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lunedì 23 marzo 2026
UNDER DEADLY SKIES: UKRAINE'S EASTERN FRONT
venerdì 20 marzo 2026
UKRAINIAN INDEPENDENCE. AS IT IS
1803_ UKRAINIAN INDIPENDECE. AS IT IS . Ucraina, 2023. Regia di Volodymyr Tykhyy
Il
24 agosto, la ricorrenza dell’Indipendenza dell’Ucraina, è festeggiata nel
Paese sempre con maggior vigore da quando, il 24 febbraio del 2022, ha avuto
inizio l’invasione su vasta scala. In effetti è curioso che il Cremlino abbia
deciso di attaccare l’Ucraina proprio nel giorno, per così dire, più «lontano»
del calendario, a sei mesi esatti. In ogni caso, il collettivo di
documentaristi Babilon’13, attivo fin dal 2014 nel tentativo di combattere la
macchina della propaganda di Mosca, ha prodotto, per la ricorrenza del 2023, un
film ad hoc: Ukrainian Indipendence: As it is. Alla regia uno dei suoi cineasti
più esperti del gruppo, Volodymyr Tykhyy, già autore di Lethal Kitten e One
day in Ukraine, quest’ultimo in collaborazione con gli altri registi del
collettivo. Per Ukrainian Indipendence. As it is, si ripete
sostanzialmente la formula, con Tykhyy regista e supervisore generale, dal
momento che le undici storie si svolgono tutte il 24 agosto 2022, in città
diverse, Kyiv, Leopoli, Karkiv, Mykolaiv, Odesa e al fronte nei pressi di Donetsk,
e quindi vari cineasti si sono sparpagliati per il Paese per darne resoconto
filmato. Protagonisti dei vari segmenti narrativi sono persone che si occupano
di differenti attività: alcuni militari, tra cui anche una donna col ruolo di
lanciamissili anticarro, ma anche artisti, ex politici o un giovanissimo
addetto alle pulizie di un pub. Insomma, un mosaico di vita per ribadire con
forza il diritto di esistere dell’Ucraina.
martedì 17 marzo 2026
DETECTIVE PER NECESSITA'
1802_ DETECTIVE PER NECESSITA' (Ebony, Ivory and Jade), Stati Uniti, 1979. Regia di John Llewellyn Moxey
sabato 14 marzo 2026
ESECUTORE OLTRE LA LEGGE
1801_ ESECUTORE OLTRE LA LEGGE (Les Seins de Glace), Francia, Italia, 1974. Regia di Georges Lautner
Tratto dal primo romanzo di Richard Matheson, Esecutore oltre la Legge è un intrigante giallo psicologico francese di Georges Lautner. Lo scrittore americano, in Cieco come la morte –questo il nome della prima edizione italiana del suo libro– aveva mantenuto più ambigua la figura di Peggy (Mireille Darc), la donna al centro del racconto. Nella sua riduzione cinematografica, Lautner, anche sceneggiatore del film, deve necessariamente semplificare alcuni passaggi: tra questi viene meno la curiosa coincidenza del comune passato tra lo scrittore protagonista Françoise Rollin (Claude Brasseur) e il suo rivale Marc Rilson (Alain Delon), avvocato di Peggy. Oltre, come già accennato, alla figura di quest’ultima, resa più esplicita. Nel film, infatti, quando il complesso mistero comincia a venire a galla, le responsabilità della donna paiono inevitabili e del resto Lautner decide di non farne oltre mistero con il bel passaggio dell’omicidio di Albert (Michel Peyrelon). In effetti, per quanto non si tratti di due capolavori –né il romanzo, con Matheson forse ancora un po’ acerbo, e nemmeno il film, a cui manca un po’ incisività– va detto che Esecutore oltre alla Legge se sposta leggermente l’obiettivo del racconto, gli regala una buona atmosfera e un paio di interpreti d’eccezione. Uno è ovviamente Alain Delon, per quanto si produca in una prestazione piuttosto trattenuta; chi invece riesce pienamente convincente nel ruolo al centro della scena è Mireille Darc, davvero sublime nel tratteggiare una figura comunque piuttosto ambigua. Il titolo originale, tra l’altro, Les Seins de Glace –i seni di ghiaccio– è particolarmente illuminante nel descrivere la frigidità di Peggy. Al netto delle semplificazioni, la trama ideata da Matheson è ben congegnata e sullo schermo funziona alla perfezione. Quello che manca, nel film, è legato all’interprete del protagonista maschile, Claude Brasseur, e a Françoise, il suo personaggio. Per la verità, per tutto il film, lo scrittore francese innamorato di Peggy è una versione soltanto un po’ più umoristica del suo corrispettivo americano del romanzo, ma niente di che.
Il punto è che in Matheson, perfino nel primissimo Matheson, nel momento cruciale il protagonista rivelava un lato oscuro di sé che faceva davvero paura. Anche nel romanzo, per quanto la figura di Peggy sia tenuta più ambigua, nella scena finale si è ormai intuito quale sia l’origine del problema, ovvero la psiche malata della ragazza; eppure, esattamente in quel frangente, è proprio la natura dell’uomo a far sprofondare nello sgomento il lettore. Nel film questo passaggio viene a mancare e Françoise diviene quasi una figura marginale, di fronte all’«amour fou» dell’avvocato Rilson per la bella Peggy. In questo senso, forse, il film è addirittura più efficace del romanzo, per la verità, laddove Matheson questo passaggio lo spiegava con una sorta di cappello finale. Tuttavia le timide avances di Françoise, che tocca delicatamente il ginocchio di Peggy alla prima notte di nozze, non reggono il confronto con l’eccitazione belluina che pervade David nell’analoga scena del romanzo, di fronte alla ritrosia della sposina. Anzi, assurdamente alimentata da questa. Questa, in fondo, era la motivazione principale per cui era stato concepito tutto quanto il racconto: l’ambiguità di Peggy si era manifestata durante tutto lo sviluppo della vicenda, quella di David era emersa prepotentemente in dirittura d’arrivo ma ne era il completamento. Il protagonista si chiedeva in paio di occasioni se non fosse l’atteggiamento della ragazza ad innescare l’istinto brutale dei maschi che la frequentavano. La scena finale, nel suo sorprendente sviluppo –con il pacato e rispettoso David che reclamava ciò che riteneva un suo diritto, e lo faceva in modo sempre più minaccioso– era la risposta alle citate domande. In Esecutore oltre la Legge, questo aspetto viene sostanzialmente a mancare e il protagonista, il tutto sommato anonimo Françoise, altro non è che un testimone dell’amore disperato di un cavaliere d’altri tempi, l’avvocato Rilson, per la quintessenza della femminilità, Peggy, bellissima nel suo essere delicata e mortale. Ci scuserà Georges Lautner, ma il pur indovinato titolo originale del suo film andrebbe corretto, per meglio rendere onore al personaggio splendidamente interpretato da Mireille Darc: «seins brûlants de glace». [Seni ardenti di ghiaccio].
Mireille Darc
mercoledì 11 marzo 2026
DOLLARI CHE SCOTTANO
1800_ DOLLARI CHE SCOTTANO (Private Hell 36), Stati Uniti, 1954. Regia di Don Siegel
Nel 1954 Don Siegel aveva già dato d’intendere di che pasta potesse esser fatto ma, probabilmente, nemmeno lui stesso era consapevole della statura di cineasta che avrebbe raggiunto nella sua carriera. Ida Lupino, al contrario, quando passò dietro la macchina da presa, dovette sembrare molto autorevole e consapevole dei propri mezzi. La bella Ida, infatti, era già una grande attrice, una vera e propria diva, quando si organizzò per mettere a frutto le sue poliedriche qualità, come regista, produttrice e sceneggiatrice. Nel frattempo, si dava da fare anche sul piano sentimentale e fu proprio l’intersecarsi di questi due piani, quello privato e quello professionale, che la spinse a rivolgersi a Don Siegel, emergente regista di solido nerbo, per Dollari che scottano. La Lupino stava lavorando in coppia con l’ex marito Collier Young a The story of a cop, un soggetto noir piuttosto delicato, considerato il periodo storico. Lei e Young avevano uno studio di Produzione cinematografica ben avviato, The Filmakers, e, per la parte di uno dei protagonisti di Private Hell 36, così era stato poi rinominato il film, era stato scelto l’allora marito di Ida, Howard Duff. Che, nel frattempo, le aveva chiesto il divorzio: Ida Lupino, in una produzione che coinvolgeva due suoi ex, aveva saggiamente optato per lasciare la regia a qualcun altro, tenendo per sé unicamente quella di protagonista femminile. Siegel, tuttavia, prima di accettare, si dichiarò scettico, di fronte a quell’intrico famigliare che era intrinseco al film, e qui emerge qualche sua incertezza di autore non completamente affermato anche nel proprio io. Dollari che scottano, questo il titolo dell’edizione italiana, riflette poi questa sua debolezza, un po’ di mancanza nel «manico» che da Siegel, per quanto ancora giovane, sorprende sempre. Il film è comunque godibile e molto interessante, tuttavia sono alle cronache alcune discussioni tra il cineasta nato a Chicago e la sua attrice principale che interferiva nelle sue scelte registiche e, almeno in un caso, Siegel, in seguito, ammetterà che tecnicamente aveva ragione la Lupino.
Va detto che Siegel, pur essendo abituato a lavorare con budget limitati, si trovò in difficoltà per il poco tempo a disposizione e per la mancanza di autonomia, dal momento che tutta quanta la troupe era una sorta di «famiglia» che faceva capo alla Lupino; Steve Cochran, il vero protagonista maschile, tra l’altro, era spesso ubriaco e questo era un’ulteriore fonte di problemi per il regista. A completare il cast, tra gli attori principali, c’era Dorothy Malone, non ancora all’apice della notorietà e relegata in un ruolo volutamente ordinario. La storia raccontata in Dollari che scottano non convince del tutto sebbene riservi un passaggio molto interessante, soprattutto considerando che si tratta di un film dei 50, anni in cui parlare di corruzione delle forze dell’ordine non era certo consueto. Cal Bruner (Steve Cochran) e Jack Farnham (Howard Duff), due investigatori della Polizia di Los Angeles, riescono a mettere le mani su un grosso quantitativo di banconote rubate. I due sembrano i classici poliziotti del cinema americano: il «buono», Jack, e il «cattivo», Cal, ma entrambi una garanzia dal punto di vista morale, almeno a prima vista. Jack rappresenta anche il prototipo dell’americano anni 50: un uomo onesto e ragionevole, con un buon impiego, una bella moglie, Francey (Dorothy Malone), una bella bambina e una bella casetta. Cal, al contrario, non è sposato e, quando, durante le indagini, incontra Lilli Marlowe (Ida Lupino), cantante in un night club, ci si mette a flirtare, sempre recitando la parte del duro. Al punto che interviene Jack a specificarlo, seppur in tono scherzoso, alla donna: “Si atteggia a cattivo ma è un timido. Si è innamorato di lei, lo conosco bene”. Quando i due poliziotti si trovano di fronte all’occasione della vita, intascare illecitamente parte del bottino recuperato, Jack, a sorpresa, rimane un attimo perplesso. L’uomo sembra infatti soppesare l’idea, quando subentra Cal a rompere ogni indugio: si infila qualche mazzetta di bigliettoni e tanto saluti all’onestà della polizia. La risolutezza di Cal ridesta l’onestà del collega dal temporaneo torpore ma è troppo tardi, nonostante le obiezioni di Jack ormai il dado è tratto. Dollari che scottano è formalmente un Noir e il ruolo della Dark Lady è quello di Lilli Marlowe, una parte per cui Ida Lupino era particolarmente adatta. Qui, se vogliamo, la brava Ida sembra perfino troppo a suo agio, e il risultato è un’interpretazione che manca un po’ della necessaria ambiguità che era tipica delle Femme Fatale dell’epoca. In ogni caso, come da manuale del Noir, la causa della perdizione del protagonista è l’incontro con la Dark Lady del racconto ed è esattamente quello che succede in Dollari che scottano.
Cal ci prova con Lilli, che gli fa capire che vivere con lo stipendio di un poliziotto non è proprio il suo obiettivo nella vita. A questo punto i soldi da sottrarre dal bottino da restituire diventano l’unico modo per conquistare la donna, almeno secondo il punto di vista di Cal. Fedele al protocollo che prevede che le ladies dei Noir siano dark solo in apparenza, Lilli, quando si accorge che Cal si sta infilando nei guai a causa sua, cerca di dissuaderlo ma, purtroppo, il diavolo non accetta resi e, ormai, l’anima del poliziotto è già perduta. Il lieto fine prova a rimettere le cose a posto, perdonando la debolezza di Jack, che aveva poi manifestato tutto il suo disagio per la situazione, e punendo nel modo più duro, con la vita, Cal. Tuttavia molte cose che si differenziano dal canonico quadro morale del dopoguerra americano rimangono impigliate nella memoria dello spettatore. Siegel non avrà mai il rigore morale di Fritz Lang, e certo non ce l’ha in Dollari che scottano, ma il suo sguardo è lucido e abrasivo. Le due coppie di protagonisti si presentano molto differenziate: Francey e Jack, sono eccessivamente pudici, del resto nella loro camera da letto dorme la bambina che, non a caso, li interrompe durante il loro primo appassionato bacio all’inizio del film. Di contro, Lilli e Cal, che nemmeno sono sposati, diventano in fretta sessualmente piuttosto sfacciati, si veda la scena in cui l’uomo massaggia i piedi della donna la sera in cui sono invitati a cena da Jack e Francey. Alcuni dialoghi, che sono opera di un esordiente Sam Peckinpah, sono un ulteriore elemento di increspatura dell’idilliaco quadretto che il Sogno Americano cercava di propinarci anche e soprattutto attraverso il cinema. Se la relazione tra Francey e Jack è piuttosto moscia e quella tra Lilli e Cal farà deragliare la storia, ce n’è un’altra sotterranea e piuttosto ambigua. Si tratta solo di velate allusioni ma il rapporto tra Jack e Cal rivela che la realtà è un po’ più complessa del modello propagandato dal modello borghese americano. Nella traduzione italiana, i doppi sensi sono andati perduti, tuttavia i riferimenti ad un rapporto omossessuale, per quanto implicito, sono più d’uno. Nella parte iniziale del film, lo scambio che nell’edizione italiana vede Jack chiedere a Cal “Spesso mi chiedo perché ti sono amico”, e a cui il collega risponde in modo compiaciuto “Ma perché sono irresistibile!” è nell’originale un più ambiguo “Sometimes, I wonder why we go steady”, che significa “A volte mi chiedo perché andiamo insieme”. In seguito, la sera della cena a casa dei Farnham, mentre Cal massaggia i piedi a Lilli, questa gli chiede cosa turbi Jack. Il padrone di casa è preoccupato per la piega della vicenda, Cal lo sa bene, naturalmente, ma preferisce fare una battuta sul fatto che forse anche a Jack fanno male i piedi, equiparandolo, nei suoi confronti, al ruolo di Lilli. Più esplicito un ulteriore riferimento, quando alcuni colleghi scherzano sui soldi che mancano alla somma recuperata da Jack e Cal. Jack reagisce violentemente colpendo con un pugno l’agente che aveva fatto l’ironica illazione e quando Cal interviene per calmare l’amico, un altro poliziotto gli fa notare come il suo “boyfriend” sia un po’ troppo stanco, stressato. Nell’edizione italiana, il termine boyfriend, riconducibile a “ragazzo” nel senso di fidanzato, è tradotto con “amico”, togliendo ogni malizia dalla frase. In definitiva, Siegel sovverte ogni certezza che l’America credeva di avere: i poliziotti non sono incorruttibili, gli uomini, sia che siano seri mariti padri di famiglia, sia che siano incalliti dongiovanni scapoloni, potrebbero essere gay o averne comunque tendenze. E per fare questo, utilizza un genere come il noir, dalle coordinate molto marcate, per altro perfettamente rispettate. Del resto, è ancora una battuta dei ficcanti dialoghi targati Peckinpah che ci evidenzia come tutto sia in realtà, se non proprio al contrario di come ce lo raccontino, quantomeno un po’ differente. Siamo all’inizio dell’indagine e Jack chiede a Cal come procedere per dipanare la matassa dell’intrigo: “Prima troviamo un pagliaio e poi cerchiamo l’ago” risponde sardonico il collega. Il cinema di Siegel spesso può sembrare semplice ma, in realtà, non offre affatto risposte facili; piuttosto, ci permette di trovare le domande.
Ida Lupino
Dorothy Malone
Galleria
domenica 8 marzo 2026
SAN FRANCISCO INTERNATIONAL
1799_ SAN FRANCISCO INTERNATIONAL, Stati Uniti, 1970. Regia di John Llewellyn Moxey
Con l’arrivo degli anni 70, la televisione americana aveva rapidamente preso l’abitudine di realizzare film direttamente per il piccolo schermo. Nella primavera del 1970, la Universal aveva avuto un grande riscontro con il film Airport, che sfruttava tanto la celebrazione per la modernità, di cui l’aeroplano era uno dei maggiori simboli, quanto l’atavico terrore di volare, per un mix perfetto dal punto di vista narrativo. I produttori dello studio pensarono quindi di mettere in cantiere una serie televisiva ambientata nell’aeroporto Internazionale San Francisco. Avendo a disposizione un’infrastruttura così articolata come un aeroporto, si potevano imbastire una più trame parallele, con numerosi protagonisti, in modo da poter variare da episodio in episodio sviluppi e intrecci. Come d’uso, per fare promozione a questa serie, venne realizzato un film pilota, San Francisco International, affidato alla regia del regista britannico John Moxey che, in quest’occasione, cominciò a firmarsi con quel John Llewellyn Moxey che diverrà il suo abituale nome d’arte. Moxey era regista capace, particolarmente abile nel creare sequenze pregne suspense e in San Francisco International riesce in modo sufficiente a reggere la narrazione frammentata dalle tante trame previste dalla sceneggiatura. Come detto, l’idea alla base, era una serie corale, per cui le tante tracce che si sviluppavano simultaneamente dovevano essere lo stile narrativo ricercato anche e soprattutto in questo pilota che fungeva appunto da presentazione della futura produzione. Se il montaggio alternato è uno dei migliori espedienti narrativi per creare tensione, l’eccesso di piani del racconto rischia però di vanificare questo effetto e, in pratica, è un po’ quello che succede a San Francisco International. Sostanzialmente si tratta di un buon film, perché, come detto, Moxey riesce a tirare le fila dell’intero discorso narrativo, tuttavia è innegabile che le tante tracce simultanee portino naturalmente il tenore del racconto su un piano meno teso, meno ricco di tensione. Si può prendere, a titolo d’esempio, la traccia con il furto ai soldi del cargo, il cui sviluppo è molto complesso e articolato e le varie interruzioni per seguire le altre piste fanno perdere un po’ il filo di una matassa affascinante, per certe scelte narrative, ma che rischia di risultare anche ingarbugliata. Tuttavia, va messo a referto l’ottimo incipit, quando la banda di criminali si muove all’unisono per mettere in pratica il complicato piano, e Moxey è maestro nel creare l’effetto suspense, agevolata dal mistero che aleggia sul reale obiettivo dei banditi. Gli interpreti se la cavano egregiamente, almeno da un punto di vista professionale, sebbene Pernell Roberts, Clu Gulager, Beth Brickel e Van Johnson non siano nomi particolarmente noti. Probabilmente, il volto più celebre del cast è Tab Hunter, sebbene abbia un ruolo non di primissimo piano. Degna di nota anche la prestazione attoriale di David Hartman che divenne in seguito giornalista e conduttore televisivo piuttosto conosciuto, perlomeno in patria. Naturalmente, trattandosi di un film ambientato in un aeroporto, anche i velivoli reclamano il loro spazio. Del resto il volo degli aerei è sempre stato qualcosa che, anche al cinema, è motivo di interesse già di per sé stesso. Moxey, abituato a produzione televisive decisamente più parche a livello di budget –basti ricordare la teleplay The Scent of Fear, ambientata praticamente tutta dentro la carlinga di un volo di linea– può ora sbizzarrirsi con alcune sequenze acrobatiche di notevole impatto scenico. Va però ammesso che la traccia in cui un ragazzino (Ted Eccles) si improvvisa pilota e si fa un giro sopra San Francisco, Golden Gate compreso, è spettacolare ma troppo azzardata, per un film che si propone come spettacolo serio e credibile. Insomma, l’approccio di Moxey al film televisivo americano, format di cui diverrà un vero specialista, non delude ma nemmeno entusiasma.
giovedì 5 marzo 2026
MYRNYI - 21
1798_ MYRNYI - 21, Ucraina, 2023. Regia di Akhtem Seitablaev
Se
c’è un cineasta particolarmente attivo nel raccontare sin dai primi vagiti la
guerra russo-ucraina, questi è Akhtem Seitablaev: è stato interprete nello
splendido Homeward [Homeward, Nariman Aliev, 2019],
coregista del profetico Nomery [Nomery, Oleg Sentsov e Akhtem Seitablaev,
2020], regista dell’avvincente Cyborgs – Heroes never die [Cyborgs –
Heroes never die, Akhtem
Seitablaev, 2017] e della miniserie televisiva Dobrovolets [Dobrovolets,
Akhtem Seitablaev,
2020]. Tra gli argomenti trattati, si va dalla Crimea, dal punto di vista
tataro –storica minoranza etnica della penisola, a cui appartiene il regista–
all’assedio dell’aeroporto di Donetsk [Seconda Battaglia dell’aeroporto di
Donetsk, settembre 2014, gennaio 2015], alle gesta dei militari volontari
ucraini impegnati nella guerra contro l’aggressione russa. Con uno sforzo di
fantasia, si può leggere una metafora all’attuale situazione ucraina anche in
un altro recente film di
Seitablaev, The Rising Hawk – L’ascesa del Falco [The Rising Hawk –
L’ascesa del Falco, The Rising Hawk, Akhtem Seitablaev e John Wyn,
2019]. Si tratta di un film storico ambientato nel XIII secolo, ispirato
dal libro Zakhar Berkut di Ivan Franko, che racconta della Rus’ di Kyiv
ai tempi delle invasioni mongole. Zakhar Berkut è il capo di un villaggio sui
Carpazi ucraini tradito dal boiardo Tugar, il nobile di riferimento dell’area,
che accetterà di «vendere» i suoi sudditi ai predoni
mongoli di Burhunda, in cambio del proprio tornaconto. Volendo vedere, lo
sforzo non è nemmeno eccessivo: se poniamo che il villaggio sui Carpazi sia
l’Ucraina, il presidente Yanukovich sia il boiardo Tugar e Putin sia Burhunda,
a quel punto il gioco è fatto. Per onestà intellettuale è utile ricordare che
la Produzione di The Rising Hawk – L’ascesa del Falco è frutto di una
cooperazione ucraino-statunitense, cosa per altro intuibile dal cast e
dall’aspetto formale mainstream dell’opera. In che accresce l’ipotesi che, nel
film, ci sia un intento propagandistico, per quanto in forma indiretta.





































