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venerdì 29 gennaio 2021

IL NOSTRO AGENTE ALL'AVANA

736_IL NOSTRO AGENTE ALL'AVANA (Our man in Havana). Regno Unito1959. Regia di Carol Reed.

L’intenzione di Graham Greene, autore del romanzo alla base del film Il nostro agente all’Avana, era di prendere in giro l’assurdità del servizio segreto britannico nel dopoguerra; il clima spensierato della sua opera letteraria non fu gradito a Fidel Castro, perché non enfatizzava a dovere gli effetti dell’oppressione della dittatura di Bautista sulla popolazione cubana. Trovò invece pieno appoggio presso il regista Carol Reed che, nella sua trasposizione cinematografica, tratteggia un’opera più divertita che divertente. Reed, regista di buon curriculum, cerca l’alchimia giusta, cosa obiettivamente non semplice, tra un soggetto strampalato (nel quale, giusto per fare un esempio, gli schemi costruttivi di un’aspirapolvere sono spacciati per una nuova potentissima arma bellica) e un’ambientazione che sembra perfetta per rinverdire il mito dei noir esotici. La pregevole fotografia in bianco e nero di Alfred Morris, che abbassò le luci delle location nella capitale cubana per creare la giusta atmosfera, il fascino di trovarsi sul luogo cruciale in uno dei momenti topici dell’intera Storia dell’Umanità (non erano passati che pochi mesi dalla Rivoluzione Cubana), sono come vanificati, almeno in gran parte, dallo stile disimpegnato del film di Reed. Nonostante le ingerenze del governo Castrista, che voleva un tenore più tragico della storia che mettesse in evidenza le atrocità della dittatura precedente, il regista britannico riuscì a mantenere una buona indipendenza artistica, confezionando una storia scombinata che, purtroppo, non regge completamente. Bene Alec Guinnes, nei panni di Jim Wormold (il protagonista) e bene anche Burl Ives (il Dr. Hasselbacher). E sono adeguati, in tono farsesco, Ernie Kovacs (il terribile capitano Segura) e Noel Coward (Hawtorn), impettito funzionario del servizio segreto inglese. Ma le due donne della storia sono una mezza frana: del tutto superflua (e quasi fuorviante ai fini del racconto) la figura di Milly (Jo Morrow), figlia di Wormold, mentre Maureen O’Hara (è Beatrice, una sorta di segretaria del servizio segreto britannico) sembra passare di lì per caso. Il che è un danno non da poco: la O’Hara non era un’attrice semplice da gestire ma le va riconosciuto un indiscusso carisma scenico. Vederla muoversi senza costrutto, senza lasciare la minima traccia, dà un po’ la cifra di quest’opera: certo non brutta, ma sprecata. 







Maureen O'Hara



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