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domenica 2 dicembre 2018

MARNIE

250_MARNIE  Stati Uniti, 1964;  Regia di Alfred Hitchcock

Marnie è davvero un film strano: è abbastanza lungo, oltre le due ore, e, pur non essendo certamente pesante, dopo un po’ un certo spaesamento si avverte, durante lo scorrere della pellicola. Dove ci starà mai portando, questa volta, il grande Hitch? D’accordo, Tippi Hedren, che interpreta Marnie, la protagonista del film, è incantevole, ma lei stessa appare ingabbiata, presa in trappola, un po’ come i suoi capelli impacchettati in tante diverse e studiatissime pettinature. Il discorso sull’amore folle, un po’ come ne La donna che visse due volte è interessante, e l’istinto predatorio del maschio di turno, un aitante Sean Connery (che interpreta Mark Rutland), alla lunga rischia di divenire un po’ stucchevole. Non aiutano le interpretazioni psicanalitiche un tanto al chilo, anche perché sono disinnescate dalla stessa Marnie che lo dice apertamente in un dialogo; trovata davvero troppo ingenua per essere d’aiuto. Altre pecche si possono cogliere in qualche passaggio tecnico, come la caduta da cavallo: d’accordo che non si tratta di un film d’azione, ma il geniale regista inglese ci aveva abituato a ben altre ricostruzioni. Ma questi alla fin fine sono dettagli e sono altri gli aspetti meritevoli della pellicola, che rimane pur sempre notevole. Innanzitutto già dai titoli di testa, geniali: si sfogliano all’indietro, come a dire che lo sviluppo del film deve essere a ritroso, ovvero un tornare al passato. E il primo nome che compare è quello della Hedren, e non di Connery: oltre a dover essere ritenuta la star principale della pellicola, il fatto sembra indicare che è quindi su di lei che bisogna indagare; ed essendo un film di Hitchcock poteva essere anche scontato, d’accordo. 
La lunghissima fase iniziale del film ha spunti notevoli, ad esempio quando Marnie compie il furto dalla cassaforte, con l’inquadratura divisa a metà, da una parte la ladra e dall’altra l’anziana donna delle pulizie. Due donne che stanno ripulendo l’ufficio si dividono la scena: quando la giovane si accorge di non essere sola, si leva le scarpe col tacco, per evitare di fare rumore, e visto che ha le mani indaffarate se le infila nelle tasche del cappotto. Una scarpa però cade, facendo rumore: la donna delle pulizie non fa una piega: evidentemente è dura di orecchio; Marnie si defila quindi alla chetichella, un istante prima che giunga il guardiano notturno che, rivolgendosi ad alta voce alla donna anziana, conferma che quest’ultima ha problemi di udito.  


Una sequenza magistrale, perché la suspense è continuamente rafforzata: già implicita nel momento in cui vediamo la donna nell’atto di rubare, ha un picco quando Marnie si accorge di non essere sola, poi un altro col rumore della scarpa che cade e un ultimo quando compare sulla scena la guardia. Inoltre la sequenza mette sul tavolo tutte le carte principali del film: la protagonista è una ladra ed è al contempo un feticcio, elemento evidenziato dall’importanza sulla scena delle scarpe col tacco e dai piedi nudi velati dalle calze di nylon della Hedren, aspetti che sono elementi tipici del feticismo sessuale. 

E il tema portante della storia è proprio l’amore feticista del ricco Rutland per una ladra, probabilmente proprio per questa inclinazione cleptomane, e forse anche per la posizione di vantaggio in cui si viene a trovare ad un certo punto lui, quando la può, in un certo senso, ricattare. Il fatto che la donna sia frigida, come emerge nel proseguo, è forse da intendere come un’altra complicazione connessa al desiderio: si desidera infatti quel che non si può avere. In questa fase centrale del racconto, Hitchcock mette molta carne al fuoco, dal rapporto animalesco tra i sessi, in perenne caccia, agli aspetti psicoanalitici, ma senza un particolare ordine, e l’aspetto generale si salva solo per via dell’atmosfera onirica che pervade la storia. Rimane portante il tema tipico hitchockiano della donna bionda e glaciale, perfetto ideale di desiderio e quindi inarrivabile; ma è un aspetto che, per poterlo cogliere appieno, va visto nell’ottica generale della filmografia del regista inglese, in quanto in Marnie manca forse una struttura armonica e coerente.
Questo amalgama narrativo svela però il suo vero motivo di essere nel finale: tutto l’epilogo, che ha il suo culmine nel colpo di scena con il flashback rivissuto da Marnie, è da antologia, e legittima, in un certo senso, la fase preparatoria precedente. La forza evocativa di questo passaggio, ci fa chiudere non uno ma tutti e due gli occhi sui fondali del porto poco credibili o altre apparenti debolezze del genere. Marnie è quindi un film probabilmente incoerente nel suo insieme, ma alcuni spunti sublimi lo rendono godibilissimo e nient’affatto banale. 
Degnamente un Hitchcock.



Diane Baker


 Louise Latham


 Tippi Hedren
















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