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sabato 6 ottobre 2018

LA ROSA TATUATA

219_LA ROSA TATUATA (The rose tattoo). Stati Uniti, 1955;  Regia di Daniel Mann.

Tenessee Williams scrisse La rosa tatuata espressamente per Anna Magnani, originariamente per il teatro ma, considerata la professionalità del regista Daniel Mann, supportata dal fatto che l’interpretazione nella pellicola valse all’attrice romana l’Oscar come miglior protagonista femminile nel 1956, dobbiamo ritenere che quanto lo scrittore americano avesse in mente corrisponda a quando poi è rimasto sul grande schermo. E se prendiamo le parole di suprema stima ed elogio che Williams aveva per la Magnani, dobbiamo quindi ritenere La rosa tatuata una sorta di omaggio: all’attrice, ma anche, e qui viene il tasto dolente, alla sua italianità. Perché, se davvero come disse il grande Jean Renoir, La Magnani è la quintessenza dell’Italia”, e la figura della donna corrisponde all’omaggio tributatole da uno tra i più importanti scrittori americani (e quindi abbastanza lontano dal nostro paese per poterlo ritenere obiettivo, distaccato) del XX secolo, omaggio che possiamo vedere appunto ne La rosa tatuata, allora per noi italiani è davvero un boccone amaro, questo film. Sono davvero sconfortanti, queste considerazioni, ma vengono però naturali vedendo come viene trattata (anche da trattamento, nel senso di adattamento, sceneggiatura) la figura incarnata dalla Serafina delle Rose protagonista del film di Daniel Mann, ovvero la donna italiana, anzi no, siciliana; che l’Italia non era (e non è) unita lo sapevano pure in America. Tant’è, La rosa tatuata lascia in ogni caso abbastanza stupefatti. 

In sostanza, il gentile omaggio alla grande Anna Magnani sembra più che altro una presa in giro, senza però lo spirito ironico della farsa, che renderebbe il tutto davvero un tributo, magari anche gradevole e gradito; La rosa tatuata sembra piuttosto una mirata presa in giro all’arretratezza culturale italiana.
Certo, la Serafina c’ha un gran cuore, cuore di mamma e cuore di donna innamorata; cose primordiali che pure gli animali hanno, con rispetto parlando: che forse Williams e compagnia vogliono evidenziare come possano albergare sentimenti nobili anche nei popoli primitivi. Il tono maldestro dell’opera è avvertito anche da una quercia come Burt Lancaster che, chiamato ad interpretare un siciliano, sfodera una prestazione da grullo di paese davvero imbarazzante che solo la sua innata simpatia riesce a salvare (ma al massimo in corner). La Magnani, da un punto di vista americano funziona, visto l’Oscar; in realtà mette tristezza, e diventa difficile ricordarla in opere come Roma città aperta.
Ma chissà che non sia questa la sua vera statura e, ahinoi, anche quella dell’Italia.


Anna Magnani


Virginia Grey



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