
Al
di là delle opinioni personali che si possono avere sul conto del filosofo
francese Bernard-Henri Lévy, il suo documentario Pourquoi l’Ukraine mette
a segno alcuni passaggi indispensabili nella comprensione della guerra
russo-ucraina. Il film, di cui l’intellettuale è coregista insieme a Marc
Roussel, uscì nel giugno 2022, poco più di tre mesi dall’inizio dell’Operazione
Militare Speciale voluta da Putin, è particolarmente ben costruito e chiaro nella
scansione degli eventi. L’aspetto più interessante è che Lévy, ripartendo,
giustamente, dai fatti di Euromaidan, può sfilarsi un asso dalla manica che
aiuta non poco a dipanare la questione. Lévy, in quei tumultuosi giorni ucraini
delle proteste di Piazza Indipendenza, era presente, chiamato direttamente sul
palco, e può quindi portare testimonianza diretta, oltretutto corredata da
ripresa video. Già la definizione che dà nel commento a Pourquoi l’Ukraine,
a proposito delle proteste di Maidan è particolarmente ficcante: “Un mix tra il
Maggio 1968 e la Presa della Bastiglia”. In effetti, il morbido commento a
corredo di Pourquoi l’Ukraine è particolarmente puntuale, del resto Lévy
è uno scrittore. Ma sono le sue parole dell’epoca, dette al microfono davanti
alla folla dei manifestanti ucraini, a gelare il sangue delle vene: “Noi
europei sappiamo che il destino dell’Europa si gioca qui, a Maidan!”. Questo,
quando al tempo, spesso si sentiva parlare di Euromaidan come di un moto di
protesta locale e inerente alla sola Ucraina. Anche perché, la Comunità
Europea, che in Italia come altrove è spesso intesa come sinonimo di Europa,
nel 2014 aveva l’indice di popolarità già ai minimi storici. Pertanto, il suo
destino non era particolarmente a cuore dei cittadini italiani, situazione che
oggi potrebbe anche essere cambiata, ma eventualmente non certo in meglio. In
ogni caso, è evidente che Lévy avesse intuito la crucialità del momento. Tant’è
che, nelle parole successive, è perfino più esplicito: “Lascerò Kyiv con il
cuore che sanguina perché so che il peggio è possibile”. È qui che il freddo ci
corre davvero lungo la schiena, quasi un brivido di hitchcockiana memoria,
sapendo ormai, con assoluta certezza, la tragedia che ci avrebbe atteso. L’intellettuale
francese era consapevole dell’enorme rischio, sin già dal febbraio 2014, ovvero
che Putin non si sarebbe limitato ad un appoggio alle milizie filorusse ma
sarebbe intervenuto direttamente. E se Lévy lo sapeva, al punto di parlarne in
pubblico, il dubbio che non si sia fatto abbastanza per evitare la catastrofe,
a livello internazionale, è quantomeno lecito. Una catastrofe di cui Pourquoi
l’Ukraine fornisce un quadro piuttosto nitido ed esplicito. Ci sono le
immagini della distruzione insensata lasciata dagli aggressori a Buča e Irpin,
del massacro di Kramatorsk e poi Mariupol’, con la tragica vicenda dell’Azovstal.
Lévy è sempre presente, inizialmente nel suo elegante cappotto nero, poi, man mano
che si addentra nella zona di guerra, passa ad abiti più consoni, tuttavia il
suo non sembra un presenzialismo narcisista o fine a sé stesso. Parla con tutti
i principali attori politici, da Zelensky a Porošenko alla Tymošenko, ma riesce
a contattare anche Ilya Samoilenko, assediato, senza speranza di cavarsela, con
il suo Reggimento Azov dentro le citate acciaierie Azovstal in Mariupol. Lévy è
certamente un artista eclettico, filosofo, saggista e giornalista, recita la
sua biografia, e sa che se un’immagine vale mille parole –e infatti sta appunto
dirigendo un film– ma sa anche che l’uso di queste è cruciale al fine di far
arrivare il messaggio. Pourquoi l’Ukraine è punteggiato da frasi ad
effetto che si alternano a scene o a concetti che lasciano il segno. Dalla
risposta di Zelenski a Biden che gli offriva una via di fuga, “Ho bisogno di
munizioni, non di un taxi”, alla definizione di Mariupol’, “La Guernica ucraina”
nel commento del film, come detto, opera dello stesso Lévy. Poi l’esplicita
accusa ai militari russi protagonisti dei crimini di Bucha e Irpin, “Un
esercito di codardi che si è vendicato contro i civili” per l’indomita
resistenza delle truppe ucraine, al pesante rimprovero per Stati Uniti ed Europa,
rei di assistere muti e inermi “All’apocalisse diffuso in Tv come una
telenovela”. Ma anche il rispetto per l’attenzione tutta ucraina per i caduti
in battaglia, un’altra forma di resistenza all’aggressore, secondo
l’intellettuale francese, e un pizzico di speranza, coi bambini che, per gioco,
inscenano un posto di blocco e fermano le auto proprio come dei veri militari. Ironia
se n’è vede tutto sommato poca, anche perché lo stesso presidente ucraino, ex
attore comico, conferma che non è esattamente il momento. In questo terreno il
campo è lasciato agli invasori che, su un muro di Bucha, simbolo assoluto dell’inumana,
spietata e criminale aggressione, hanno lasciato un murales che è firma
emblematica del loro rispetto per la vita umana: “Dalla Russia con amore”.
