1799_ SAN FRANCISCO INTERNATIONAL, Stati Uniti, 1970. Regia di John Llewellyn Moxey

Con l’arrivo degli anni 70, la televisione americana aveva
rapidamente preso l’abitudine di realizzare film direttamente per il piccolo
schermo. Nella primavera del 1970, la Universal aveva avuto un grande riscontro
con il film Airport, che sfruttava tanto la celebrazione per la
modernità, di cui l’aeroplano era uno dei maggiori simboli, quanto l’atavico
terrore di volare, per un mix perfetto dal punto di vista narrativo. I
produttori dello studio pensarono quindi di mettere in cantiere una serie
televisiva ambientata nell’aeroporto Internazionale San Francisco. Avendo a
disposizione un’infrastruttura così articolata come un aeroporto, si potevano imbastire
una più trame parallele, con numerosi protagonisti, in modo da poter variare da
episodio in episodio sviluppi e intrecci. Come d’uso, per fare promozione a
questa serie, venne realizzato un film pilota, San Francisco International,
affidato alla regia del regista britannico John Moxey che, in quest’occasione, cominciò
a firmarsi con quel John Llewellyn Moxey che diverrà il suo abituale nome
d’arte. Moxey era regista capace, particolarmente abile nel creare sequenze
pregne suspense e in San Francisco International riesce in modo sufficiente
a reggere la narrazione frammentata dalle tante trame previste dalla
sceneggiatura. Come detto, l’idea alla base, era una serie corale, per cui le
tante tracce che si sviluppavano simultaneamente dovevano essere lo stile
narrativo ricercato anche e soprattutto in questo pilota che fungeva appunto da
presentazione della futura produzione. Se il montaggio alternato è uno dei
migliori espedienti narrativi per creare tensione, l’eccesso di piani del
racconto rischia però di vanificare questo effetto e, in pratica, è un po’
quello che succede a San Francisco International. Sostanzialmente si
tratta di un buon film, perché, come detto, Moxey riesce a tirare le fila dell’intero
discorso narrativo, tuttavia è innegabile che le tante tracce simultanee
portino naturalmente il tenore del racconto su un piano meno teso, meno ricco
di tensione. Si può prendere, a titolo d’esempio, la traccia con il furto ai
soldi del cargo, il cui sviluppo è molto complesso e articolato e le varie
interruzioni per seguire le altre piste fanno perdere un po’ il filo di una
matassa affascinante, per certe scelte narrative, ma che rischia di risultare
anche ingarbugliata. Tuttavia, va messo a referto l’ottimo incipit, quando la
banda di criminali si muove all’unisono per mettere in pratica il complicato
piano, e Moxey è maestro nel creare l’effetto suspense, agevolata dal mistero
che aleggia sul reale obiettivo dei banditi. Gli interpreti se la cavano
egregiamente, almeno da un punto di vista professionale, sebbene Pernell
Roberts, Clu Gulager, Beth Brickel e Van Johnson non siano nomi particolarmente
noti. Probabilmente, il volto più celebre del cast è Tab Hunter, sebbene abbia
un ruolo non di primissimo piano. Degna di nota anche la prestazione attoriale
di David Hartman che divenne in seguito giornalista e conduttore televisivo
piuttosto conosciuto, perlomeno in patria. Naturalmente, trattandosi di un film
ambientato in un aeroporto, anche i velivoli reclamano il loro spazio. Del
resto il volo degli aerei è sempre stato qualcosa che, anche al cinema, è
motivo di interesse già di per sé stesso. Moxey, abituato a produzione
televisive decisamente più parche a livello di budget –basti ricordare la
teleplay The Scent of Fear,
ambientata praticamente tutta dentro la carlinga di un volo di linea– può ora
sbizzarrirsi con alcune sequenze acrobatiche di notevole impatto scenico. Va
però ammesso che la traccia in cui un ragazzino (Ted Eccles) si improvvisa
pilota e si fa un giro sopra San Francisco, Golden Gate compreso, è
spettacolare ma troppo azzardata, per un film che si propone come spettacolo serio e credibile. Insomma, l’approccio
di Moxey al film televisivo americano, format di cui diverrà un vero
specialista, non delude ma nemmeno entusiasma.
