Translate

martedì 19 febbraio 2019

IL CORRIERE - THE MULE

305_IL CORRIERE - THE MULE (The mule). Stati Uniti 2018;  Regia di Clint Eastwood.

C’è una scelta, fatta dal protagonista di Il corriere – The Mule di Clint Eastwood, nel finale, che emoziona fino alle lacrime. Non che sia una novità, Eastwood come regista sa come emozionare, basti pensare a Million Dollar Baby e a quanti fazzoletti finirono inzuppati nelle sale di mezzo mondo. Ma questo caso è un po’ diverso, perché Earl Stone (interpretato dallo stesso Eastwood, invecchiato, ma ancora sornione), riesce ad emozionare non attraverso il versante sentimentale, ma facendo leva sull’assunzione delle proprie responsabilità per espiare le colpe di cui si è macchiato. La moralità intesa quasi come sentimento, quindi. Moralità: di questi tempi merce rara, verrebbe da dire; ma in modo un po’ qualunquista. Perché, almeno stando a quanto mostrato dall’ultimo bel film di Eastwood (che diviene bellissimo grazie al citato passaggio finale) non è che le cose siano mai andate granché bene anche prima. Il nostro protagonista è un veterano della guerra di Corea, è Clint Eastwood e per di più gli ricordano un paio di volte che assomiglia a James Stewart. Serve altro per capire che il nostro rappresenta l’eroe americano medio? Il Mr. Stone va a Chicago della situazione, insomma (parafrasando il capolavoro Mr. Smith va a Washington di Frank Capra, 1939, naturalmente con Jimmy Stewart). Il film, che è scandito dai viaggi dell’anziano corriere dallo stato della Georgia a Chicago, ha l'aspetto di un road-movie; il genere che ha un po’ preso le veci del western al giorno d’oggi. Earl, divenuto corriere per il cartello dei narcotrafficanti per necessità, fa il suo lavoro, non crea problemi, non fa domande e non si pone troppi scrupoli. 
Nel suo lavoro è una brava persona, oltre che affidabile; per quanto un po’ naif, ma ha anche 90 anni, si può certamente definire professionale. Difatti diviene il migliore, tanto da essere ricevuto con tutti gli onori dal boss in persona, il señor Laton (Andy Garcia). E’ davvero un tipico gringo, penseranno i messicani del cartello: fa quello che deve fare, con calma e tranquillità, sbrogliando con il sangue freddo necessario ogni intoppo. Quello che abbiamo sempre visto fare agli eroi americani del cinema, che forse, viene proprio da chiederselo guardando Il corriere – The Mule, si curavano della forma del loro lavoro (che sia costruire un forte in territorio indiano o conquistare militarmente una postazione nemica in Corea) ma non si ponevano mai il problema se quello che stessero facendo fosse giusto o sbagliato. 

Un po’ come Earl che evita, dopo averlo fatto una volta, di guardare cosa c’è dentro le borse che trasporta; meglio non saperlo ed eseguire gli ordini, portare a casa il risultato. Parlando di borse o valige da trasportare, al cinema, non può non venire in mente il McGuffin hitchcockiano, quello per cui la borsa è un mero pretesto per mettere in scena una storia. Centra poco, qui, se non per dire che gli americani forse hanno troppo spesso usato questa strategia anche nella vita reale, dove quello che trasporti conta eccome. E se nella valigia c’è la cocaina, perché tu fai il corriere per i trafficanti di droga, non importa quanto tu sia bravo o simpatico; non va bene, non va bene per niente. Non ci siamo caro Earl, non ci siamo proprio. Ma se la capacità di essere in gamba, e nessuno oggi può dirsi paragonabile ad una leggenda come Clint Eastwood, non aiuta a salvarsi, dove si può trovare la soluzione?


Nei rapporti famigliari, come il buon Earl si premura di spiegare al suo rivale, l’agente della Dea Colin Bates (Bradley Cooper), quando questi si è appena dimenticato di scrivere alla moglie per una ricorrenza. Ma la forza di Il corriere – The Mule non è che, sul filo di lana, Earl torna al letto della moglie per assisterla in punto di morte, lasciando in sospeso un’importantissima consegna. Mannò, quella sarebbe, in definitiva, l’ennesima occasione sprecata; un atto di eroismo, pagato magari con la vita ma che non riscatterebbe l’anima di Earl. Certo, un bel gesto, la moglie che muore contenta, e una dimostrazione della tempra, quando dice ai trafficanti di fare quello che devono fare, perché lui doveva comunque andare dalla moglie e non avrebbe portato loro rancore se adesso lo avrebbero fatto fuori per aver sospeso la consegna a metà dell’opera. Non serviva certo quest’ennesima dimostrazione per sapere che gli Eastwood o i Jimmy Stewart sono gente tosta e generosa. No, fin qui siamo dalle parti dell’ottimo film, girato con maestria dal vecchio leone; ma il finale, quando Earl rifiuta gli alibi proposti nella difesa al processo dal suo avvocato, e si dichiara colpevole, quello è il punto cruciale. E lì che, incredibilmente, ci si emoziona per una questione etica e morale. E’ lì, in quel preciso istante, che il film diventa un capolavoro, perché trasforma la lezione sul versante famigliare imparata al letto di morte della moglie, in un’assunzione di responsabilità anche in campo professionale.
Ed è sempre lì, con un’ammissione di colpevolezza senza scusanti da parte dell’eroe americano per eccellenza, che Clint Eastwood diventa il più grande di sempre.  


     
Alison Eastwood




Nessun commento:

Posta un commento