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domenica 14 ottobre 2018

AMERICAN SNIPER

223_AMERICAN SNIPER . Stati Uniti 2014;  Regia di Clint Eastwood.

American Sniper è un film classico: e questa è la sua miglior qualità. Il che potrà anche sembrare una qualità minore, almeno allo spettatore poco incline a certe sottigliezze. Ma fare un film “classico”, farlo per davvero, non è affatto semplice ne inutile. Un film si può realmente definire classico non solo quando rispetta i criteri di bellezza canonici ma soprattutto quando è focalizzato sul tema centrale e non ha inutili orpelli o virtuosismi che distolgano l’attenzione dal nocciolo del discorso. Il classico è sobrio, calibrato, lucido, per definizione. Come il cinema di Clint Eastwood. Come American Sniper. L’argomento è delicato: la guerra; ma non una guerra da libri di storia, come la Prima o la Seconda Guerra Mondiale o quella del Vietnam, che sono state bene o male metabolizzate ed archiviate dal sentore comune. No, qui si parla della guerra in Iraq, della guerra al terrorismo, roba contemporanea, non storica, e quindi sempre difficile da maneggiare. Per nostra fortuna ci pensa il vecchio Clint che destreggia la materia con classe sopraffina e produce un film eccellente, sia formalmente che nella sostanza. Il tema è scabroso, già dal titolo, Cecchino Americano, e ancora di più dal promo, con la scena del bambino. Clint non si perde in strade secondarie ma punta dritto al cuore del problema: se la guerra è la cosa peggiore del mondo, il cecchino è il peggior ruolo di questo drammatico evento. Un lavoro schifoso: sparare a sangue freddo, uccidere a ripetizione e in modo vigliacco.

Altro che film di propaganda, la pellicola mette in scena il lato peggiore della guerra, un aspetto che appartiene anche agli americani. Non che si possa definire questo American Sniper come un film di propaganda, anche se naturalmente c’è chi l’ha fatto. Ma quale propaganda, se Eastwood demolisce la virilità sessuale dei suoi protagonisti: “a letto fai pena” dice la prima moglie a Kyle, il quale, per nulla scomposto, non la smentisce ma in tutta risposta supplica al fratello, presente alla scena, di “non raccontarlo in giro”; sul letto d’ospedale Kyle scherza con Bombarda sulle “misure” di quest’ultimo: 5 cm; e infine ancora Kyle discute con la seconda moglie sulla sua durata: “ce la fai in 4 minuti?” chiede lei, “me ne bastano 2”, risponde lui.
Anche la scelta del protagonista, un eccellente Bradley Cooper, sembra fatta per scongiurare il tipico sillogismo “soldato = macho”.
Il lavoro di Clint è preciso e puntuale nel togliere questi sottotemi da psicologia un tanto al chilo: oggi si ha la tendenza, se non a giustificare, almeno a motivare, qualunque atto, anche quelli più criminali, con argomenti da lettino di analisi. E questo non solo a livello personale, ma anche e soprattutto quando si esaminano comportamenti di intere comunità o nazioni.
Eastwood sgombra il campo da questi falsi alibi, già con la semi comica scena della prima moglie che si auto psicanalizza “perché credi ti tradisca? Per attirare la tua attenzione”.

Ma è soprattutto con il dialogo con il dottore dei reduci di guerra, che si manifesta la cristallina analisi del regista. Non sono tanto gli scheletri negli armadi a creare problemi; persino un cecchino, che è il lavoro peggiore del mondo, al tempo stesso giudice e boia, con l’aggravante di prendere le proprie decisioni seduta stante, può arrivare a capire che il fare il proprio dovere, qualunque esso sia, ha i suoi lati positivi oltre quelli negativi, e si tratta solo di fare un bilancio. Il problema nasce proprio qui, quando si razionalizza l’irrazionalizzabile: la guerra è un orrore troppo grande che è impossibile superare anche dal più giusto ed onesto degli uomini. La morte per mano di un reduce suona quasi beffarda ma è l’ammissione che in guerra sì, si può vincere il nemico, ma il prezzo da pagare ha il sapore di una sconfitta.




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