1839_DIAZ - DON'T CLEAN UP THIS BLOOD Italia, Romania, Francia 2012. Regia di Daniele Vicari
Di questo lungometraggio innanzitutto va chiarita la questione del perché l’opera sia nota con almeno tre titoli diversi già solo in Italia. In fondo il nome di un film, l’appellativo con cui viene riconosciuto, può già dirci alcune cose e, in questo specifico caso, il fatto di aver rititolato più volte la pellicola evidenzia un certo fermento riguardo all’argomento trattato. A volte il film si trova sotto il semplice nome Diaz: fino al 2001, in Italia, Diaz ci faceva pensare al Generale della Prima Guerra Mondiale, Armando Diaz, o, al massimo, a qualche calciatore sudamericano. Ma dal G8 di Genova del 2001, questa semplice parola ci getta nel più totale sconforto, ricordando le terribili scene dell’irruzione della Polizia nella scuola Diaz che sono appunto il tema del film di Daniele Vicari. Un titolo semplice e, purtroppo, molto efficace, visto che la nostra memoria è macchiata di sangue in modo indelebile da quella sera del 21 luglio. Tuttavia anche il titolo più articolato Diaz – Don’t Clean Up this Blood ha una sua ragion d’essere. Certo, all’interno del racconto filmico, c’è il pretesto che ne giustifica la scelta ma, in realtà, il ricorso all’inglese, nella tag-line esplicativa, ci dice anche altro. Innanzitutto che non è una faccenda solo italiana, per cui, lavare questi panni sporchi –di sangue, inevitabilmente viene da dire– non può essere fatto tra le mure patrie. Ahinoi, questa è una vergogna di cui le nostre Istituzioni e le nostre Forze dell’Ordine devono rendere conto al mondo intero e non solo al popolo che rappresentano. E poi, è anche normale che il titolo del film di Vicari sia in una lingua straniera dal momento che è stato girato perlopiù all’estero, a Bucarest. Come mai, questa scelta contro ogni logica, quando Genova o Bolzaneto, dove si trova la prigione dove vennero rinchiusi i manifestanti, sono a portata di mano? Per il motivo più triste e scontato: ovvero, perché è un argomento scomodo e la Produzione non ha trovato collaborazione dalle istituzioni coinvolte. Daniele Procacci della Fandango, lo studio che ha realizzato il film, abituato a collaborare con Rai e Mediaset, a causa dell’argomento considerato inopportuno si è visto costretto ad andare in Romania e Francia per trovare qualche porta aperta. Ma la situazione è anche più grave, come sottolinea lo stesso produttore: “Pur non essendo un’opera pregiudizialmente contro la polizia, da parte delle forze dell’ordine ci è stato negato qualsiasi aiuto”[1]. Fatto, almeno formalmente, quantomeno curioso essendo una storia in cui le forze dell’ordine sono protagoniste. Tornando alla questione dei titoli, manca da mettere a referto l’uscita per l’home video dove si optò per una versione tradotta, onde evitare che a qualcuno ne sfugga il senso: Diaz – Non pulire questo sangue. Per una volta, le differenti titolazioni per uno stesso film non creano confusione anche perché quello di Vicari è un tale atto d’accusa che colpisce sempre inevitabilmente il bersaglio. Le qualità dell’opera da un punto di vista cinematografico sono notevoli, e questo è sicuramente un merito di regista e dei suoi collaboratori, ma l’impatto degli eventi narrati è talmente forte che, a fronte della visione del film, è difficile soffermarsi sulle questioni tecniche. Per capirci, Amnesty International definì i fatti di Genova del 2001 come “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”[2]. Per restituire l’entità di una tale tragedia, Vicari ha impiegato 130 attori, 250 controfigure, 8mila comparse, 35 automezzi della polizia, e la ricostruzione a Bucarest di tutte le location degli eventi: la scuola Diaz, via Battisti, piazzale Kennedy, la caserma di Bolzaneto e la banca di Corso Italia[3]. L’effetto sullo schermo è devastante, per quanto le immagini dei servizi televisivi e dei documentari possano persino essere peggiori. Il regista si è basato più che altro sugli incartamenti processuali: “La lettura degli atti toglie il sonno, è stata un’esperienza terrificante”[4] ha dichiarato Vicari, ammettendo di aver tralasciato gli episodi più cruenti, forse nell’ottica di rendere più credibile il suo racconto.
Se mai fosse possibile che ci sia qualcuno che non sia a conoscenza di quanto avvenne la sera del 21 luglio 2001, basti citare la pagina di Wikipedia che, almeno nei suoi dati sommari, non può venire sconfessata nemmeno dai più zelanti negazionisti: “ Stando alle ricostruzioni delle forze dell'ordine, la segnalazione di un attacco a una pattuglia di poliziotti portò alla decisione di effettuare una perquisizione presso la scuola Diaz e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli, dove stavano dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri, la maggior parte dei quali accreditati; il verbale della polizia parlò di una "perquisizione" poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black bloc, ma resta senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una semplice perquisizione. Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza; i giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella, uno dei quali rimase in coma per due giorni e subì danni permanenti, ma la portavoce della questura dichiarò in conferenza stampa che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostrò del materiale indicato come sequestrato all'interno degli edifici, senza dare risposte agli interrogativi posti dai giornalisti. Il primo giornalista ad entrare nella scuola Diaz fu Gianfranco Botta e le sue immagini fecero il giro del mondo. Le riprese mostrarono muri, pavimenti e termosifoni macchiati di sangue, a nessuno degli arrestati venne comunicato di essere in arresto e dell'eventuale reato contestato, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, a volte attraverso i giornali, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, resistenza aggravata e porto d'armi. Dei 63 feriti tre ebbero la prognosi riservata: la ventottenne studentessa tedesca di archeologia Melanie Jonasch, vittima di un trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla e arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena e alle natiche; il tedesco Karl Wolfgang Baro, trauma cranico con emorragia venosa; e il giornalista inglese Mark Covell, mano sinistra e 8 costole fratturate, perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla e omero, oltre alla perdita di 16 denti, il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video”[5].
Questi eventi si sommarono ad una situazione già insostenibile, con gli scontri tra i movimenti no-global e le forze dell’ordine, che avevano già raggiunto il picco con la morte di Carlo Giuliani per mano del carabiniere Mario Placanica il giorno precedente. La gravità di questi fatti è arcinota e il film di Vicari aggiunge poco, in quest’ottica, del resto è un’impresa impossibile, considerato che, in un caso come questo, la copertura mediatica è degna di un colossal di Hollywood. Comunque Diaz – Don’t Clean Up this Blood è tutt’altro che un film superfluo. Ad esempio, dai dialoghi del film possiamo notare come la violenza gratuita della Polizia, e il suo esserne un tratto distintivo è cosa di cui purtroppo bisogna prendere atto, è un elemento pacificamente conosciuto, come testimoniato dalle parole del comandante Meconi (Francesco Acquaroli) che avvisa i suoi superiori di non essere più in grado di gestire i suoi uomini. Un dialogo, in effetti, che passa quasi inosservato, nel suo essere ovvio e scontato. Può quindi ritenersi un fatto assodato che l’aggressività della Celere sia quindi utilizzata strumentalmente da chi deve gestire l’ordine pubblico e, sebbene il racconto filmico stigmatizzi anche l’incompetenza specifica di chi deve prendere decisioni, queste ultime sembrano aggravanti più che attenuanti. Amando Carrera (Mattia Sbragia), ispirato a Arnaldo La Barbera, rappresenta il culto della personalità ancora diffusissimo in Italia, soprattutto negli ambienti militari e delle Forze dell’Ordine. Carrera arriva come salvatore della patria, o più prosaicamente come coordinatore supremo delle operazioni, pur non avendo la minima competenza specifica, come evidenziato dal suo ignorare il consiglio di Meconi di utilizzare i lacrimogeni evitando l’irruzione coi manganelli. Il suo imperturbabile rendersi conto di aver preso la decisione sbagliata a frittata ormai fatta, fa il paio con la scena iniziale in cui il portavoce della Polizia Ravello (Rodolfo Serpieri), in modo simbolico e profetico allo stesso tempo, pesta degli escrementi: nessuno dei due sembra fare tesoro dell’esperienza. E non va dimenticato il passaggio documentaristico in cui l’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si compiace dell’operazione, emblematico esempio della lungimiranza politica del Cavaliere nonché di tutti i suoi accaniti sostenitori. È quindi un quadro tanto fosco, quello che tratteggia Vicari in Diaz – Don’t Clean Up this Blood? Sì, ma era inevitabile. Tuttavia il regista e i suoi collaboratori provano a mostrare che anche tra i poliziotti c’è qualcuno che si distingue, nello specifico il vicequestore Max Flamini (Claudio Santamaria), pare ispirato alla figura di Michelangelo Fournier. Questi, come il personaggio del film, guidò l’irruzione delle forze dell’ordine salvo poi denunciarne la brutalità e il ricorso alla violenza gratuita sugli inermi manifestanti. Una posizione che, detta così, suona un po’ contraddittoria e, in effetti, pare proprio il volto di Santamaria quello che vediamo menare manganellate senza troppi scrupoli salendo la rampa di scale, prima di avere un tardivo ravvedimento. Tardivo ma presente, che diamine! E poi Vicari si era già premunito, subito in apertura, di mostrare l’umanità di Flamini, colto in un tenero dialogo con la figlioletta al telefono. Questo è un dettaglio importante, perché ci descrive il poliziotto come uomo comune, una brava persona. Sarebbe stato diverso se al telefono ci fosse stata la moglie o comunque una donna: come noto, il testosterone che scorre evidentemente a fiumi nelle vene degli agenti antisommossa, alimenta la violenza negli scontri ma determina anche una certa intraprendenza nelle beghe sentimentali. Ma che un poliziotto possa essere anche un bravo padre di famiglia significa che è in grado di provare sentimenti che non siano controllati dall’ormone della vitalità e dell’esuberanza per eccellenza e ce lo fa sentire prossimo, proprio come fosse un vicino di casa. E poi quella della storia raccontata nel film sembra una sorta di richiamo alla negoziazione di Abramo nel Libro della Genesi: insomma, se ce n’è almeno uno che si salva vuol dire che non devono essere tutti uomini violenti, quelli della Celere. Anche perché, già durante il giorno precedente, Flamini, date le circostanze particolari, si era rifiutato di ordinare la carica sui manifestanti, nel timore di causare un massacro. Scrupolo di coscienza o calcolo per evitarsi noie? Domanda antipatica e forse anche ingiusta, è vero, ma, purtroppo, del film di Vicari, l’immagine di Flamini che mena col manganello è il fotogramma incancellabile dalla memoria. E allora può bastare pentirsi, ravvedersi, prendere coscienza? Si, certo che sì.
Ma ricordate che fine hanno fatto Sodoma e Gomorra?
[1] Morgoglione Claudia,
Diaz, primo ciak a Bucarest, il film che nessuno voleva, 27/giugno/2011,
dal sito La Repubblica.it, pagina web https:// www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/06/27/news/diaz_film-18288794/,
visitata l’ultima volta il 16 luglio 2026
[2] Di Cesare
Donatella, La ferita aperta di Genova, dal sito FondazioneFeltrinelli.it,
pagina web https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/genova-2001/, visitata l’ultima
volta il 16 luglio 2026
[3] Dati presi dall’articolo
di Ulivi Stefania, Racconto Diaz e Bolzaneto perché non accada mai più, Il Corriere
della Sera, 6 aprile 2012, dalla pagina web https://www.corriere.it/spettacoli/12_aprile_06/spotlight-cinema-vicari-diaz-ulivi_545ffefe-7ff5-11e1-8090-7ef417050996.shtml,
visitata l’ultima volta il 16 luglio 2026
[4] Ibidem
[5] Da Wikipedia, voce
I fatti del G8 di Genova, pagina web https://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_del_G8_di_Genova,
visitata l’ultima volta il 16 luglio 2026
































