanto, il suo destino non era particolarmente a cuore dei cittadini italiani, situazione che oggi potrebbe anche essere cambiata, ma eventualmente non certo in meglio. In ogni caso, è evidente che Lévy avesse intuito la crucialità del momento. Tant’è che, nelle parole successive, è perfino più esplicito: “Lascerò Kyiv con il cuore che sanguina perché so che il peggio è possibile”. È qui che il freddo ci corre davvero lungo la schiena, quasi un brivido di hitchcockiana memoria, sapendo ormai, con assoluta certezza, la tragedia che ci avrebbe atteso. L’intellettuale francese era consapevole dell’enorme rischio, sin già dal febbraio 2014, ovvero che Putin non si sarebbe limitato ad un appoggio alle milizie filorusse ma sarebbe intervenuto direttamente. E se Lévy lo sapeva, al punto di parlarne in pubblico, il dubbio che non si sia fatto abbastanza per evitare la catastrofe, a livello internazionale, è quantomeno lecito. Una catastrofe di cui Pourquoi l’Ukraine fornisce un quadro piuttosto nitido ed esplicito. Ci sono le immagini della distruzione insensata lasciata dagli aggressori a Buča e Irpin, del massacro di Kramatorsk e poi Mariupol’, con la tragica vicenda dell’Azovstal. Lévy è sempre presente, inizialmente nel suo elegante cappotto nero, poi, man mano che si addentra nella zona di guerra, passa ad abiti più consoni, tuttavia il suo non sembra un presenzialismo narcisista o fine a sé stesso. Parla con tutti i principali attori politici, da Zelensky a Porošenko alla Tymošenko, ma riesce a contattare anche Ilya Samoilenko, assediato, senza speranza di cavarsela, con il suo Reggimento Azov dentro le citate acciaierie Azovstal in Mariupol. Lévy è certamente un artista eclettico, filosofo, saggista e giornalista, recita la sua biografia, e sa che se un’immagine vale mille parole –e infatti sta appunto dirigendo un film– ma sa anche che l’uso di queste è cruciale al fine di far arrivare il messaggio. Pourquoi l’Ukraine è punteggiato da frasi ad effetto che si alternano a scene o a concetti che lasciano il segno. Dalla risposta di Zelenski a Biden che gli offriva una via di fuga, “Ho bisogno di munizioni, non di un taxi”, alla definizione di Mariupol’, “La Guernica ucraina” nel commento del film, come detto, opera dello stesso Lévy. Poi l’esplicita accusa ai militari russi protagonisti dei crimini di Bucha e Irpin, “Un esercito di codardi che si è vendicato contro i civili” per l’indomita resistenza delle truppe ucraine, al pesante rimprovero per Stati Uniti ed Europa, rei di assistere muti e inermi “All’apocalisse diffuso in Tv come una telenovela”. Ma anche il rispetto per l’attenzione tutta ucraina per i caduti in battaglia, un’altra forma di resistenza all’aggressore, secondo l’intellettuale francese, e un pizzico di speranza, coi bambini che, per gioco, inscenano un posto di blocco e fermano le auto proprio come dei veri militari. Ironia se n’è vede tutto sommato poca, anche perché lo stesso presidente ucraino, ex attore comico, conferma che non è esattamente il momento. In questo terreno il campo è lasciato agli invasori che, su un muro di Bucha, simbolo assoluto dell’inumana, spietata e criminale aggressione, hanno lasciato un murales che è firma emblematica del loro rispetto per la vita umana: “Dalla Russia con amore”.     


 

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