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sabato 13 giugno 2026
IL SIGNOR ROBINSON - MOSTRUOSA STORIA D'AMORE E D'AVVENTURE
mercoledì 10 giugno 2026
LA POLIZIOTTA
1827_LA POLIZIOTTA Italia, 1974. Regia di Steno
L’idea alla base di La poliziotta di Steno è particolarmente interessante: in sostanza si tratta di una sorta di innesto tra il Poliziottesco eversivo e la Commedia Italiana scollacciata, due generi che furoreggiarono negli anni 70. Il titolo sembra appunto una specie di strizzata d’occhio, richiamando proprio quel La polizia ringrazia, film dello stesso Steno, da cui era si originato il Poliziottesco, il poliziesco «de noantri». In realtà, la protagonista de La poliziotta è una vigilessa, anzi, per la precisione una splendida vigilessa a cui Mariangela Melato presta grazie e proverbiale verve. Serve forse precisare che, al tempo, non era in uso la definizione «Polizia Urbana» e, in effetti, nel film ci si riferisce alla protagonista come, appunto, «Vigile Urbano». Il richiamo del titolo ai coevi Poliziotteschi non è però gratuito: questo curioso genere aveva una corrente eversiva che, a conti fatti, anticipò le rivelazioni che arrivarono solo molti anni dopo. Per essere onesti, ne La poliziotta non c’è un disegno così articolato, da parte dei membri corrotti delle istituzioni, ma è anche vero che la portata del malcostume denunciato dal film di Steno è impressionante. La malsana situazione che si trova a fronteggiare l’onesta e ingenua Giovanna, il personaggio della Melato, è enorme, diffusa capillarmente ad ogni livello delle istituzioni sociali e non viene affatto disinnescata dai pur eccessi grotteschi o caricaturali del film, che ci ricordano che siamo anche in una commedia. Spesso, se non quasi sempre, la Commedia Italiana del periodo ha denunciato il malcostume ma, per la verità, più per qualunquismo che con intenti costruttivamente critici. Al contrario, anche e soprattutto per via della magistrale abilità interpretativa della Melato, La poliziotta funziona in modo molto efficace anche come critica sociale.
L’attrice milanese vinse il David di Donatello 1975 per questo suo ruolo e si può certo convenire che fu un premio decisamente meritato. La Melato è la vera mattatrice del film ma trova nei tanti componenti del ricco cast di volta in volta l’adeguata contrapposizione: c’è Renato Pozzetto nei panni di Claudio Ravassi, il fidanzato maschilista, c’è Alberto Lionello in quelli di Tarcisio Monti, l’assessore che si diletta nella scrittura teatrale, e poi Orazio Orlando, Mario Carotenuto, Alvaro Vitali, Umberto Smaila, solo per citare i volti ancora oggi noti. A parte il pretore Patané (interpretato da Orlando), che sembra onesto fosse anche solo per compiacere Giovanna, della quale si è innamorato, il resto dei personaggi, tutti rigorosamente maschi, sono invischiati in una rete di reciproche connivenze che ammanta tutta quanta Ravedrate, la cittadina immaginaria che ben si presta a rappresentare l’Italia. Steno e i suoi autori (Nicola Badalucco, Giuseppe Catalano, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni, all’opera su soggetto e sceneggiatura) hanno un’intuizione a suo modo geniale: la Mafia non è un caso isolato e circoscritto in un’unica area del Paese, ma è semplicemente una declinazione estrema sì, ma di un male assai più diffuso e radicato. La Storia italiana racconta di quanto sia presente la Massoneria lungo lo Stivale e questa è una realtà che ha un tratto cruciale in comune con la Mafia, ovvero il suo essere trasversale ad ogni livello, settore o classe sociale. Ed è proprio questa capacità degli abitanti del Belpaese di costruire associazioni più o meno dichiarate che si interconnettano nei vari ambiti istituzionali ad essere l’ostacolo più grande e, almeno ad oggi, insormontabile per l’emancipazione italiana in senso nazionale. Ravedrate è situata nel Nord Italia, presumibilmente in Lombardia, e non ci sono morti ammazzati, almeno non nel film di Steno, come sarebbe potuto capitare in altri lidi in circostanze simili. Tuttavia la rete di clientelismi, favoritismi, agevolazioni gratuite, che si spinge fino a Roma, mostra in modo emblematico l’italico malcostume di frantumare trasversalmente quella divisione di poteri –da cui dovrebbe derivare una condotta lineare e scrupolosa di ogni cittadino– necessaria alla vita stessa della Democrazia. Steno doveva avere particolarmente a cuore questo argomento, visto che dopo il citato La Polizia ringrazia che, seppure in forma di narrativa di finzione, denunciava esplicitamente la deriva eversiva del Paese, tornava ancora ad occuparsi della questione. Va detto che l’utilizzo dello pseudonimo da parte del regista lascia intendere che La Poliziotta sia da guardare come commedia e niente più, visto che nelle circostanze in cui voleva essere più credibile il cineasta si era firmato con il suo nome per esteso, Stefano Vanzina. In ogni caso, tanto per non lasciare circolare pericolosi dubbi, nei numerosi pseudo-sequel del film il ruolo della poliziotta venne affidato a Edwige Fenech con il compito di convogliare sulle sue curve le attenzioni del pubblico. Non ce ne voglia la bella Edwige, ma la poliziotta da cui accetteremmo volentieri anche una multa, sarà sempre Mariangela.
lunedì 8 giugno 2026
THE SOLITARY MAN
1826_THE SOLITARY MAN Stati Uniti, 1979. Regia di John Llewellyn Moxey
domenica 7 giugno 2026
CASA NUNVAL: JOAN COLLINS - I MILLE VOLTI DI UNA LEGGENDA
CASA NUNVAL
Puntata 10, Stagione 05: JOAN COLLINS - I MILLE VOLTI DI UNA LEGGENDA con Giorgio Vernocchi
giovedì 4 giugno 2026
MIA MOGLIE E' UNA STREGA
1825_MIA MOGLIE E' UNA STREGA Italia, 1980. Regia di Catellano & Pipolo
Non sembrerebbe particolarmente utile fare un paragone
tra Mia moglie è una strega, commediola italiana del 1980, e la sua
evidente fonte d’ispirazione, ovvero il classico della commedia americana Ho
sposato una strega. Il dislivello qualitativo è tale che il confronto non dovrebbe
avere alcun senso. Tuttavia è innegabile che il raffronto con il mirabile equilibrio
della Commedia Americana degli anni 30 e 40 del secolo scorso, citato volendo vedere
anche in una breve scena da Eleonora Giorgi, permette di mettere bene a fuoco la
dozzinalità e la pigra superficialità del cinema leggero italiano di mezzo
secolo dopo. A vedere oggi come, nel 1942, si poteva essere ingenui con garbo e
intelligenza –peculiarità della commedia americana che, peraltro, era al
contempo anche graffiante e acuta– ci fa comprendere quale fosse la vera natura
dell’approssimazione che regna sovrana in Mia moglie è una strega. I
tanti errori che vengono rilevati dai pignoli recensori, date sbagliate, conti
che non tornano e via di questo passo, potrebbero persino essere uno
stratagemma degli autori, Castellano e Pipolo, quasi a voler anticipatamente ammettere
che il film sia un prodotto usa e getta. In realtà, anche solo per via
dell’ottimo incasso, qualche pregio deve pur averlo, Mia moglie è una strega,
sebbene per lunghi tratti del film sia difficile da credere. Come detto la direzione
è affidata a Castellano e Pipolo, esperti sceneggiatori oltre che registi e, in
effetti, una certa cura nell’impostazione narrativa della vicenda è perfino riconoscibile.
Il problema, o meglio, i problemi, sono però che, da un lato la storia è
prevedibilissima, il che in una vicenda sentimentale non è certo un limite
insormontabile, mentre dall’altro non si registra mai un colpo d’ala, uno spunto
che ravvivi un po’ in canovaccio risaputo. E questo è, in sostanza, l’ostacolo
maggiore che incontra il film. La trama è presto detta: nel XVII secolo la
strega Finnicella (Eleonora Giorgi) viene condannata al rogo dal cardinale
Altieri (Renato Pozzetto). Il diavolo Asmodeo (Helmut Berger) le concede la
possibilità di vendicarsi, trecento anni dopo, dell’erede del cardinale, il consulente
finanziario Emilio Altieri (ovviamente interpretato sempre da Pozzetto). L’idea
è quella di far innamorare l’uomo per poi ucciderlo; come ampiamente intuibile,
la bella strega rimarrà vittima del suo stesso gioco, finendo per innamorarsi di
Emilio. Come al solito, la semplice presenza di uno dei comici di punta del
panorama italiano, in questo caso Renato Pozzetto, induce gli sceneggiatori a
non ricercare snodi narrativi particolarmente raffinati. Sono quindi gli attori
che devono fare la differenza: Pozzetto ci prova, il clima fantastico del
racconto potrebbe essere congeniale alla sua comicità surreale, tuttavia,
nonostante qualche ricorso ai suoi vecchi sketch cabarettistici, l’attore milanese
fatica a reggere da solo il peso del film. Eleonora Giorgi, molto carina, si inserisce
quasi con delicatezza nel clima soffuso del racconto, ma la sua presenza sfumata
con grazia finisce per incidere troppo poco. Helmut Berger, da parte sua, fa la
faccia scura nel tentativo di essere inquietante ma rimane altrettanto anonimo.
Il risultato è un film che si lascia vedere, avendone tempo e voglia, e che sorprende
per non scadere mai in passaggi volgari. Ma, più che una nota lieta, quest’ultima
cosa insinua un fastidioso sospetto: che il cinema leggero italiano del tempo, una
volta depurato da ogni riferimento pecoreccio, rimanga insipido.
martedì 2 giugno 2026
NEL BEL MEZZO DI UN GELIDO INVERNO
1824_NEL BEL MEZZO DI UN GELIDO INVERNO (In the Bleak Midwinter). Stati Uniti, 1995. Regia di Kenneth Branagh
Nella filmografia di Kenneth Branagh, Nel bel mezzo di un gelido inverno è posto simbolicamente tra Frankenstein di Mary Shelley e Hamlet. Al di là dell’esplicito riferimento all’origine letteraria, il primo è una mega Produzione cinematografica –del resto la creatura è ormai un’autentica icona della Settima arte– con i tipici limiti per il regista che questo comporta. Il secondo, per quanto sia stato anch’esso un vero e proprio colossal, mantiene ben più saldo il rimando a Shakespeare e, di conseguenza, al teatro. Branagh, in ogni caso, si era già connotato come autore shakespiriano, sin dal suo esordio in regia con Enrico V, sempre tratto da un’opera del Bardo. Il cineasta nordirlandese, insomma, ha sempre manifestato il suo amore per il teatro utilizzando il grande schermo cinematografico come sorta di palcoscenico virtuale per ambientarvi le storiche pièce teatrali. Nel corso della carriera, Branagh dimostrerà una sorprendente pluralità dei propri riferimenti, traendo ispirazione dalle fiabe, dal cinema d’animazione, dai comics, dai romanzi gialli e perfino da opere musicali piuttosto particolari come nel caso de Il Flauto Magico. Tuttavia, soprattutto nei suoi primi anni da regista, Branagh aveva due coordinate principali, teatro e cinema alle quali non sembra effettivamente dare la stessa importanza. In questo senso Nel bel mezzo di un gelido inverno è una sorta di manifesto che proclama la superiorità morale, per così dire, del primo sul secondo. Non che questo finisca per essere un limite per il film, sia chiaro, perché qui sta la vera forza del cinema ma non divaghiamo. La pellicola, ispirata in parte al cinema di Woody Allen, è spassosa e commovente, sorprendente e trascinante, oltre che immortalata in un bianco e nero (Fotografia di Roger Lanser) evocativo e funzionale. Joe Harper (Michael Maloney), un attore squattrinato, dopo l’ennesimo due di picche ricevuto da Hollywood, decide di allestire una rappresentazione teatrale in proprio. Senza soldi ma armato di buona volontà e amore per Shakespeare, sceglie infatti Amleto, una tragedia non esattamente adeguata ad una rappresentazione natalizia, da allestire in una vecchia chiesa di Hope, sperduto paesino della periferia inglese.
Il casting rivela subito la natura esilarante dell’operazione, dal momento che gli attori che si lasciano coinvolgere in un progetto tanto sconclusionato sono tutti personaggi quantomeno pittoreschi. I problemi di varia natura –convivenza tra gli interpreti, economici a vario titolo e anche solo per la difficoltà dell’operazione in sé stessa– mettono più e più volte in crisi tanto Harper che gli altri membri dell’improvvisata compagnia. Eppure, nonostante le debolezze, i tentennamenti, le liti, gli impicci, il teatro e Shakespeare compiono infine la loro magia: improvvisamente, alla vigilia della Prima, lo spettacolo sembra avere preso corpo e, clamorosamente, funziona. E funziona anche il film di Branagh, tra l’altro, che rivela come la stessa magia del teatro la possegga anche il cinema e proprio Nel bel mezzo di un gelido inverno ne è una splendida testimonianza. Tornando a Hope, tutto sembra filare finalmente per il verso giusto, senonché irrompe sulla scena Margaretta D’Arcy (Joan Collins sfavillante come suo solito), agente di Harper, per portargli una notizia-bomba: è stato ingaggiato per una trilogia di fantascienza hollywoodiana! Il rovescio della medaglia è che deve partire subito, lasciando la compagnia senza regista e primo attore proprio sul più bello. Lo spettacolo è talmente alternativo che Amleto potrebbe anche interpretarlo la sorella di Harper, Molly (Hetta Charnely) ma c’è la questione sentimentale con Nina (Julia Sawalha) che sembra assai più spinosa. Gli altri attori cercano di convincere la ragazza che Harper non può lasciarsi scappare quest’occasione e che, se lei lo ama d’avvero, dovrebbe semmai essere contenta. In realtà in ballo c’è altro: la questione è tra la passione genuina e disinteressata per il teatro e il mondo dello showbusiness di Hollywood che non guarda in faccia a nessuno. Il punto di vista di Branagh, che è l’evidente alter ego di Joe Harper, è ovvio, anche perché, come accennato, il regista nato a Belfast era stato giusto l’anno prima sottoposto a notevoli pressioni di natura commerciale dirigendo il citato Frankenstein di Mary Shelley. Del resto il ruolo di Joan Collins è un preciso indizio in quest’ottica: lei stessa, o meglio Margaretta, il suo personaggio, ammette di interpretare il ruolo di «cattiva», nel senso che consiglia caldamente Harper di lasciare l’amato teatro per andare a recitare in un insulso blockbuster in California. Branagh disse che la Collins rappresentava perfettamente lo showbiz ma la presenza dell’attrice inglese era ben più significativa. Joan aveva sempre amato il teatro, sin dall’inizio della carriera e, dopo il successo planetario avuto con Dynasty in televisione, era tornata negli anni 90 a calcare il palcoscenico. Dopo un’assenza di una quindicina d’anni, nel 1994, era anche riapparsa anche sul grande schermo, ma l’aveva fatto con Decadence, un’opera di esplicita matrice teatrale. Nel bel mezzo di un gelido inverno, rispetto a quella di Steven Berkoff era sicuramente un’opera più cinematografica, ma verteva sulla messa in scena dell’Amleto manifestando, al contempo, la superiorità morale –e quindi artistica– del teatro sul cinema. Insomma, se Branagh, col suo cinema, sembra più che altro cercare di dare lustro all’arte del palcoscenico, Joan Collins si trova certamente d’accordo ma pare avere un conto aperto con il grande schermo. E non è tipo da fare sconti.
Il cinema di Joan Collins è al centro della quarta uscita di Quando la città dorme, ALEXIS & CO, I MILLE VOLTI DI JOAN COLLINS.
giovedì 28 maggio 2026
IL DOLCE INGANNO
1823_IL DOLCE INGANNO (Sweet Deception). Stati Uniti, 1998. Regia di Timothy Bond
A conti fatti, viene un po’ il dubbio che quello che gli autori hanno definito «dolce inganno», a cui fa riferimento il titolo, sia probabilmente quello ordito a danno degli spettatori. Perché da un film televisivo di fine millennio, che annovera nel cast Joan Collins, Kate Jackson e Joanna Pacula, sarebbe lecito attendersi un prodotto di un certo valore. Al contrario, Il dolce inganno, regia televisiva di Timothy Bond, dissemina troppa sciatteria per non sollevare ben più di qualche perplessità. A non convincere, da un punto della costruzione del copione, è innanzitutto il punto cardine della faccenda. Il dolce inganno è un giallo poliziesco in cui Risa (la Pacula) è accusata e condannata ingiustamente per l’omicidio del facoltoso marito Fin Gallagher (Peter LaCroix). La pistola che ha sparato è la sua e poi la figliastra Anita (Tanja Reichert) l’ha colta quasi sul fatto, accovacciata accanto al cadavere ancora caldo del padre. Considerato il prevedibile movente dell’eredità, la seconda signora Garragher è dichiarata rapidamente colpevole; questo senza tirare in ballo nemmeno uno straccio di perizia sui residui di sparo, ad oggi nota come «prova dello stub» [o, negli States, GSR, Gunshot Residue] ma che, nelle modalità del guanto di paraffina, è stato prodotta sin dagli inizi del XX secolo. Le banalità di una sceneggiatura approssimativa continuano e si possono evidenziare almeno la fuga dal furgone che porta le detenute in carcere e la latitanza di Risa, nella quale la donna si traveste più volte in modo tanto maldestro da essere sempre in netto contrasto con il contesto in cui si muove. Il racconto non prevede nemmeno una love story, sebbene il finale provi a convincerci del contrario; ma, tra la protagonista e il detective Malloy (Rob Stewart), la scintilla non scocca mai, anche per via dell’ordinaria prestazione dell’attore canadese. Insomma, è tutto da buttare Il dolce inganno? Forse proprio tutto no, perché la confezione nel complesso è in qualche modo dignitosa e il ritmo narrativo rende la visione godibile.
E poi desta una certa curiosità vedere coinvolte Joan Collins e Kate Jackson in un simile film; evidentemente le due attrici, a quel punto delle rispettive carriere, avevano poco da chiedere alla loro professione e si sono accontentate di ruoli non certo lusinghieri. Allo spettatore, che non conosce naturalmente le situazioni personali delle interpreti e le loro reali motivazioni, sorge spontaneo il dubbio che siano partecipazioni che artiste del loro calibro avrebbero potuto risparmiarsi. La Collins è Arianna, la madre della protagonista: bloccata su una sedia a rotelle, si guadagna da vivere trafficando con parrucche e facendo la manicure. La questione della parrucca è ormai quasi un cliché per Joan Collins e nel film è inserito in modo abbastanza pretestuoso, dal momento che Risa, che ne indosserà una per camuffarsi, viene comunque riconosciuta. Si tratta, forse, di un pallido segnale metalinguistico? È cioè Arianna un personaggio che fa riferimento alla figura di Joan Collins come attrice per dirci qualcosa? Anche Kate Jackson potenzialmente ha, in un certo senso, una chiave di lettura simile nel film, a partire dal nome, Kit, che suona relativamente simile a quello dell’attrice. Kit è la prima moglie di Garragher e Risa, che ne eredita il ruolo, si rivelerà donna d’azione proprio come una vera Charlie’s Angels [Charlie’s Angels, Ivan Goff e Ben Roberts, 1976-1981], serie televisiva che rese famosa proprio la Jackson. C’è forse un disegno, da parte degli autori, nella scelta di queste interpreti e nel significato dei loro ruoli o si tratta solo di piccoli omaggi o coincidenze? Per dar corpo ad una qualsivoglia ipotesi gli elementi andrebbero forzati non poco e, quindi, l’impressione è che Il dolce inganno sia un film davvero senza alcun concreto elemento degno di nota. Quelle citate possono eventualmente essere astute suggestioni e come tali è doveroso segnalarle; ma non superano il tiepido livello di sterili rimandi. In definitiva Il dolce inganna è un prodotto utile a riempire una serata davanti alla TV a patto che non ci sia niente di meglio da fare.
Il cinema di Joan Collins è al centro della quarta uscita di Quando la città dorme, ALEXIS & CO, I MILLE VOLTI DI JOAN COLLINS.












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