1851_NAZA , Regno Unito 2026. Regia di Yuval Abraham e Rachel Szor
Naza è un documentario, Premio speciale
della giuria alla 83° Mostra di Venezia, in cui Yuval Abraham e Rachel Szor, già
autori di No Other Land, mettono sotto l’obiettivo della loro ripresa la
situazione attuale a Gaza. E, quando si pensa a Gaza, si pensa ai morti e alla
distruzione che Israele ha portato nella striscia e, andando a vedere Naza,
quello è il terrificante spettacolo che ci si aspetta. Al contrario, seppur le
scene delle case e dei palazzi di Gaza rasi al suolo non manchino, il panorama
più filmato è quello notturno di Tel Aviv, elegante metropoli moderna. Già
questo approccio è illuminante: la «questione palestinese» non è un problema palestinese
ma israeliano. E affonda le sue ragioni nel passato e infatti vediamo a più
riprese immagini di repertorio, un tempo in cui Israele, tanto per comprendere
la premeditazione del fenomeno, decise di costruire infrastrutture come la rete
telefonica di Gaza per poterle controllare poi a piacimento. I ventiquattro
soldati e agenti dell’intelligence che raccontano per filo e per segno le
agghiaccianti porcherie della strategia israeliana hanno potuto riportare i
dettagli che mettono Tel Aviv spalle al muro unicamente perché protetti dall’anonimato.
Il che non è mai un dato che aiuta la credibilità di una testimonianza, è doveroso
riconoscerlo, ma a questo sopperisce il prestigio dei due registi, cineasti
stimati e considerati. E israeliani. Anche cercando di dare una chiave di lettura
geopolitica, non si può ipotizzare che si tratti di un’opera di propaganda
palestinese, in quanto non è prodotta e realizzata da palestinesi. In questo
senso, più che un grido di denuncia, Naza sembra un rimorso di coscienza
sociale, di cui i due registi si fanno interpreti, nella speranza che sia un
sentimento condiviso da qualcuno, nel Paese della stella di David. Ma ascoltando
le fredde parole dei testimoni, che parlano perfino di genocidio senza scomporsi
più di tanto, sembra una pia illusione. L’orrore che viene raccontato è troppo
grande, molto più drammatico delle immagini di Gaza city rasa al suolo con i
suoi abitanti sotto le macerie. Questo è terribile, sia chiaro. Ma quello che
emerge da Naza è molto peggio. Naza è l’acronimo di Nezek Agavi che può
essere tradotto come «danni collaterali»: in pratica, le vittime innocenti, i civili,
anche donne e bambini, che vengono uccise perché si trovano nei pressi di un
obiettivo militare. Naturalmente la favola della «guerra chirurgica» era
appunto una favola e i morti tra i civili ci sono con assoluta puntualità in
ogni azione bellica senza eccezione alcuna. Ma quello che ci dice Naza va ben
oltre questa già inaccettabile realtà. Tra i programmi e sistemi di Intelligenza
Artificiale utilizzati dall’esercito israeliano il più scioccante e emblematico
è la procedura «Where’s Daddy». Letteralmente significa «dov’è papà» e indica il
ritorno a casa degli uomini considerati obiettivi da eliminare per poi, a quel
punto, bombardare l’abitazione. Stante la situazione famigliare degli abitanti
della Striscia di Gaza, un bombardamento notturno ad un appartamento contempla
nel minore dei casi una ventina di naza, che possono arrivare anche a dieci
volte tanto. In altre parole: Tel Aviv, per eliminare quello che ritiene un
obiettivo, un potenziale militante di Hamas, mette in conto di uccidere da 20 a
200 vittime civili, tra cui donne e bambini, come detto stiamo parlando di contesti
famigliari. Non si tratta di «scudi umani»: si tratta di gente che vive in casa
propria. Si è usato la definizione «potenziale militante di Hamas» non per prudenza
ma facendo riferimento alle stesse parole dei testimoni del film di Abraham e Szor:
il sistema Lavender, il programma che individua gli obiettivi da eliminare, ha
un margine di errore superiore al 15%. Il che significa che capita con discreta
frequenza di bombardare una casa nella quale non si trovi nessun reale
obiettivo ma soltanto «naza». In questi casi ci sarebbe da ironizzare se la
situazione non fosse tanto tragica: vittime collaterali di che cosa, se manca l’obiettivo?
Stando al Ministero della Sanità di Gaza i morti dovuti alle operazioni
militari nella Striscia sarebbero già 73.000 dall’inizio delle ostilità, di cui
circa la metà di essi sono donne e bambini. Questi alcuni elementi, diciamo
così, statistici che si apprendono durante la visione di Naza per la cui
gravità va data la precedenza. Ma nel film emerge un altro aspetto,
strettamente legato al problema arabo-israeliano ma che ci tocca anche in prima
persona, nella vita di tutti i giorni. E cioè il modo in cui nel mondo
occidentale, di cui Israele fa parte, ci rapportiamo all’intelligenza
artificiale. Guardando Naza, e ascoltando le asciutte parole di alcuni
testimoni che non si ritengono responsabili di ciò che accade, si ha una doppia
sensazione di familiarità. Da una parte percepiamo la stessa sensazione della nostra
quotidianità, ad esempio quando guardiamo una partita di calcio. Il fuorigioco automatico
ci rassicura che non possono esserci errori: è l’infallibilità del VAR, l’Intelligenza
Artificiale applicata allo sport come in ogni altro campo della vita sociale. Si
è detto come il sistema Lavender, messo a punto dai tecnici israeliani –c’è da
credere tra i più efficienti del pianeta– abbia un margine di errore di circa
il 15%, altro che perfezione, ma non è questo il punto. E il punto non è neanche
che il dio algoritmo sia davvero ritenuto affidabile: in realtà, è risaputo che
l’Intelligenza Artificiale possa sbagliare. Il vero nocciolo della questione è
che il riferimento astratto e non umano ci deresponsabilizza definitivamente.
In parte, l’effetto deresponsabilizzazione nasce già nelle forme di
collaborazione collettiva: più si è, meno si percepisce la responsabilità di
quello che si fa. Nel film uno dei testimoni lo dice esplicitamente: non si
sente responsabile dei morti, in quanto lui ha contribuito solo ad un frammento
della complessa operazione. C’è chi ha semplicemente partecipato a stilare la
lista dei bersagli, ma poi altri hanno premuto il bottone. E chi ha lo ha
premuto, quel fatale bottone, non sa a cosa sta sparando, che è una decisione
presa da altri. Questo palleggiarsi la responsabilità era già noto in ambito
militare, ed era utilizzato per evitare di risvegliare le coscienze dei soldati,
e trova oggi la sublimazione con l’impiego dell’Intelligenza Artificiale. È il sistema
Lavender che sceglie gli obiettivi, e eventualmente li sbaglia, è il programma
Homeland che intercetta le comunicazioni ed è la procedura Where’s Daddy che si
attiva quando gli uomini rientrano e a casa e sono localizzabili. In effetti, uno
dei testimoni asserisce che è un po’ come giocare ai videogames, qualcosa che
abbiamo provato tutti. Tornando al paragone calcistico: c’è poi tanta
differenza tra una partita di calcio vera e una con una fatta coi modernissimi sistemi
virtuali? E questa, come detto, è la prima sensazione di familiarità che trasmette
Naza, tralasciando, se fosse possibile, la tragedia del popolo
palestinese. Ma si è detto che queste sensazioni di familiarità sono due. E l’altra
può venire solo se si è appassionati di fantascienza distopica. E, in quel
caso, la tragedia non si può tralasciare neppure per un istante. Naza è
uno squarcio su un possibile, se non probabile, futuro: il nostro futuro se
continueremo a cercare scuse e pretesti –ieri le teorie razziste, oggi l’intelligenza
artificiale– per disumanizzare noi stessi.










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