1853_LA PREDA NUDA (The Naked Prey), Stati Uniti 1965. Regia di Cornel Wilde
Un incidente storico tra il trapper John Colter e gli indiani Blackfoot aveva ispirato una sceneggiatura per un insolito western, che andava incontro alla tendenza crepuscolare che il genere aveva intrapreso con l’avvento degli anni 60. Molto probabilmente, il successo di Zulu, il colossal di Cy Endfield uscito l’anno prima, unitamente alle vantaggiose condizioni economiche, convinsero Cornel Wilde e i suoi collaboratori a traslocare l’ambientazione in Africa. Va detto che La preda nuda, di cui Wilde è regista e protagonista, ha ben poco a che vedere con Zulu, almeno dal punto di vista dell’impatto narrativo. Quello di Cornel Wilde è un racconto secco e asciutto, in cui i dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile e il cui soggetto è altrettanto stringato: durante un safari, alcuni bianchi rifiutano di pagare dazio ad una tribù indigena che si vendica pesantemente. L’unico a non essere eliminato troppo rapidamente è il protagonista interpretato appunto da Wilde che della spedizione era la guida e che, conoscendo gli indigeni, aveva consigliato il suo cliente (Gert van der Bergh) di fare qualche concessione pur di mantenere i buoni rapporti coi locali. Differentemente, quest’individuo, un borioso razzista, liquida gli emissari della tribù senza troppi convenevoli, e li offende in modo irrevocabile. E, come ritorsione, gli africani catturano partecipanti al safari e li uccidono nei modi più disparati, tipo infliggendogli ripetuti morsi di serpente oppure cuocendoli allo spiedo. Alla guida, cui viene riconosciuto di essere stato rispettoso, è concesso un altro tipo di trattamento: spogliato, gli viene dato un minimo vantaggio prima di aprire la caccia mortale, situazione da cui deriva il titolo del film. La fuga, dopo una sfiancante maratona costellata da numerosi scontri e contrattempi vari, è coronata dal successo e l’uomo riesce a mettersi in salvo. Il racconto è sostenuto da un ritmo narrativo angosciante e senza respiro, con gli inseguitori che incombono ogni qual volta si può pensare che l’uomo in fuga sia salvo. Oltre al montaggio, la penetrante colonna sonora con tamburi e canti tribali è uno degli elementi trainanti per un film davvero avvincente. Qualche commento iniziale e tutto sommato anche parte dell’impostazione potrebbero far pensare a un’opera vagamente razzista o comunque impregnata di un certo paternalismo occidentale. In realtà Wilde vuole solo mettere bene in evidenza il parallelo tra l’uomo e gli altri animali, protagonisti di una lunghissima serie di intermezzi di stampo naturalistico. Sembra qui evidente, in effetti, l’influenza dei mondo movie italiani, con l’utilizzo della brutale violenza in modo strumentale.
A differenza dei cineasti del Belpaese autori degli pseudo-documentari, Wilde non è però interessato al sensazionalismo di bassa lega ma vuole sottolineare come l’uomo, anche l’uomo civilizzato come la guida, in condizione estreme si comporti esattamente come gli animali costretti quotidianamente a combattere tra la vita e la morte. In effetti la violenza che viene maggiormente stigmatizzata, anche e soprattutto a livello tecnico nella messa in scena, è quella del safari vero e proprio, con i colpi di fucile sottolineati drammaticamente nel loro sterminare i poveri elefanti. Un taglio del genere, così enfatico, non è nemmeno riservato ai tanti morti tra gli umani che il racconto dissemina nel suo svolgersi. Quei morti, sembra quasi dire Wilde, sono più plausibili, in quanto cacciatore e preda lottano per la sopravvivenza; per la verità, la tribù indigena scatena la sua vendetta per una mancanza di rispetto da parte degli intrusi, e non per una faccenda di vita o di morte immediata. In questo senso sembra quasi un passaggio messo lì a bella posta il dialogo in cui il turista occidentale confida alla guida di volersi dedicare al commercio degli schiavi, ben più redditizio di quello dell’avorio delle zanne degli elefanti. Elefanti che, per altro, sono uccisi senza alcun ritegno dal turista occidentale, che arriva ad ammazzarne undici, invocando come giustificazione una assai discutibile attività sportiva. Lo scontro tra il fuggitivo e i suoi cacciatori è senza esclusione di colpi, una durissima lotta per la vita che Wilde mostra sullo schermo attraverso un film altrettanto duro. Desta qualche perplessità il passaggio in cui il bianco riesce ad appiccare un incendio che in men che non si dica taglia fuori dall’inseguimento i cacciatori: d’accordo che le fiamme si propagano veloci ma quella del film sembra un’esagerazione. Il racconto si alleggerisce ma non in modo troppo sereno: le grida di esultanza del fuggitivo, convinto di aver chiuso la partita, da un certo punto di vista sono perfino inquietanti nel mostrarcelo nel suo lato più belluino. In ogni caso, verso la fine della pellicola ci sono un paio di dettagli che gettano una luce diversa sull’intero lungometraggio. L’incontro con la ragazzina indigena è il primo di essi ed è un passaggio tenero e commovente. La guida salva la giovane distogliendo l’attenzione di alcuni razziatori di schiavi e facendosi inseguire; la ragazza restituirà il favore ripescando l’uomo bianco privo di sensi dalle acque del fiume. Coerentemente con un racconto in cui la difficoltà di interazione tra popoli è manifestata dalla quasi totale assenza di dialoghi, la ragazzina non parla nessuna delle lingue africane masticate dalla guida. L’intesa, tra i due, avverrà attraverso la musica: i due si ritroveranno a cimentarsi reciprocamente con il motivo cantato dall’improvvisato compagno di viaggio. Quando i due sembrano ormai essere arrivati in una zona colonizzata, la ragazzina decide di tornare dalla sua gente, dal suo popolo. La scena lascia un filo di tristezza che sembra adeguato per chiudere in modo un poco più disteso un racconto tirato e avvincente, che riserva però l’ultimo colpo di scena. Con ormai il presidio inglese visibile in lontananza i cacciatori si rifanno vivi, bellicosi come non mai. L’uomo era stato però visto dalle sentinelle del forte e l’intervento dei soccorsi lo mette in salvo. Il cenno tra la guida e il capo dei cacciatori, che fino ad un secondo prima aveva cercato in tutti i modi di ucciderlo, rivela il senso profondo del film di Wilde. Tutto è cominciato da una mancanza di rispetto, con l’atteggiamento sprezzante del turista e col suo rifiuto di pagare un tributo ai legittimi abitanti del luogo: dopo mille peripezie, un rispettoso scambio di saluti richiude lo strappo. Almeno per quel momento, come Storia ahinoi insegna.




















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