1804_WARTIME NOTES . Italia 2023. Regia di Barbara Cupisti
Verso la fine del
documentario, la regista Barbara Cupisti arriva al suo dunque: “Questa guerra è
un modo maschile di concepire la vita, contro uno femminile”. È un tema caro,
all’autrice italiana, che sin dall’inizio della sua carriera lo ha esplorato, almeno
stando alle note biografiche che si possono leggere sul portale Rai, “con
originalità e profondità”. [dal sito Rai.it, pagina web http://www.rai.it/raicinema/news/2023/12/Wartime-Notes-Miglior-Film-Straniero-al--Bir-Duino-Film-Festival-in-Kirghizistan-19648a3c-8a5d-4da2-bf07-8e4aebe0a10e.html
visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In effetti la Cupisti,
di questa sua convinzione, trova conferme in quelle interviste che
costituiscono sostanzialmente il suo lungometraggio Wartimes notes, un
documentario incentrato sull’inasprimento della guerra in Ucraina dopo il 24
febbraio 2022. Soprattutto nelle parole di Natalia Panchenko, che coordina gli
aiuti umanitari verso l’Ucraina dalla Polonia, in quelle del Premio Nobel per
la Pace 2022 Oleksandra Matviichuk e
forse anche in quelle Tatiana Kucherenko, costretta a lasciare Cherson occupata
dai russi: l’opinione di fondo che emerge, e che la regista è brava ad
evidenziare, è che questo conflitto, più che un’invasione, più che una lotta
tra democrazia e dittatura, più che una battaglia tra giustizia e ingiustizia,
sia davvero una questione di genere sessuale. Già dai tempi della Prima Guerra
Mondiale, in seguito all’attività, tra le altre, di Dorothea Hollins e Helena
Swanwick, due precorritrici del movimento femminista, si diffuse l’idea che se
le donne fossero ai governi dei vari Paesi, non ci sarebbero state più guerre. Senza
stare a tirare in ballo Margaret Thatcher e altre donne di potere non
precisamente tenerissime, basterebbe andare ad assistere ad una partita di
calcio dove giocano i ragazzini per osservare alcune madri a bordo campo, per
farsi venire qualche dubbio. Oppure riflettere come, in qualità di mammifero,
l’essere umano che influenza in maniera maggiore e più determinante ciascuno di
noi –perfino Putin o Hitler– è probabilmente una donna, ovvero sua madre. E,
forse, l’attitudine violenta degli individui, si potrebbe riuscire a sradicare,
lavorandoci per tempo; a patto di volerlo davvero fare, naturalmente. E di non
vedere nel figlio il proprio braccio armato, la possibilità di riscatto. Ma questi
commenti non sono certo qualificati, del resto questo studio si focalizza sul
cinema e questi argomenti necessitano di competenze specifiche. Per la verità,
restando strettamente inerenti all’argomento cinematografico, anche guardando –anzi,
meglio, ascoltando– Intercepted di Oksana Karpovych, ci si può fare
un’idea meno stereotipata sulla questione. In ogni caso, vale la pena approfittare
di un film non particolarmente ricco di altri spunti come quello della Cupisti
per approfondire un minimo il tema. In rete, a questo proposito, si trova un
interessante articolo della rivista online The Vision [Josie
Glausiusz, Il mondo sarebbe davvero più pacifico se le donne fossero al
potere? The Vision, 12 dicembre 2017, pagina web
http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima
volta il 4 novembre 2024] che, oltre ad una panoramica
generale, si sofferma su alcuni studi eseguiti di recente da ricercatrici e
ricercatori, loro sì, qualificati. Come la dottoressa Mary Caprioli della
Università del Minnesota Duluth [pagina web https://cahss.d.umn.edu/faculty-staff/dr-mary-caprioli,
visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024], ad esempio, che, con
l’aiuto di Mark A. Boyer della University of Connecticut [pagina
web https://geography-sustainability-community-urban.uconn.edu/person/mark-boyer/,
visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], ha condotto un’analisi
sulle dieci crisi militari del XX secolo nelle quali erano coinvolti Paesi
guidati da donne. Giustamente, i due studiosi hanno osservato, come prima cosa,
che i dati a disposizione –in sostanza il numero delle donne al potere nel
periodo preso in esame– e su cui poter trarre una statistica attendibile, sono da
ritersi troppo esigui. Ciononostante la dottoressa Caprioli si è permessa
questa conclusione: “Le donne al potere possono essere energiche, di fronte a situazioni
internazionali violente, aggressive e pericolose”. [dal sito The Vision,
pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/,
visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. Il che non significa rinnegarne l’indole pacifica, ma
nemmeno l’esatto contrario; anche l’antropologa medica
Catherine Panter-Brick, che dirige il Programma di Conflitto, Resilienza e Salute
presso il MacMillan Center for International and Area Studies all’Università di
Yale [pagina
web https://anthropology.yale.edu/profile/catherine-panter-brick, visitata
l’ultima volta il 5 novembre 2024], interrogata sulla
possibilità di risolvere o evitare le guerre ponendo donne nei ruoli di
governo, non si è spinta troppo in là. “Una domanda di questo tipo
stereotipizza i ruoli di genere e dà per scontato che
la leadership sia una dinamica semplice”, è la sua lapidaria risposta.
[Ibidem].
Del resto la già citata attivista degli arbori Helena Swanwick in The
Future of Women’s Movement [Helena Swanwick, The
Future of Women’s Movement, 1913] ebbe a scrivere:
“Intendo confutare del tutto l’assunto che sta alla base delle conversazioni
femministe di questi anni.” Cioè, “l’assunto secondo il quale gli uomini sono
sempre stati i barbari che amano la forza fisica, e che solo le donne sono
civilizzate e civilizzatrici. Non ci sono prove di questo nella letteratura o
nella storia”. [dal sito The Vision, pagina web
http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima
volta il 4 novembre 2024]. In tutto questo, Wartimes notes si lascia
ricordare per qualche passaggio commovente, ma anche per la noia che, duole
dirlo, ogni tanto affiora, ora durante le tante interviste che si dilungano su
aspetti poco incisivi, ora su insistite scene ordinarie. La noia non è sempre
del tutto negativa ma questa è del tipo peggiore, inutile e inconcludente. La
voce della regista ogni tanto riaffiora, cercando di imprimere la giusta ottica
al racconto, tradendo una certa indole se non proprio faziosa, quantomeno
militante. Pur comprendendo le finalità dell’opera e quindi i suoi intenti,
lasciano perplessi le parole che la regista utilizza per raccontare l’iniziale
passaggio cruciale della crisi russo ucraina. “C’è un’altra data che non ci
ricorda niente: il 28 novembre 2013. E un altro posto: piazza Maidan, che ora è
piena di sacchi di sabbia. Tutto parte da lì. Il presidente ucraino Janukovyč va a Vilnius, in Lituania,
per firmare un accordo di collaborazione commerciale con l’Europa. Sarebbe il
primo passo dell’ingresso dell’Ucraina in Europa. Ma quando arriva lì Janukovyč
ritira la disponibilità all’accordo, tradendo così il popolo ucraino. A Kiev
scoppia la protesta, i manifestanti occupano piazza Maidan”. Barbara Cupisti
prosegue nel suo eloquio, ma per comprendere quanto il suo raccontare sia
impreciso e non obiettivo bastano queste frasi. Che si utilizzi l’incomprensibile
espressione «piazza Maidan»
–che significa di fatto «piazza Piazza»– o che si usi il termine «Europa» in
luogo di «Unione Europea»– lapsus che lascia intuire la presunzione della
nostrana intellighenzia, che ritiene di poter estendere le proprie convinzioni
a tutti, in quanto insindacabilmente «giuste», sono ancora peccati veniali. Il
punto critico è quando Cupisti sostiene che Janukovyč abbia tradito il popolo
ucraino. Qui, per la verità, va fatta una premessa: se si accettano –come
furono universalmente accettate, nonostante le denunciate interferenze russe–
le elezioni ucraine del 2010, Viktor Janukovyč era il legittimo presidente
ucraino e, in qualità di rappresentante democraticamente eletto del proprio
Paese, aveva facoltà di prendere le decisioni che riteneva opportune. Questo è
il senso della democrazia rappresentativa e, oltretutto, se andiamo a scorrere
la campagna elettorale delle elezioni ucraine del 2010, vedremo che il sostegno
russo a Janukovyč era palese –le citate «interferenze russe»– eppure il popolo scelse di votare il
rappresentate del Partito delle Regioni, il noto movimento politico filo-russo
in seguito bandito dal paese. E, come detto, la comunità internazionale non
ebbe nulla da eccepire sulla regolarità di quelle elezioni. [dal sito del Washington Post, pagina
web https://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/02/08/AR2010020803583.html,
visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024; o anche dal sito del Kviv Post, pagina
web https://archive.kyivpost.com/article/content/ukraine-politics/european-parliament-president-greets-ukraine-on-co-59077.html].
Pertanto, se si possono comprendere e anche condividere i moti di protesta di
Euromaidan, come si possono comprendere e condividere altri fermenti di piazza
che hanno sostanzialmente sempre le loro ragion d’essere, è altresì corretto
utilizzare i termini appropriati. La questione non è se Euromaidan sia una
rivoluzione, come sostengono i filo-ucraini, o un colpo di stato, come invece denunciano
i filo-russi. Il punto è che chi pretende di difendere la democrazia, deve
ammetterne la fallibilità, come risulta evidente in questo caso, anziché
mentire sapendo di mentire, che è, tra l’altro, la strategia del Cremlino.
Appare oggi abbastanza evidente, da uno sguardo distaccato, che il popolo
ucraino fosse già al tempo in maggioranza orientato verso l’Unione Europea ma,
a causa delle vicissitudini politiche –certamente influenzate dall’esterno,
leggi Russia, ma non vanno certo sottovalutati gli altri attori sullo
scacchiere, la UE ma soprattutto gli Stati Uniti– dopo la Rivoluzione Arancione
si era generato un clima di delusione e scoramento che determinarono poi il
risultato elettorale del 2010. Si possono quindi accettare i moti di protesta di
Euromaidan come un’espressione democratica fuori dai luoghi preposti legalmente
allo scopo, le urne elettorali, ma si tratta di forzare un poco la forma che,
in questo ambito, sarebbe da considerare sacra e pari al contenuto. E, come si
vede, da qui a dire ineffabilmente che un presidente legittimamente eletto, nello
svolgere le proprie funzioni tradisca il proprio popolo, ce ne corre.


































