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martedì 2 ottobre 2018

MOLLY'S GAME

217_MOLLY'S GAME. Stati Uniti, 2017;  Regia di Aaron Sorkin.

Alla sua prima regia cinematografica proprio con questo Molly’s Game, Aaron Sorkin è, al contrario, già un affermato sceneggiatore: e sia l’attitudine alla parola che all’intreccio è chiara sin da subito in questo suo lungometraggio d’esordio. Molly’s Game parte infatti a cannone, proprio come la sua indiavolata protagonista Molly Bloom, interpretata da una superba Jessica Chastain, scende da quelle piste di sci free style che gli saranno quasi fatali. Ed è una storia appassionante, avvincente, tutta fondata sullo charme di Molly (nel film reso alla grande dalla Chastain), sulla sua volontà di vincere, di primeggiare. E’ proprio una storia del nuovo millennio: non è tanto importante cosa faccia, la nostra eroina, quello che conta è essere al centro, essere seguita, anche più di vincere, forse anche più di fare soldi, ma se le cose coincidono, tanto meglio.

Perché se nello sci Molly era un’atleta che si giocava l’accesso alle olimpiadi per rappresentare gli Stati Uniti, e quindi era bravissima in prima persona, nella sua attività successiva, il vero e proprio gioco di Molly, (quello a cui è intitolato il film) è essere il riferimento e gestire attività altrui, nello specifico incontri clandestini di poker. Queste partite, a cui Molly appunto non partecipa, hanno la caratteristica di veder giocare cifre assolutamente folli che solo gente molto facoltosa (star del cinema, dello sport, magnati e così via) possono permettersi. Se detta così pare una vicenda poco credile, in compenso è vera, essendo il film tratto dall’autobiografia della stessa Bloom e, dalle inchieste che si interessarono al caso, si può scorrere l’elenco dei giocatori del suo tavolo, tra cui figurano i nomi di Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Ben Affleck e molti altri. Ma, al di là della curiosità per gli amanti del gossip, questi aspetti, seppur veritieri o anche solo con un fondamento di attendibilità, interessano poco: che chi abbia una montagna di soldi li spenda pure come vuole, beati loro che hanno di questi problemi. La cosa interessante è che la protagonista di questa storia intrigante è ancora un volta una donna, come capita di sovente nel cinema negli ultimi tempi. 
La Bloom è una tipa tosta, forgiata da Larry (Kevin Costner), un padre più aguzzino che allenatore (e ben poco genitore), e da un carattere vincente e indomito per natura. Le difficoltà, intrinseche alla condizione femminile della protagonista, non mancano: c'è chi se ne innamora in modo del tutto inopportuno ma, soprattutto, i maschi alfa dei club esclusivi non ne tollerano il carisma che la porta, inevitabilmente, ad assumere una posizione di prestigio nelle organizzazioni del gioco clandestino. Non ci sono ricatti sessuali o aperte contestazioni alla sua posizione in quanto donna, questo sia la Bloom che Sorkin ce lo risparmiano, (forse semplicemente perché andò davvero così), comunque a livello narrativo è un bel vantaggio non ricadere negli scontati cliché tanto di moda (sia chiaro, di moda anche nella realtà, purtroppo). Però è inevitabile che la questione femminile aleggi un po' su tutta la storia: qualcuno si sarà anche chiesto se i problemi occorsi a Molly le sarebbero capitati se fosse stata un uomo.

Un po' a sorpresa, quando finalmente si arriva al finale di un film forse eccessivamente lungo, Molly, che ben interpreta il rampantismo in chiave femminile, rivela una sua moralità, un suo codice di onore che, senza scendere nel dettaglio etico, la pone su un piano superiore rispetto alla media delle moderne eroine. E, ancora più a sorpresa, ricompare sullo schermo il padre Larry, che ci regala un colpo di scena che dona all'opera un senso più compiuto e, volendo, anche più femminista del vago sapore respirato fin lì. Le carenze della moderna società, ancora fondata sulla famiglia, sono nel film rese manifeste dalla incapacità di realizzarsi di Molly, ad esempio rispetto ai fratelli: è una donna senza una famiglia, senza un uomo, senza figli, senza un lavoro e senza una posizione sociale. Il che, soprattutto per una donna, che rimane la componente fondamentale della famiglia, suona molto fallimentare (e spero mi scuseranno quelle eventuali femministe appena chiamate in causa).

Ma, e qui sta' il discorso interessante di Molly's Game, la responsabilità dei fallimenti della donna ha origine nel rapporto col padre; Larry, che è uno psicologo, è convinto che la figlia piccola lo abbia visto tradire la madre e, di questo fatto, finirà per fare una colpa proprio alla stessa Molly, negandole il sostegno paterno ma diventando piuttosto un padre-padrone. Insomma, è quindi il rapporto padre-figlia il vero punto cruciale della crisi della nostra società? Perché, in effetti, se all'uomo mentire alla moglie per coprire le proprie debolezze viene naturale, nei confronti delle figlie c'è forse più di uno scrupolo. E se oggi questo anello debole dell'istituzione famigliare ha prodotto più che altro guasti (una figura di donna competitiva, ma a discapito dei suoi valori intrinseci), cominciare a rendersene conto, non può che fare bene,
Uomini, portate per le vostre donne il rispetto che portereste a vostra figlia.
Hai detto niente.

Jessica Chastain







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