1836_IL CASO 137 (Dossier 137) Francia, 2025. Regia di Dominik Moll

Il tema
centrale del film Il caso 137 è reso esplicito da uno dei suoi
protagonisti, il giovanissimo Victor (Solàn Machado-Graner), che chiede conto
alla madre Stéphanie Bertrand (Léa Drucker) sul perché la gente non ami la Polizia.
Domanda lecita e pertinente: la donna, infatti, è una poliziotta. Anzi, per la verità,
lo è al quadrato, visto che dirige un reparto della IGPN, l’organismo che si
occupa di verificare la condotta delle stesse forze dell’ordine; “la Polizia
della Polizia”, per usare una definizione usata nel film. Siamo in Francia, a
Parigi, nel 2018, durante i disordini dei cosiddetti «Gilet Gialli» e uno dei manifestanti si è preso in
testa un proiettile di Flash-Ball, un’arma antisommossa, rimanendo gravemente ferito,
con pesanti danni che saranno permanenti. La madre del giovane, Joёlle Girard (Sandra
Colombo), una donna che arriva dalla periferia delle classi meno agiate, sporge
denuncia e Stéphanie comincia un’approfondita indagine, con qualche risvolto giallo
degno di un poliziesco, che la porterà a scoprire pesanti responsabilità da
parte di un gruppo di agenti in borghese della BAC, la Brigata Anti Criminalità,
un corpo speciale impiegato per sedare i disordini più accesi nel Paese
transalpino. Con un pregevole intarsio narrativo, Stéphanie viene in possesso
di un video ripreso da un cellulare in cui si vedono due di questi agenti in
borghese, tratti parzialmente in inganno dalle circostanze, sparare
deliberatamente con i famigerati LBD (Lanceur de Balle de Défense) contro due
manifestanti. Uno di essi, Guillaume Girad (Côme Péronnet), figlio della
signora Joёlle, rimane steso sul terreno. I poliziotti non sembrano però
affatto preoccupati da ciò, al punto che uno di loro lo scalcia, mentre questi
giace inerme sull’asfalto. Non si tratta di un colpo portato con particolare
violenza, eppure è perfino più significativo di quello sparato con l’LBD.
Infatti, come detto, gli agenti avevano una piccola e assai parziale
giustificazione per aver utilizzato in modo tanto avventato i loro fucili
antisommossa, visto che poco prima erano stati fatti bersaglio da alcuni
manifestanti. Questi ultimi si erano dileguati alla svelta mentre, una volta
svoltato l’angolo, gli uomini in borghese della BAC si erano trovati di fronte due
Gilet Gialli, Guillaume e il suo amico, e avevano subito pensato di aver a che
fare con gli stessi individui. Giustificazione nel complesso inaccettabile
tanto sul piano morale che su quello legale; peraltro, per quest’ultimo aspetto
si vedrà, anche in questo caso, come sull’operato delle Forze dell’Ordine si
preferisca spesso chiudere non un occhio ma tutti e due avendo avuto l’accortezza
di tapparsi anche le orecchie. Ma torniamo al calcetto rifilato al povero
Guillaume che, alle prese con un pesante trauma cranico, nemmeno lo avrà
avvertito. Questo colpo, dato con disprezzo più che con violenza, segna ed
esplicita in modo inequivocabile come l’agente non abbia in realtà una minima attenuante,
i suoi colleghi con lui e tutti coloro si dannino l’anima –letteralmente, sia chiaro–
per minimizzare il gesto, compresi. Colpire l’avversario a terra, invece di
verificare se abbia bisogno di soccorso, è un comportamento che sconfessa secoli
di civiltà –che hanno elaborato concetti quali lo spirito cavalleresco e il
rispetto per il nemico– e certifica che quando si parla di imbarbarimento della
società non si devono citare solo i crimini in aumento o i disordini diffusi ma
cominciare dal comportamento, troppe volte denunciato e troppe poche volte
sanzionato, delle Forze dell’Ordine. Per capirci: se restiamo nel cinema, basti
citare Minsk, il capolavoro di Boris Guts del 2022 e ambientato durante
la cosiddetta Rivolta delle Ciabatte nella capitale Bielorussa, oppure Detroit
della bravissima Kathryn Bygelow, che riporta fatti risalenti al 1967, d’accordo,
ma è argutamente realizzato nel 2017, o ancora il nostrano ACAB – All Cops
Are Bastards di Stefano Sollima, che utilizza nel titolo un acronimo citato
anche nel film e, non a caso, noto praticamente a tutti.

Ma sono davvero tutti «bastardi»,
i poliziotti, come recita appunto questa espressione e come, in modo assai più
edulcorato, chiede Victor a sua madre, nella scena a cui ci si riferisce in
apertura di questa recensione? Beh, è difficile dimenticare le immagini dell’incursione
della Polizia nella scuola di Genova, durante il G8 del 2001, così come le
morti di Stefano Cucchi o Andrea Soldi, sebbene quello che è realmente
impossibile scordarsi sono stati i tentativi di insabbiare o negare queste
scomode verità. E allora dobbiamo rispondere di sì, che sono tutte persone
negativ, gli appartenenti alle Forze dell’ordine? A prescindere che le generalizzazioni
sono sempre fuorvianti e fallaci, il film ci dà una sorta di ricetta per
comprendere meglio la situazione senza lasciarsi andare in giudizi trancianti e
qualunquisti. Ogni persona, in divisa o meno, ha diritto di veder valutato il
proprio operato senza alcun pregiudizio. Tornando alla trama del lungometraggio,
quasi in principio del racconto filmico, Stéphanie trova un micetto rinchiuso dietro
una grata, nel garage condominiale; lo libera, lo rifocilla e lo lava e, almeno
temporaneamente, decide di tenerlo. Non è un caso che l’animale salvato sia un
micio: il tema dei gattini è infatti uno dei classici cliché di internet. Per
intenderci, i piccoli felini sono i tipici protagonisti di filmati innocenti e
innocui, proprio quelli che guarda la madre della protagonista, rimproverata,
per questo modo superficiale di perdere il tempo, dal marito. In ogni caso, il
gattino rimane a casa Bertrand e, quando Stéphanie e Victor si recano dai nonni
di quest’ultimo, l’animale viene sistemato in auto nell’apposita gabbietta. Il felino
si lamenta, di questa nuova prigionia, tanto che la cosa è sottolineata nei
dialoghi del film. Il caso 137 è un film francese, d’accordo, per cui
alcuni dettagli superflui di vita quotidiana sono inseriti, come ha insegnato
la Nouvelle Vague, per rendere la vicenda maggiormente realistica. Ma questo
particolare non sembra poi così gratuito: ci dice che, all’occorrenza, l’autorità,
in questo caso simboleggiata da Stéphanie, dopo essersi presa cura dell’individuo,
il gattino, a volte deve necessariamente prendere misure, come dire, antipatiche
o comunque poco comprensibili agli occhi di quest’ultimo. Una certa severità,
il ricorso al rigore, è, in sostanza, ineluttabile da chi deve garantire il
corretto svolgersi della vita civile. Anche perché non si può pretendere che l’individuo
non abbia qualche debolezza o che non commetta qualcosa di sbagliato, e la
scena con il gatto, nel finale, che ruba la cena di Stéphanie, lasciata incustodita,
è un altro passaggio abbastanza evidente nel suo essere simbolico. Prima della
chiusura definitiva, dedicata giustamente a Guillaume e alla sua triste
parabola, il regista si premura di chiudere la metafora dei gattini: Stéphanie è
a casa e si consola proprio come faceva sua madre, guardando video brevi di
teneri gattini sullo smartphone. La donna è evidentemente scoraggiata e delusa:
redarguita dai colleghi –persino dall’ex marito– come dai superiori per il suo
mettere sotto accusa le Forze dell’Ordine impegnate “a difendere la Repubblica”,
accusata di essersi lasciata condizionare dal fatto di provenire dalla stessa area
periferica dei Girard, Stéphanie sembra rifugiarsi in un passatempo innocuo che
la distragga, le impedisca di pensare alla situazione praticamente senza uscita
in cui si è ficcata la società. L’accusa che non ha negato, mossagli dalla sua
superiore, è di essersi lasciata coinvolgere a livello umano dai Girard, dalla
disperazione anche scortese di Joёlle: perché proprio questo è il punto. Il
film, acutamente, si intitola Il caso 137, nell’originale Dossier 137,
perché da anni ci insegnano ad essere distaccati, impersonali, neutrali. E cosa
c’è di più impersonale di un numero? Il problema è che le persone non sono
numeri e non possono e, soprattutto, non devono essere trattate come tali. Ha
ragione da vendere Stéphanie quando ammette di essersi presa a cuore la
faccenda di questo giovane figlio che la madre si è ritrovata rovinato per
tutta la vita. In risposta all’accusa, la protagonista, ammette amaramente,
semmai, che se i Girard fossero provenuti da una zona a lei estranea, forse
avrebbe indagato con meno efficacia, con meno insistenza. Perché quello è casomai
il suo errore; e non l’aver approfondito un caso su cui c’erano palesi
irregolarità da portare alla luce. È un passaggio cruciale e illuminante del
film di Domink Moll, in un tempo in cui, persino in faccende amene come il
calcio, si professa l’assai presunta infallibilità delle sentenze «automatiche»
di quelle diavolerie tecnologiche che abbiamo l’assurda pretesa possano
sostituire il discernimento umano. Il nostro mondo è finito in un Cul de Sac e
forse non resta davvero che fare come Stéphanie e guardare i Reels dei micetti,
sorridendo beati al cellulare. Come detto, siamo alla fine del film e Victor,
che è poco più di un ragazzino, sembra turbato dal comportamento di sua madre e,
in un certo senso, la richiama all’ordine. La donna è separata, non sembra
avere relazioni all’orizzonte e, anche dal punto di vista lavorativo, ha preso
una brutta botta. Non tanto professionalmente, che il Sistema sa aggiustare le
cose in modo ipocrita senza scontentare nessuno, ovviamente tra quelli che
hanno una qualche voce in capitolo –leggi, i Girard si arrangino– ma moralmente
la faccenda di Guillaume è un macigno che schiaccia ogni possibile fiducia
nella società. E Stéphanie, con il figlio ormai prossimo ad essere in grado di divenire
autonomo, può anche avere la tentazione di lasciar perdere tutto quanto, proprio
come sua madre che, opportunisticamente, evita di dirle qualcosa che possa
risultare scomodo. Victor, tuttavia, è un tipo che pone e si pone delle domande,
il che non è poco, nell’indifferenza generalizzata di questa epoca. E, quindi,
quando la scorge sorridere beota guardando il telefono, non vede una donna
serena in certa di un onesto svago, ma una persona disperata, senza speranza. E
questo, da sua madre, da una donna che guidava un reparto della Polizia della Polizia,
non lo può accettare. Stéphanie, scossa dallo sguardo del figlio, gli
sorride ma adesso questo sorriso, appena accennato, è molto più convincente: è la
promessa di non arrendersi all’ingiustizia, anche quando questa indossi l’uniforme
e sembri inattaccabile. 

