1833_PER AMARE OFELIA Italia, 1974. Regia di Flavio Mogherini
L’esordio cinematografico di Renato Pozzetto, al tempo reduce dai successi televisivi in coppia con Cochi Ponzoni, è un film non del tutto riuscito ma molto interessante: Per amare Ofelia. La regia è affidata a Flavio Mogherini, alla sua seconda prova dietro alla Macchina da Presa, dopo una lunga carriera come scenografo. E, tra i limiti che si possono imputare a Per amare Ofelia, si avverte in effetti una certa incapacità di far tornare un po’ tutti quanti i conti, un’operazione che il regista deve sempre premurarsi di fare per dare senso compiuto alla sua opera. Di contro, va riconosciuto che l’attenzione alla confezione formale dal punto di vista scenico, ben si presta alla sfumatura surreale necessaria per far, diciamo così, passare in cavalleria il tema principale della storia. In questo senso è perfetta la scelta di Pozzetto come attore principale, il cui non essere ancora del tutto a suo agio con i tempi del cinema è sfruttato in modo strumentale per «sterilizzare» ulteriormente in senso surreale l’opera. Perché l’argomento centrale di Per amare Ofelia è il fin troppo esplicito Complesso d’Edipo di Orlando Aliberti Mannetti (Renato Pozzetto), che si traduce, in senso concreto, in una evidente attrazione carnale e sessuale nei confronti di Federica (Françoise Fabian), la sua splendida madre. Per quanto quello di Mogherini sia inserito nel filone sexy della commedia italiana degli anni 70, e nonostante il tema delicatissimo, il film non scade mai nella becera volgarità che la contraddistinse. In quest’ottica il lavoro degli autori è pregevole, perché l’equilibrio finale non è trovato mancando di audacia, ma semmai inserendo elementi pesanti e cercando di trovare poi il giusto punto di bilanciatura. L’ambientazione del film è romana, tuttavia quella domestica della famiglia protagonista sembra portarci altrove: Pozzetto è evidentemente milanese, così come la Fabian, che era un’attrice già piuttosto nota, è francese e lo si capisce oltretutto al primo sguardo. Il doppio cognome del protagonista, così come l’attività nel campo della pubblicità, lascia intendere la loro estrazione borghese e quella descritta è una acuta impostazione. La borghesia, nella sua ascesa al potere, stava perdendo il contatto con il proprio contesto ambientale: oggi, mezzo secolo dopo Per amare Ofelia, possiamo vedere come sia difficile distinguere la vita quotidiana di persone che abitino anche in diversi continenti, se appartenenti al cosiddetto mondo occidentale. Ad enfatizzare questo straniamento, che rafforza la vena surreale del film, c’è il contrasto con l’Ofelia citata dal titolo, interpretata da una spumeggiante e bellissima Giovanna Ralli. Ofelia è una prostituta romana, una tipica mignotta, che la Ralli è bravissima a tratteggiare conferendole il giusto cocktail tra caratteristiche opposte: spudoratezza e ingenuità, candore e opportunismo, volgarità e classe e via di questo passo. Giovanna Ralli –oggi ricordata senza la giusta considerazione– non si lascia scappare la ghiotta occasione e sfodera un’interpretazione superlativa, perfino troppo semplice per un’artista della sua levatura. In effetti, il suo è, o almeno dovrebbe essere, il ruolo di protagonista: Pozzetto, vuoi per la natura surreale del suo umorismo, vuoi per essere esordiente sul grande schermo, non riesce a rendere tridimensionale il suo personaggio e l’effetto è certamente voluto e ricercato.
Anche la Fabian è trattenuta, finendo per enfatizzare in questo senso la sua raffinata classe, del resto si trova in una situazione particolarmente audace, visto che, in modo volontario o meno, seduce costantemente quello che pensiamo essere suo figlio, e quindi sembra giocare un po’ a rimpiattino. La Ralli, al contrario, può far sgorgare tutta la propria prorompente umanità, dando corpo ad una figura sontuosa nella sua autenticità. Ofelia ha l’occasione della vita: sistemarsi con un uomo ricco ma questi non vuole decidersi a mollare la madre. Ofelia è una prostituta romana, lo si è detto, una donna del popolo e quel popolo rappresenta. Il complesso di Edipo del personaggio di Pozzetto, in Italia, potrebbe mettere in scena il non risolto problema della figura materna e di conseguenza femminile: venerata in modo sacrale nelle parole ma mai realmente rispettata poi nella vita reale. Tuttavia gli elementi sociali del racconto, l’estrazione borghese di madre e figlio a cui si contrappone l’umile origine di Ofelia, forse ci dice che il vero fuoco è rivolto altrove. Gli italiani, come Ofelia, vorrebbero partecipare ai benefici di quel sistema capitalistico moderno che, dal dopoguerra, l’Italia aveva adottato emulando i paesi più progrediti in senso economico. Non a caso, per interpretare la madre di Orlando si è scelta un’attrice francese; ed è lì che è rivolata l’attenzione della nostra classe borghese, all’estero, alla borghesia capitalista del mondo occidentale: in una definizione, al Sogno Americano. Una distrazione dal proprio contesto sociale ben incarnata dallo scollamento dalla realtà tipico di Pozzetto. Il quale, nel film, tra astrazione e distrazione, per inseguire i propri assurdi complessi, non s’accorge della vitalità e della bellezza di una Giovanna Ralli che ben rappresenta l’italico splendore, colpevolmente lasciato per strada inseguendo modelli o sogni d’importazione.































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