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mercoledì 1 aprile 2026

DIMENTICARE LISA

1806_DIMENTICARE LISA . Italia 1976. Regia di Salvatore Nocita

Già dai primi anni Settanta, il Thriller all’italiana –il genere dei film di Dario Argento, Lucio Fulci e company– aveva ampiamente dimostrato che per storie del brivido o con contenuti criminosi l’ambientazione italiana era perfettamente congeniale. La stessa Rai, la televisione di stato, se ne era progressivamente resa conto, realizzando nel tempo una serie di opere gialle di natura prettamente italiana che era culminata con il capolavoro L’amaro caso della baronessa di Carini [Daniele D’Anza, 1975]. Una vicenda ambientata in un luogo familiare era più credibile per chi viveva in quel luogo, ma lo era anche in senso assoluto: anche per uno straniero era più facile immedesimarsi in una storia se chi la raccontava ne era parte integrante. Certo, c’erano eccezioni, in questo senso, si pensi ai generi cinematografici quali il Gotico italiano o gli Spaghetti western, ma tendenzialmente una vera conoscenza del contesto rendeva maggiormente credibile un racconto. Gli stessi sceneggiati tratti da Francis Durbridge prodotti dalla Rai, se consideriamo lo scrittore inglese come il loro vero artefice, erano un altro esempio in quest’ottica. L’impostazione dei racconti che verteva sulla soluzione dell’intrigo era perfettamente confacente ad un’ambientazione britannica. Tenendo in considerazione tutti questi aspetti, alle quali si aggiungeva la necessità di contenere i costi di produzione, verso la metà degli anni 70, in Rai si decise di ambientare gli sceneggiati in Italia, anche qualora fossero originariamente previsti in altri lidi. Il «telegiallo» tratto da Francis Durbridge era stato un appuntamento annuale quasi fisso per gli italiani, almeno tra il Giocando a golf una mattina [Daniele D’Anza, 1969] del 1969 e Il lungo il fiume e sull’acqua [Alberto Negrin, 1971] trasmesso nel 1973, per un totale di quattro sceneggiati in un lustro. Tutti grandi successi di pubblico; eppure, pur essendoci disponibili ancora altre opere dello scrittore inglese, la produzione italiana di sceneggiati tratti dai sui scritti si inceppò. Fu solo nel 1976 che Durbridge fece ritorno sui nostri schermi e lo fece addirittura con due titoli, quasi a calmare l’astinenza dei fans italiani: in realtà la doppia proposta non corrispose a qualcosa di realmente soddisfacente, e fu probabilmente il tentativo di capire quale strada percorrere. 

Il problema, come detto, era riuscire ad essere ancora credibili, proponendo le trame fortemente intrise di «british style» di Durbridge, senza spendere cifre folli per ricostruzioni dispendiose o riprese in loco in altrettanto dispendiose trasferte. Le direttive sarebbero state quelle di preferire storie entro i nostri confini ma, in ossequio al successo del giallista britannico, vi fu un ultimo tentativo mantenendo l’ambientazione inglese. In settembre fu così trasmesso A casa, una sera… di Mario Landi, per realizzare il quale si scelse una pièce teatrale che prevedeva già in origine un’ambientazione in interni, il che agevolò una ricostruzione in chiave britannica negli studi Rai di Torino. Era un’opzione, per così dire al ribasso, e servì più che altro a stimolare l’appetito dei cultori di Durbridge per quello che era stato annunciato come il piatto forte della nuova stagione invernale televisiva: Dimenticare Lisa, quello sì un vero e proprio sceneggiato. Purtroppo quello diretto da Salvatore Nocita e trasmesso nell’ottobre del 1976 sulla Rete 1 fu sostanzialmente una mezza delusione. Come detto, la Rai aveva dato una bella sforbiciata ai budget per contenere i costi e, anche in quest’ottica, per realizzare Dimenticare Lisa fu riscritta completamente la storia originale ambientandola a Napoli e nei dintorni, a Marina di Seiano e Meta di Sorrento. La Rai aveva gli studi a Napoli e queste location vicine permisero di realizzare lo sceneggiato senza spendere una fortuna. Peraltro, l’ambientazione campana della storia, con i protagonisti comunque quasi tutti stranieri, è funzionale e non la pregiudica. Peter Goodrich (Ugo Pagliai, a suo agio) è un antiquario inglese che incontra casualmente la bella americana Lisa Carter (Marilù Tognolo, a cui manca forse qualcosa per un ruolo così magnetico) e se ne innamora perdutamente. Inizialmente, sembra di guardare una fiction romantica ma, con tempismo perfetto, proprio quando le effusioni e le smancerie sembrano superare la soglia di guardia, la storia vira sul giallo, e la vicenda prende mordente. Il testo originale di Durbridge, The Doll, era stato scandito in modo inconsueto rispetto ai precedenti lavori dell’autore inglese: si era abbandonata la formula delle cinque o sei puntate da trenta minuti l’una in luogo di meno episodi più corposi, tre da un’ora. Questo aveva spronato Durbridge ad un maggior approfondimento delle psicologie dei personaggi, essendoci più tempo per i dialoghi visto che i «cliffhanger», i finali di puntata sospesi, erano solo due e c’era meno lavoro preparatorio in tal senso. Forse fu anche questa maggior corrispondenza alle esigenze italiane –storie più lunghe, maggior spessore dei personaggi– che per Dimenticare Lisa non fu ingaggiato uno sceneggiatore specifico ma questo compito fu assorbito dalla consueta traduttrice delle opere di Durbridge, Franca Cancogni. Se non ci sono motivi di dubitare sulla qualità del suo lavoro di trascrizione, sorge più di qualche perplessità sul suo operato in sede di aggiustamento della trama originale che si ingarbuglia in modo davvero approssimativo e quanto mai lontano dalla precisione di Durbirdge, soprattutto nel finale. 

Ma è un po’ tutta quanta l’operazione in sede di sceneggiatura a fare acqua, si veda il ricorso al finale ad effetto della prima puntata, che sembra mettere il fratello di Peter, Claude (Carlo Enrici), in luce assai sinistra e che si rivelerà essere però un passaggio gratuito, estemporaneo ed incoerente. I gialli «a là Durbridge», con la loro precisione mirata a finali multipli, non erano esenti da perplessità, ma proprio l’attenzione maniacale e la dedizione nel lavoro erano salvacondotti perlomeno sufficienti a certificare la buona volontà dell’autore. Poteva sorgere il dubbio sul senso generale di creare un meccanismo che avesse come unico scopo intrattenere lo spettatore, giocando un po’ a rimpiattino con la logica deduttiva per lasciare inalterata la possibilità di continue svolte narrative. In Dimenticare Lisa –a fronte di un’opera alla sua base, The doll, che è considerata una delle migliori di Durbridge– Cancogni e Nocita ad un certo punto naufragano tra le tante piste disseminate e si rifugiano in un finale confuso e arruffato che lascia lo spettatore consapevole di essere stato, narrativamente, imbrogliato. Certo, il 1976 era nel pieno degli «Anni di Piombo», delle tante storie italiane senza senso né logica, senza soluzione e men che mai lieto fine. La lotta armata dei rivoluzionari, il terrorismo, l’eversione di Stato, le stragi, gli attentati, le manovre dei Servizi Segreti deviati: in Italia si respiravano paura e confusione e di logica non v’era praticamente ombra. Spesso il cinema con gli spunti più interessanti di un genere troppo sottovalutato come il poliziottesco, aveva attinto a piene mani da questa situazione, si pensi a La polizia ringrazia [Stefano Vanzina, 1972], La polizia accusa: il Servizio Segreto uccide [Sergio Martino, 1975] o a altri titoli dello stesso tenore. Dimenticare Lisa, che si rivolge maggiormente ai gialli alla Dario Argento per certi suoi momenti forti, si veda l’utilizzo della bambola, ci restituisce unicamente l’atmosfera da incubo quotidiano che si viveva ai tempi. Peccato per il fastidio che lasciano i goffi ingarbugliamenti della trama tesi a nascondere le incongruenze in sede di scrittura. Sempre, ma soprattutto in un giallo, un errore imperdonabile. 


Marilù Tolo 




domenica 29 marzo 2026

NOSTRA SIGNORA DI FATIMA

1805_NOSTRA SIGNORA DI FATIMA (The Miracle of Our Lady of Fatima). Stati Uniti 1952. Regia di John Brahm

Pare che Lùcia dos Santos, la più grande tra i tre pastorelli di Fatima che assistettero alle apparizioni della Vergine Maria, nel 1952 vide il film Nostra Signora di Fatima e non lo gradì. Il che potrebbe essere una recensione negativa mica da poco per il lungometraggio di John Brahm: in realtà possiamo ascrivere il giudizio di Lùcia a semplice curiosità e niente più. Vero è che alcune scene, specie nel finale, sorprendono per la verosimiglianza ma Hollywood, negli anni cinquanta, era nel suo periodo aureo e il suo cinema poteva benissimo prescindere dalla realtà a cui comunque si ispirava. Insomma, quando si guarda un film americano, specie se di quell’epoca, va messo in conto che l’industria del cinema aveva le sue coordinate peculiari: questo non vuol dire che ad Hollywood raccontassero balle, perlomeno si trattava di un discorso meno banale. Si poteva certo dire che in nessun posto come in America era vero che il cinema fosse l’arte della finzione per eccellenza ma, proprio grazie a questo suo essere svincolato dalla mera documentazione dei fatti, era proprio lì che si poteva più agevolmente assurgere a verità artistica. E’ chiaro che questo meccanismo funzionava alla grande tanto più libere erano le mani del regista: nei generi meno impegnati, come il western, il noir, la commedia americana, il melò abbiamo infatti i migliori esempi di questo. Più complicato era trovare la giusta alchimia nei film storici o biografici e ancora peggio in un film, come Nostra Signora di Fatima, dove si trattava un tema delicato come quello religioso. John Brahm non era un gigante della regia ma sapeva bene come dirigere un film e il suo approccio al tema delle apparizioni di Fatima sorprende per una sorta di sincera ingenuità, probabilmente la stessa che dovevano avere i tre pastorelli, con cui la storia si accosta ai fatti. L’ipotesi che gli eventi possano essere falsi, frutto di inganno o anche solo allucinazioni collettive, non viene mai presa in considerazione dall’autore che si limita a dar credito, in forma visiva sullo schermo, alle parole di Lùcia (Susan Whitney), Giacinta (Sherry Jackson) e Francesco (Sammy Ogg). Il tema del film non è, infatti, se le apparizioni siano vere o meno e la storia nemmeno sembra concentrarsi troppo sui messaggi che lascia la Vergine Maria. L’attenzione di Brahm è piuttosto focalizzata sulle reazioni che queste apparizioni generarono: da una parte ci fu una risposta spontanea della gente che aveva quasi la necessità di credere nel miracolo, d’altra due differenti comportamenti più studiati, più calcolati. 

Le forze rivoluzionarie che nel 1910 avevano chiuso i conti con la monarchia con un colpo di stato, avevano avuto la mano pesante anche nei confronti della Chiesa Cattolica: e nel 1917 un’apparizione della Vergine Maria con annesso sollevamento di moti religiosi popolari non era certo visto di buon occhio dalle rigide autorità che si erano insediate nel paese. Il capo delle guardie (Frank Silvera), pur se stereotipato a livello narrativo, è una rappresentazione in linea con quella che fu la risposta politica delle autorità portoghesi agli eventi. Ma, sul momento, anche i ministri della Chiesa non si posero, nei confronti dell’accadimento, come sarebbe lecito attendersi: ovvero chiedendosi sinceramente se potesse essere vero o meno. La preoccupazione di Padre Ferreira (Richard Hale) è, anche comprensibilmente, rivolta alle conseguenze che la comunità religiosa dovrà inevitabilmente pagare in termini di repressione politica, al diffondersi della notizia. Alla fine anche la Chiesa, come l’autorità governativa, fa i conti con le conseguenze dell’evento e, oltre a tralasciare il fatto in sé, se la prende con i tre ragazzini, rei di aver scatenato tutto il putiferio. Il personaggio che, in fin dei conti, reagisce meglio, a parte la sincera devozione della popolazione, è Hugo (Gilbert Roland). Figura centrale nella storia ma completamente inventata, è quindi un personaggio di natura prettamente cinematografica: in sostanza incarna il cinema e il suo modo di accostarsi ad un fatto tanto eclatante. Non a caso, proprio come il cinema, Hugo racconta un sacco di bugie: ma sono frottole innocenti, in quanto perfino i tre piccoli non hanno difficoltà a comprendere che l’uomo li prende bonariamente in giro mentre li intrattiene con i suoi bizzarri racconti. Per quel che riguarda il suo accostarsi all’evento miracoloso è evidente un certo scetticismo (dichiarato apertamente nei confronti della fede religiosa), e ci sarebbe da stupirsi del contrario, visto la natura del soggetto che è un mariuolo, ladruncolo e imbroglione di mezza tacca. Ma, di fronte alla devozione dei tre pargoli, il nostro mostra un sacro rispetto, costringendo, ad esempio, i compagni detenuti ad inginocchiarsi per pregare. E, quando il pericolo sembra minacciare i tre ragazzini, non esita a mettersi in mezzo per difenderli, pagando poi personalmente le conseguenze. Insomma, sembra quasi dirci Brahm, magari non chiedete proprio al cinema, l’arte delle apparizioni fasulle, di credere alla veridicità delle apparizioni della nostra storia. Ma in Nostra Signora di Fatima troverete il massimo rispetto tanto per le dichiarazioni dei ragazzi quanto per la sincera devozione popolare.   




giovedì 26 marzo 2026

WARTIME NOTES

1804_WARTIME NOTES . Italia 2023. Regia di Barbara Cupisti

Verso la fine del documentario, la regista Barbara Cupisti arriva al suo dunque: “Questa guerra è un modo maschile di concepire la vita, contro uno femminile”. È un tema caro, all’autrice italiana, che sin dall’inizio della sua carriera lo ha esplorato, almeno stando alle note biografiche che si possono leggere sul portale Rai, “con originalità e profondità”. [dal sito Rai.it, pagina web http://www.rai.it/raicinema/news/2023/12/Wartime-Notes-Miglior-Film-Straniero-al--Bir-Duino-Film-Festival-in-Kirghizistan-19648a3c-8a5d-4da2-bf07-8e4aebe0a10e.html visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In effetti la Cupisti, di questa sua convinzione, trova conferme in quelle interviste che costituiscono sostanzialmente il suo lungometraggio Wartimes notes, un documentario incentrato sull’inasprimento della guerra in Ucraina dopo il 24 febbraio 2022. Soprattutto nelle parole di Natalia Panchenko, che coordina gli aiuti umanitari verso l’Ucraina dalla Polonia, in quelle del Premio Nobel per la Pace 2022  Oleksandra Matviichuk e forse anche in quelle Tatiana Kucherenko, costretta a lasciare Cherson occupata dai russi: l’opinione di fondo che emerge, e che la regista è brava ad evidenziare, è che questo conflitto, più che un’invasione, più che una lotta tra democrazia e dittatura, più che una battaglia tra giustizia e ingiustizia, sia davvero una questione di genere sessuale. Già dai tempi della Prima Guerra Mondiale, in seguito all’attività, tra le altre, di Dorothea Hollins e Helena Swanwick, due precorritrici del movimento femminista, si diffuse l’idea che se le donne fossero ai governi dei vari Paesi, non ci sarebbero state più guerre. Senza stare a tirare in ballo Margaret Thatcher e altre donne di potere non precisamente tenerissime, basterebbe andare ad assistere ad una partita di calcio dove giocano i ragazzini per osservare alcune madri a bordo campo, per farsi venire qualche dubbio. Oppure riflettere come, in qualità di mammifero, l’essere umano che influenza in maniera maggiore e più determinante ciascuno di noi –perfino Putin o Hitler– è probabilmente una donna, ovvero sua madre. E, forse, l’attitudine violenta degli individui, si potrebbe riuscire a sradicare, lavorandoci per tempo; a patto di volerlo davvero fare, naturalmente. E di non vedere nel figlio il proprio braccio armato, la possibilità di riscatto. Ma questi commenti non sono certo qualificati, del resto questo studio si focalizza sul cinema e questi argomenti necessitano di competenze specifiche. Per la verità, restando strettamente inerenti all’argomento cinematografico, anche guardando –anzi, meglio, ascoltando– Intercepted di Oksana Karpovych, ci si può fare un’idea meno stereotipata sulla questione. In ogni caso, vale la pena approfittare di un film non particolarmente ricco di altri spunti come quello della Cupisti per approfondire un minimo il tema. In rete, a questo proposito, si trova un interessante articolo della rivista online The Vision [Josie Glausiusz, Il mondo sarebbe davvero più pacifico se le donne fossero al potere? The Vision, 12 dicembre 2017, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024] che, oltre ad una panoramica generale, si sofferma su alcuni studi eseguiti di recente da ricercatrici e ricercatori, loro sì, qualificati. Come la dottoressa Mary Caprioli della Università del Minnesota Duluth [pagina web https://cahss.d.umn.edu/faculty-staff/dr-mary-caprioli, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024], ad esempio, che, con l’aiuto di Mark A. Boyer della University of Connecticut [pagina web https://geography-sustainability-community-urban.uconn.edu/person/mark-boyer/, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], ha condotto un’analisi sulle dieci crisi militari del XX secolo nelle quali erano coinvolti Paesi guidati da donne. Giustamente, i due studiosi hanno osservato, come prima cosa, che i dati a disposizione –in sostanza il numero delle donne al potere nel periodo preso in esame– e su cui poter trarre una statistica attendibile, sono da ritersi troppo esigui. Ciononostante la dottoressa Caprioli si è permessa questa conclusione: “Le donne al potere possono essere energiche, di fronte a situazioni internazionali violente, aggressive e pericolose”. [dal sito The Vision, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. Il che non significa rinnegarne l’indole pacifica, ma nemmeno l’esatto contrario; anche l’antropologa medica Catherine Panter-Brick, che dirige il Programma di Conflitto, Resilienza e Salute presso il MacMillan Center for International and Area Studies all’Università di Yale [pagina web https://anthropology.yale.edu/profile/catherine-panter-brick, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], interrogata sulla possibilità di risolvere o evitare le guerre ponendo donne nei ruoli di governo, non si è spinta troppo in là. “Una domanda di questo tipo stereotipizza i ruoli di genere e dà per scontato che la leadership sia una dinamica semplice”, è la sua lapidaria risposta. [Ibidem]. Del resto la già citata attivista degli arbori Helena Swanwick in The Future of Women’s Movement [Helena Swanwick, The Future of Women’s Movement, 1913] ebbe a scrivere: “Intendo confutare del tutto l’assunto che sta alla base delle conversazioni femministe di questi anni.” Cioè, “l’assunto secondo il quale gli uomini sono sempre stati i barbari che amano la forza fisica, e che solo le donne sono civilizzate e civilizzatrici. Non ci sono prove di questo nella letteratura o nella storia”. [dal sito The Vision, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In tutto questo, Wartimes notes si lascia ricordare per qualche passaggio commovente, ma anche per la noia che, duole dirlo, ogni tanto affiora, ora durante le tante interviste che si dilungano su aspetti poco incisivi, ora su insistite scene ordinarie. La noia non è sempre del tutto negativa ma questa è del tipo peggiore, inutile e inconcludente. La voce della regista ogni tanto riaffiora, cercando di imprimere la giusta ottica al racconto, tradendo una certa indole se non proprio faziosa, quantomeno militante. Pur comprendendo le finalità dell’opera e quindi i suoi intenti, lasciano perplessi le parole che la regista utilizza per raccontare l’iniziale passaggio cruciale della crisi russo ucraina. “C’è un’altra data che non ci ricorda niente: il 28 novembre 2013. E un altro posto: piazza Maidan, che ora è piena di sacchi di sabbia. Tutto parte da lì. Il presidente ucraino Janukovyč va a Vilnius, in Lituania, per firmare un accordo di collaborazione commerciale con l’Europa. Sarebbe il primo passo dell’ingresso dell’Ucraina in Europa. Ma quando arriva lì Janukovyč ritira la disponibilità all’accordo, tradendo così il popolo ucraino. A Kiev scoppia la protesta, i manifestanti occupano piazza Maidan”. Barbara Cupisti prosegue nel suo eloquio, ma per comprendere quanto il suo raccontare sia impreciso e non obiettivo bastano queste frasi. Che si utilizzi l’incomprensibile espressione «piazza Maidan» –che significa di fatto «piazza Piazza»– o che si usi il termine «Europa» in luogo di «Unione Europea»– lapsus che lascia intuire la presunzione della nostrana intellighenzia, che ritiene di poter estendere le proprie convinzioni a tutti, in quanto insindacabilmente «giuste», sono ancora peccati veniali. Il punto critico è quando Cupisti sostiene che Janukovyč abbia tradito il popolo ucraino. Qui, per la verità, va fatta una premessa: se si accettano –come furono universalmente accettate, nonostante le denunciate interferenze russe– le elezioni ucraine del 2010, Viktor Janukovyč era il legittimo presidente ucraino e, in qualità di rappresentante democraticamente eletto del proprio Paese, aveva facoltà di prendere le decisioni che riteneva opportune. Questo è il senso della democrazia rappresentativa e, oltretutto, se andiamo a scorrere la campagna elettorale delle elezioni ucraine del 2010, vedremo che il sostegno russo a Janukovyč era palese –le citate «interferenze russe»–  eppure il popolo scelse di votare il rappresentate del Partito delle Regioni, il noto movimento politico filo-russo in seguito bandito dal paese. E, come detto, la comunità internazionale non ebbe nulla da eccepire sulla regolarità di quelle elezioni. [dal sito del Washington Post, pagina web https://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/02/08/AR2010020803583.html, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024; o anche dal sito del Kviv Post, pagina web https://archive.kyivpost.com/article/content/ukraine-politics/european-parliament-president-greets-ukraine-on-co-59077.html]. Pertanto, se si possono comprendere e anche condividere i moti di protesta di Euromaidan, come si possono comprendere e condividere altri fermenti di piazza che hanno sostanzialmente sempre le loro ragion d’essere, è altresì corretto utilizzare i termini appropriati. La questione non è se Euromaidan sia una rivoluzione, come sostengono i filo-ucraini, o un colpo di stato, come invece denunciano i filo-russi. Il punto è che chi pretende di difendere la democrazia, deve ammetterne la fallibilità, come risulta evidente in questo caso, anziché mentire sapendo di mentire, che è, tra l’altro, la strategia del Cremlino. Appare oggi abbastanza evidente, da uno sguardo distaccato, che il popolo ucraino fosse già al tempo in maggioranza orientato verso l’Unione Europea ma, a causa delle vicissitudini politiche –certamente influenzate dall’esterno, leggi Russia, ma non vanno certo sottovalutati gli altri attori sullo scacchiere, la UE ma soprattutto gli Stati Uniti– dopo la Rivoluzione Arancione si era generato un clima di delusione e scoramento che determinarono poi il risultato elettorale del 2010. Si possono quindi accettare i moti di protesta di Euromaidan come un’espressione democratica fuori dai luoghi preposti legalmente allo scopo, le urne elettorali, ma si tratta di forzare un poco la forma che, in questo ambito, sarebbe da considerare sacra e pari al contenuto. E, come si vede, da qui a dire ineffabilmente che un presidente legittimamente eletto, nello svolgere le proprie funzioni tradisca il proprio popolo, ce ne corre. 


Alla guerra Russo-Ucraina, Quando la città dorme ha dedicato il volume LA STUDENTESSA E L'ORSO, uno studio su questo atroce conflitto fatto attraverso il cinema. 



lunedì 23 marzo 2026

UNDER DEADLY SKIES: UKRAINE'S EASTERN FRONT

1803_UNDER DEADLY SKIES: UKRAINE'S EASTERN FRONT . Ucraina, Regno Unito 2023. Regia di Caolan Robertson

Conosciuto anche con l’ancora più esplicito titolo The Eastern Front: Terror & Torture in Ukraine, il documentario di Caolan Robertson si prende la spinosa e assai pericolosa briga di fare luce sui veri o presunti crimini di guerra perpetrati dalle forze di occupazione russa a danno dei civili ucraini. Insieme al regista, la spedizione comprende John Sweeney, pluripremiato giornalista investigativo e reporter di guerra, Paul Conroy, fotogiornalista di lungo corso, e la scrittrice e giornalista Zarina Zabrisky: un team che, fuor di ogni dubbio, conosce il mestiere e, infatti, non perde tempo e mette subito gli accusati spalle al muro. Nel gennaio del 2023, un missile russo ha colpito un palazzo residenziale di nove piani a Dnipro, causando 46 morti di cui 6 bambini. L’esplosione ha sventrato l’edificio, lasciando in bella vista una cucina tinteggiata di un bel giallo acceso; solo un paio di giorni prima, una piccola bambina vi aveva festeggiato il compleanno. Il suo papà, che vediamo nel video dove la bimba spegne le candeline, è tra le vittime. Un missile da guerra su un edifico residenziale; saranno altri due i casi in cui il team di Robertson riesce a mostrare filmati in cui le bombe colpiscono aree abitate da civili senza alcuna presenza militare nei paraggi. Ma siamo appena all’inizio di Under Deadly Skies: Ukraine’s Eastern Front che, procedendo spedito, cala subito un altro asso, una prova difficilmente confutabile: un video sembra infatti mostrare l’utilizzo di bombe al fosforo bianco sulla città di Bakhmut. L’operazione definita da Mosca «Tritacarne Bakhmut», durata una decina di mesi tra il 2022 e il 2023, aveva solo uno scopo diversivo, ovvero far sprecare risorse umane al nemico mentre i russi si potessero riorganizzare, almeno stando a quanto dichiarato dal comandante della Wagner Yevgeny Prigozhin. [dal sito Rai News.it, pagina web https://www.rainews.it/articoli/ultimora/Ucraina-Prigozhin-completata-operazione-Tritacarne-Bakhmut-04afc98d-f2d6-4ca7-be94-8c0f971ae1f2.html, visitata l’ultima volta il 13 dicembre 2024]. Per far questo, è stata rasa al suolo la città, incendiando le abitazioni dei civili con intensi bombardamenti al fosforo bianco. Per chiarimenti tecnici viene interpellato Hamis De Breton-Gordon, ex comandante Nato e delle forze chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari nel Regno Unito, che illustra come i bossoli ritrovati sul luogo del bombardamento sono i resti di proiettili incendiari al fosforo o alla termite. 
La Convenzione di Ginevra proibisce l’utilizzo di entrambi le terribili sostanze in prossimità di insediamenti non strettamente militari. Nel Donbas, secondo De Breton-Gordon ma anche secondo alcuni civili, sono state utilizzate volontariamente contro i civili per terrorizzare la popolazione con il fuoco che, quasi silenziosamente, scende dal cielo e distrugge ogni cosa. Date le elevatissime temperature, infatti, i frammenti ferrosi di questi ordigni sono in grado di perforare quasi ogni materiale. Secondo Sweeney, che funge da Cicerone del gruppo, siamo di fronte ad evidenti casi di crimini di guerra. È tempo quindi di passare all’altro filone di accusa agli aggressori, ovvero la tortura a danno dei prigionieri. Vengono intervistati alcuni civili testimoni diretti, nel senso che furono sottoposti a tortura dagli occupanti: il primo dei quali sottolinea come, durante le torture che subì, i russi si divertivano godendosi il momento. Particolare non secondario, i suoi aguzzini non erano soldati, erano Ufficiali di Polizia. Alexander, un altro testimone torturato, va anche più nel dettaglio: non erano persone che arrivavano dalle lande remote della Federazione Russa, ma gente di Mosca, di cui aveva riconosciuto distintamente l’accento. In base a queste parole, si smentirebbe, quindi, la teoria che a compiere i crimini siano stati individui reclutati dalle zone meno progredite di un paese enorme e non uniformemente emancipato come la Russia. Tra gli strumenti di tortura vengono elencati la corrente elettrica, i teaser, i manganelli e altre atrocità di questo tono. Un rilievo simbolico viene dato al fatto che, con l’indipendenza, l’Ucraina aveva chiuso alcune prigioni del tempo sovietico perché i detenuti vi erano tenuti in condizioni disumane; inutile dire che i russi le hanno immediatamente riaperte e utilizzate proprio contro gli ucraini. La denuncia dell’utilizzo da parte dei russi delle bombe a grappolo, un’arma messa praticamente al bando dalla comunità internazionale, è solo la ciliegina sulla torta di una strategia di aggressione difficilmente difendibile per gli invasori. Un quadro generale molto fosco ma Under Deadly Skies: Ukraine’s Eastern Front prova a chiudere in modo non troppo pessimista. Dopo le drammatiche parole di un sopravvissuto, “Se l’Inferno esiste, era Kherson”, il film ci lascia con un moto di speranza legato all’umanità della gente comune ucraina che spera nella pace e non chiede nemmeno vendetta. “Queste persone ordinarie, sono straordinarie”: parole di John Sweeney, e viene da pensare che sia proprio un tipo a cui credere.



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venerdì 20 marzo 2026

UKRAINIAN INDEPENDENCE. AS IT IS

1803_ UKRAINIAN INDIPENDECE. AS IT IS . Ucraina, 2023. Regia di Volodymyr Tykhyy

Il 24 agosto, la ricorrenza dell’Indipendenza dell’Ucraina, è festeggiata nel Paese sempre con maggior vigore da quando, il 24 febbraio del 2022, ha avuto inizio l’invasione su vasta scala. In effetti è curioso che il Cremlino abbia deciso di attaccare l’Ucraina proprio nel giorno, per così dire, più «lontano» del calendario, a sei mesi esatti. In ogni caso, il collettivo di documentaristi Babilon’13, attivo fin dal 2014 nel tentativo di combattere la macchina della propaganda di Mosca, ha prodotto, per la ricorrenza del 2023, un film ad hoc: Ukrainian Indipendence: As it is. Alla regia uno dei suoi cineasti più esperti del gruppo, Volodymyr Tykhyy, già autore di Lethal Kitten e One day in Ukraine, quest’ultimo in collaborazione con gli altri registi del collettivo. Per Ukrainian Indipendence. As it is, si ripete sostanzialmente la formula, con Tykhyy regista e supervisore generale, dal momento che le undici storie si svolgono tutte il 24 agosto 2022, in città diverse, Kyiv, Leopoli, Karkiv, Mykolaiv, Odesa e al fronte nei pressi di Donetsk, e quindi vari cineasti si sono sparpagliati per il Paese per darne resoconto filmato. Protagonisti dei vari segmenti narrativi sono persone che si occupano di differenti attività: alcuni militari, tra cui anche una donna col ruolo di lanciamissili anticarro, ma anche artisti, ex politici o un giovanissimo addetto alle pulizie di un pub. Insomma, un mosaico di vita per ribadire con forza il diritto di esistere dell’Ucraina.        



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martedì 17 marzo 2026

DETECTIVE PER NECESSITA'

1802_ DETECTIVE PER NECESSITA' (Ebony, Ivory and Jade), Stati Uniti, 1979. Regia di John Llewellyn Moxey

A vederlo oggi Detective per necessità è davvero un film sconcertante. Soprattutto in avvio, dove l’approssimazione che regna sovrana nel copione raffazzonato alla bell’è meglio può risultare oggi indigesta, avendo l’abitudine alle odierne fiction televisive che, tra i mille difetti che gli si possono imputare, non hanno tutti gli svarioni narrativi del film di Moxey. E qui subentra un altro fattore che lascia anche più sgomenti: possibile che un autore bravo e misurato come il britannico abbia firmato un simile guazzabuglio? Qui c’è poco da fare, Detective per necessità è un passo falso, forse il peggiore o comunque uno dei peggiori, di Moxey e bisogna prenderne atto. Detto questo, è forse utile ampliare lo sguardo, perché, nelle produzioni televisive, per quanto gli investimenti fossero minori rispetto al cinema destinato alle sale, lo studio aveva un’ingerenza superiore, in quanto il piccolo schermo ha sempre limitato le velleità autoriali dei cineasti –registi, tecnici e interpreti che fossero– impegnati. E allora sorge inevitabilmente un’altra domanda: com’è possibile che produttori e addetti vari abbiano permesso un film con tanti passaggi a vuoto e una sostanziale inconsistenza? Forse perché la televisione, con l’arrivo degli anni 80, aveva già cambiato il modo di intendere l’idea di intrattenimento che, fino allora, aveva derivato dal cinema e dalla letteratura. Non più qualcosa di divertente, interessante, istruttivo, rilassante, insomma, intelligente, ma semplicemente qualcosa che riempisse uno spazio vuoto. L’idea che la vita potesse essere vuota –di senso, di valori, di significato– non reclamava qualcosa che la riempisse con utilità –a che pro, se niente aveva uno scopo?– quanto con qualcosa di altrettanto vacuo ma che impegnasse il tempo e lo spazio domestico, senza essere impegnativo. In questo senso, fa quasi male a dirsi, la formidabile capacità compositiva di Moxey –che riesce a rendere addirittura digeribile, almeno da un certo punto in poi, Detective per necessità– sembrava lo strumento ideale per questo tipo di narrativa televisiva. Una conferma, se vogliamo, che c’era qualcosa a quei tempi che rendeva perfettamente consono alla visione un film sconclusionato come Ebony, Ivory e Jade –questo il titolo originale– sono i commenti dei quotidiani dell’epoca che diedero anzi un certo risalto al film per via della presenza di Bert Convy nel ruolo di Jade, il protagonista. Convy, che era un noto showman televisivo, nel film è un ex tennista e ballerino che gioca a fare l’agente segreto coinvolgendo loro malgrado le sue amiche Maggie «Ivory» (Martha Smith) e Claire «Ebony» (Debbie Allen). Il risultato è una sorta di Charlie’s Angels depotenziato, sia in numero, qui le ragazze sono due e non tre, che in qualità, né la Smith, né la Allen hanno la presenza scenica per far parte degli «Angeli». Un passaggio decisamente a vuoto nella carriera di Moxey; e un momento esemplare della televisione degli anni 80, che peraltro dovevano ancora incominciare. Il nulla, assemblato senza badare alla coerenza, ma ben confezionato.





sabato 14 marzo 2026

ESECUTORE OLTRE LA LEGGE

1801_ ESECUTORE OLTRE LA LEGGE (Les Seins de Glace), Francia, Italia, 1974. Regia di Georges Lautner

Tratto dal primo romanzo di Richard Matheson, Esecutore oltre la Legge è un intrigante giallo psicologico francese di Georges Lautner. Lo scrittore americano, in Cieco come la morte –questo il nome della prima edizione italiana del suo libro– aveva mantenuto più ambigua la figura di Peggy (Mireille Darc), la donna al centro del racconto. Nella sua riduzione cinematografica, Lautner, anche sceneggiatore del film, deve necessariamente semplificare alcuni passaggi: tra questi viene meno la curiosa coincidenza del comune passato tra lo scrittore protagonista Françoise Rollin (Claude Brasseur) e il suo rivale Marc Rilson (Alain Delon), avvocato di Peggy. Oltre, come già accennato, alla figura di quest’ultima, resa più esplicita. Nel film, infatti, quando il complesso mistero comincia a venire a galla, le responsabilità della donna paiono inevitabili e del resto Lautner decide di non farne oltre mistero con il bel passaggio dell’omicidio di Albert (Michel Peyrelon). In effetti, per quanto non si tratti di due capolavori –né il romanzo, con Matheson forse ancora un po’ acerbo, e nemmeno il film, a cui manca un po’ incisività– va detto che Esecutore oltre alla Legge se sposta leggermente l’obiettivo del racconto, gli regala una buona atmosfera e un paio di interpreti d’eccezione. Uno è ovviamente Alain Delon, per quanto si produca in una prestazione piuttosto trattenuta; chi invece riesce pienamente convincente nel ruolo al centro della scena è Mireille Darc, davvero sublime nel tratteggiare una figura comunque piuttosto ambigua. Il titolo originale, tra l’altro, Les Seins de Glace –i seni di ghiaccio– è particolarmente illuminante nel descrivere la frigidità di Peggy. Al netto delle semplificazioni, la trama ideata da Matheson è ben congegnata e sullo schermo funziona alla perfezione. Quello che manca, nel film, è legato all’interprete del protagonista maschile, Claude Brasseur, e a Françoise, il suo personaggio. Per la verità, per tutto il film, lo scrittore francese innamorato di Peggy è una versione soltanto un po’ più umoristica del suo corrispettivo americano del romanzo, ma niente di che. 

Il punto è che in Matheson, perfino nel primissimo Matheson, nel momento cruciale il protagonista rivelava un lato oscuro di sé che faceva davvero paura. Anche nel romanzo, per quanto la figura di Peggy sia tenuta più ambigua, nella scena finale si è ormai intuito quale sia l’origine del problema, ovvero la psiche malata della ragazza; eppure, esattamente in quel frangente, è proprio la natura dell’uomo a far sprofondare nello sgomento il lettore. Nel film questo passaggio viene a mancare e Françoise diviene quasi una figura marginale, di fronte all’«amour fou» dell’avvocato Rilson per la bella Peggy. In questo senso, forse, il film è addirittura più efficace del romanzo, per la verità, laddove Matheson questo passaggio lo spiegava con una sorta di cappello finale. Tuttavia le timide avances di Françoise, che tocca delicatamente il ginocchio di Peggy alla prima notte di nozze, non reggono il confronto con l’eccitazione belluina che pervade David nell’analoga scena del romanzo, di fronte alla ritrosia della sposina. Anzi, assurdamente alimentata da questa. Questa, in fondo, era la motivazione principale per cui era stato concepito tutto quanto il racconto: l’ambiguità di Peggy si era manifestata durante tutto lo sviluppo della vicenda, quella di David era emersa prepotentemente in dirittura d’arrivo ma ne era il completamento. Il protagonista si chiedeva in paio di occasioni se non fosse l’atteggiamento della ragazza ad innescare l’istinto brutale dei maschi che la frequentavano. La scena finale, nel suo sorprendente sviluppo –con il pacato e rispettoso David che reclamava ciò che riteneva un suo diritto, e lo faceva in modo sempre più minaccioso– era la risposta alle citate domande. In Esecutore oltre la Legge, questo aspetto viene sostanzialmente a mancare e il protagonista, il tutto sommato anonimo Françoise, altro non è che un testimone dell’amore disperato di un cavaliere d’altri tempi, l’avvocato Rilson, per la quintessenza della femminilità, Peggy, bellissima nel suo essere delicata e mortale. Ci scuserà Georges Lautner, ma il pur indovinato titolo originale del suo film andrebbe corretto, per meglio rendere onore al personaggio splendidamente interpretato da Mireille Darc: «seins brûlants de glace». [Seni ardenti di ghiaccio].




Mireille Darc