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lunedì 26 giugno 2023

QUELLA NOSTRA ESTATE

1298_QUELLA NOSTRA ESTATE (Spencer's Mountain)Stati Uniti,1963; Regia di Delmer Daves.

Cominciato la carriera registica nel 1943 (con l’ottimo Destinazione Tokio), Delmer Daves passò poco meno di una decina d’anni dopo anche a produrre alcuni dei propri film. Non è certo un caso isolato, né ha Hollywood né altrove, e spesso indica soltanto la volontà di un autore di indirizzare, attraverso l’uso di capitali propri, la carriera verso temi a lui congeniali. Daves, che si era rivelato come uno dei massimi maestri del western classico, di questo genere produsse unicamente Rullo di Tamburi, un’opera che ci lasciava una considerazione finale sull’epopea della conquista del west. Ma che, soprattutto, andava simbolicamente a sancire la definitiva esclusione dei pellerossa (il sacrificio di Toby, la protagonista indiana, più che la fine del capo ribelle Capitan Jack) dalla nascente nazione americana. Successivamente Daves lavorò ad altri western, ma solo come regista, mentre come produttore si concentrò su opere legate a quei temi più contingenti agli imminenti anni Sessanta, la cui più nota è Scandalo al Sole (1959). Il melodramma, che già il regista aveva dimostrato di gradire infilandone spesso tracce nei suoi western, si stava infatti evolvendo in turgide storie sentimentali. La rigida e puritana istituzione famigliare tipicamente americana vacillava di fronte alla forza dirompente che il benessere del dopoguerra e tutti gli annessi e connessi si portavano in dote (l’emancipazione delle donne e dei giovani, la libertà sessuale, giusto per fare qualche esempio). Daves aveva quasi sempre avuto, anche nei suoi film più cupi, un fondo se non ottimista certamente morale. 

I drammoni sentimentali dell’inoltrato dopoguerra, di cui il citato Scandalo al sole non era che uno dei tanti titoli, rischiavano di dare un quadro un po’ poco edificante di come si era andata costituendo la nazione americana dopo la conquista del west. Va ricordata anche una certa convergenza temporale: la civilezzazione dell'ovest era stata consacrata dal cinema western proprio quando l’America aveva vinto la II Guerra Mondiale, affermandosi come superpotenza mondiale. Nell’enfasi trionfalistica della celebrazione del Sogno Americano, si erano forse sottovalutate le citate forze dirompenti di cui, con l’industrializzazione esponenziale, il paese avrebbe dovuto ora venire a patti: i drammi alla Tennessee Williams presentavano così il conto ad una società impreparata ad affrontare simili contestazioni, che cominciarono proprio dall’interno della più arcaica delle istituzioni americane, la famiglia. 

Ed è forse la necessità di bilanciare una simile ondata di inquietudine, che avrebbe poi comunque preso il sopravvento nella bolgia della contestazione della fine degli anni Sessanta, che Delmer Daves scrive, dirige e produce un’opera tanto particolare quanto Quella nostra estate. Un film che lascia davvero spiazzati, se preso in sé, perché davvero si capisce poco quale possa essere lo scopo della storia raccontata, a meno di non interpretarla come una sorta di risposta ad un fenomeno di cui provi a bilanciarne gli effetti. Di per sé, Quella nostra estate è un film che è una sorta di metafora dell’America, ma è soprattutto un tentativo di normalizzare: nel senso di voler stemperare le tensioni tra le parti, di lasciar coesistere le varie anime della comunità. In modo non del tutto riuscito, per la verità, perché gli aspetti che devono essere ricondotti alla norma, quegli effetti destabilizzanti il destino dell’America, si affacciano solamente alla vicenda, ma non ne sono una parte strutturale. Ed è questo il limite maggiore dell’opera: al centro è messa una vicenda tutto sommato normale, ma in un contesto stilizzato forse eccessivamente al punto da fornire un’impressione quasi straniante; mentre i fattori perturbatori sono addirittura marginalizzati. In questo modo è difficile che la storia prenda corpo e carburi. Il cuore della faccenda è che Clayboy (James MacArtghur), ragazzo di umili origini, meriterebbe di andare all’università, ma non ha i soldi per pagarsi gli studi: una vicenda del tutto convenzionale, anche (e specialmente) in America. 

Ma le note spiazzanti cominciano già con l’ambientazione: ci troviamo nello Wyoming, nell’enorme valle dove serpeggia il fiume Snake, accanto alla imponente catena dei Monti Gran Teton. In pratica i luoghi dove Daves aveva ambientato Rullo di Tamburi, il film in cui sanciva la fine del problema indiano, con l’estromissione dei nativi dalla nascente nazione. Una vallata, come appunto visto, priva ormai di ogni pericolo, sconfinata, pianeggiante e fertile, dove una sparpagliata ma corposa comunità si è insediata al seguito degli Spencer, la famiglia dei primi colonizzatori. Sparpagliata perché non c’è un vero nucleo cittadino, ma solide capanne isolate ben distanziate tra loro; corposa perché le famiglie sono arricchite da figli in gran quantità, ad esempio ben nove per ciascuna delle due generazione di Spencer che si vedono nel film. Grandi spazi, grandi distanze, grandi famiglie: la metafora dell’America. 
Ma Daves esagera con la visione simbolica: la zona sembra una tavola, le case in legno sembrano gli chalet di un villaggio turistico, l’erba quella di un prato inglese. Ci sono anche due chiese, per due congregazioni protestanti diverse, situate nella stessa area ma comunque ben distanziate. L’unica nota concreta è la cava, dove lavorano bene o male tutti gli abitanti della valle: quello è, forse, l’unico luogo attinente alla presenza umana credibile, fatto di macchinari ingombranti, cumuli di terra e detriti, enormi blocchi di pietra. Tuttavia la cava è semplicemente usata nella storia per ricordare che gli abitanti della zona sono poveri, in quanto semplici lavoratori perennemente a corto di denaro. Hanno ettari di terra ciascuno, ma non hanno quindi grandi possibilità finanziarie e, come detto, questo sembra essere il vero problema della storia. 


Perché l’idea che veicola
Quella nostra estate è che il Sogno Americano sia ad un nuovo punto di partenza ma, ad un giovane promettente, per poter andare nel mondo attendendosi che questo si faccia da parte, (come recita un motto citato nel film) occorre studiare, e per farlo servono i soldi. I soldi alla fine si troveranno, sia chiaro, perché l’opera è in evidente luce positiva. Ma non è che questo soggetto potesse reggere la trama di un film, anche perché Daves sembra voler dare una motivazione sociale al ruolo che, nel mondo, devono avere i nuovi americani. Che non abitano tutti in una società descritta dai torbidi drammoni che ancora furoreggiavano: l’America, cerca di convincerci Daves, è anche quella sonnolenta del villaggio vacanze mastodontico del suo Quella nostra estate. Per dar corpo alla sua metafora, il regista inserisce una serie di personaggi simbolo che, però, salvo rare eccezioni, rimarranno come semplici figure bidimensionali, senza avere peso nella storia e quindi inficiando la riuscita dell’opera. Il protagonista del film è Henry Fonda (Clay Spencer): primogenito dei nove fratelli della vigente dinastia degli Spencer, ha ripetuto l’impresa dei genitori in fatto di numero di prole (di cui citato Clayboy è a sua volta il primogenito). Lavora alla cava (come tutti), ha una grande casa (ma ne sta costruendo una migliore) è un uomo serio, volenteroso ma non religiosamente devoto. Inoltre apprezza tutti i vizi che gli sono possibili (perlomeno in quell’angolo di paradiso dove vive): impreca, beve, va a pesca, gioca a carte, e gli piace addirittura flirtare con la moglie anche davanti ai figli. 

Un tipico americano del suo tempo con la differenza che rivela chiaro e tondo anche i suoi comportamenti
sconvenienti invece che tenerseli per sé. Nel film viene citato, come esempio di americano modello, il presidente Lincoln: un ruolo che, al cinema, fu già di Henry Fonda (Alba di Gloria, di John Ford, 1939) e che, in un certo senso, l’attore è chiamato un po’ a rievocare, pur se ovviamente alla lontana. Fonda sa ovviamente il fatto suo e, nonostante l’operazione sia scivolosa, grosso modo la scena la regge. La moglie di Clay è Olivia, a cui Maureen O’Hara dona il solito temperamento scorbutico tipico dell’attrice, qui anche in chiave un po’ bigotta, sebbene se nel corso della storia vada addolcendosi. E’ la tipica colona americana: bella, forte, scontrosa, indomita, e fondamentalmente buona. Donald Crisp è il patriarca degli Spencer: fa grosso modo la stessa fine che in Come era verde la mia valle (regia di John Ford, 1941), e la stessa parte, ma vista in luce positiva, che aveva in L’uomo di Laramie (regia di Anthony Mann, 1955). Ma è già un personaggio sprecato nell’economia della storia tanto è marginale. Più importante, ma anche meno riuscita, la figura di Claris, la fidanzatina di Clayboy, il figlio di Clay interprete della missione di incarnare in nuovo sogno americano ipotizzato da Daves. Claris, figlia del padrone della cava, è ricca, torna dopo un anno passato in città dove si è emancipata oltre ad aver raggiunto il pregevole aspetto che le dona Mismy Farmer. Il suo comportamento ricorda, per restare in casa Daves, la Elizabeth Taylor del citato Un posto al sole, ma gli esempi di provocanti ragazze simili si sprecano nei film che, al regista, preme sconfessare. Perché Claris, scalpita e sprizza sensualità a mille, sembra volersi mangiare in un sol boccone il povero campagnolo Clayboy, ma poi si confessa una brava ragazza. Daves ce n’è aveva dato già la conferma nei titoli di testa: introducing Mismy Farmer ci dice che l’attrice è vergine, non avendo interpretato fino all’ora nessun ruolo. Sia come sia, la Farmer va fuori giri e non convince assolutamente in una parte, per altro, ai limiti del proibitivo. Comunque, il regista ammette la presenza di figure femminili che sfruttino in maniera equivoca i vantaggi dell’emancipazione. Ce ne mostra una, di queste Lolite, nascosta dietro una porta, ricattare ops, convincere il suo papy (l’attempato compagno) a non concedere agli Spencer il prestito mancante al raggiungimento della somma necessaria agli studi di Clayboy. I soldi sa bene lei come vanno spesi; per la rabbia, anche ingiustificata, ad onor del vero, di mamma Olivia. La ragazza, che in fondo fa quello che gli compete, cioè cerca di far valere le sue ragioni presso l’uomo con cui divide la vita, è un po’ una delle cartine tornasole della mancata riuscita del film. Non è negando i problemi, e nemmeno tenendo i personaggi potenzialmente più funzionali ad una storia nascosti dietro una pesante anta di legno, che si possono fare film convincenti.
Ma chi più di Delmer Daves, che infarcì con quei temi addirittura il western classico, avrebbe dovrebbe saperlo?




Maureen O'Hara 





Mismy Farmer 



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