Translate

Visualizzazione post con etichetta Poliziesco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Poliziesco. Mostra tutti i post

sabato 14 marzo 2026

ESECUTORE OLTRE LA LEGGE

1801_ ESECUTORE OLTRE LA LEGGE (Les Seins de Glace), Francia, Italia, 1974. Regia di Georges Lautner

Tratto dal primo romanzo di Richard Matheson, Esecutore oltre la Legge è un intrigante giallo psicologico francese di Georges Lautner. Lo scrittore americano, in Cieco come la morte –questo il nome della prima edizione italiana del suo libro– aveva mantenuto più ambigua la figura di Peggy (Mireille Darc), la donna al centro del racconto. Nella sua riduzione cinematografica, Lautner, anche sceneggiatore del film, deve necessariamente semplificare alcuni passaggi: tra questi viene meno la curiosa coincidenza del comune passato tra lo scrittore protagonista Françoise Rollin (Claude Brasseur) e il suo rivale Marc Rilson (Alain Delon), avvocato di Peggy. Oltre, come già accennato, alla figura di quest’ultima, resa più esplicita. Nel film, infatti, quando il complesso mistero comincia a venire a galla, le responsabilità della donna paiono inevitabili e del resto Lautner decide di non farne oltre mistero con il bel passaggio dell’omicidio di Albert (Michel Peyrelon). In effetti, per quanto non si tratti di due capolavori –né il romanzo, con Matheson forse ancora un po’ acerbo, e nemmeno il film, a cui manca un po’ incisività– va detto che Esecutore oltre alla Legge se sposta leggermente l’obiettivo del racconto, gli regala una buona atmosfera e un paio di interpreti d’eccezione. Uno è ovviamente Alain Delon, per quanto si produca in una prestazione piuttosto trattenuta; chi invece riesce pienamente convincente nel ruolo al centro della scena è Mireille Darc, davvero sublime nel tratteggiare una figura comunque piuttosto ambigua. Il titolo originale, tra l’altro, Les Seins de Glace –i seni di ghiaccio– è particolarmente illuminante nel descrivere la frigidità di Peggy. Al netto delle semplificazioni, la trama ideata da Matheson è ben congegnata e sullo schermo funziona alla perfezione. Quello che manca, nel film, è legato all’interprete del protagonista maschile, Claude Brasseur, e a Françoise, il suo personaggio. Per la verità, per tutto il film, lo scrittore francese innamorato di Peggy è una versione soltanto un po’ più umoristica del suo corrispettivo americano del romanzo, ma niente di che. 

Il punto è che in Matheson, perfino nel primissimo Matheson, nel momento cruciale il protagonista rivelava un lato oscuro di sé che faceva davvero paura. Anche nel romanzo, per quanto la figura di Peggy sia tenuta più ambigua, nella scena finale si è ormai intuito quale sia l’origine del problema, ovvero la psiche malata della ragazza; eppure, esattamente in quel frangente, è proprio la natura dell’uomo a far sprofondare nello sgomento il lettore. Nel film questo passaggio viene a mancare e Françoise diviene quasi una figura marginale, di fronte all’«amour fou» dell’avvocato Rilson per la bella Peggy. In questo senso, forse, il film è addirittura più efficace del romanzo, per la verità, laddove Matheson questo passaggio lo spiegava con una sorta di cappello finale. Tuttavia le timide avances di Françoise, che tocca delicatamente il ginocchio di Peggy alla prima notte di nozze, non reggono il confronto con l’eccitazione belluina che pervade David nell’analoga scena del romanzo, di fronte alla ritrosia della sposina. Anzi, assurdamente alimentata da questa. Questa, in fondo, era la motivazione principale per cui era stato concepito tutto quanto il racconto: l’ambiguità di Peggy si era manifestata durante tutto lo sviluppo della vicenda, quella di David era emersa prepotentemente in dirittura d’arrivo ma ne era il completamento. Il protagonista si chiedeva in paio di occasioni se non fosse l’atteggiamento della ragazza ad innescare l’istinto brutale dei maschi che la frequentavano. La scena finale, nel suo sorprendente sviluppo –con il pacato e rispettoso David che reclamava ciò che riteneva un suo diritto, e lo faceva in modo sempre più minaccioso– era la risposta alle citate domande. In Esecutore oltre la Legge, questo aspetto viene sostanzialmente a mancare e il protagonista, il tutto sommato anonimo Françoise, altro non è che un testimone dell’amore disperato di un cavaliere d’altri tempi, l’avvocato Rilson, per la quintessenza della femminilità, Peggy, bellissima nel suo essere delicata e mortale. Ci scuserà Georges Lautner, ma il pur indovinato titolo originale del suo film andrebbe corretto, per meglio rendere onore al personaggio splendidamente interpretato da Mireille Darc: «seins brûlants de glace». [Seni ardenti di ghiaccio].




Mireille Darc 



sabato 31 gennaio 2026

L'UOMO DALLE DUE OMBRE

1787_L'UOMO DALLE DUE OMBRE (De la part des copains)Italia, Francia, Belgio, 1970 Regia di Terence Young

È davvero un pastiche curioso, L’uomo dalle due ombre: per dire, è una produzione franco-belga-italiana, eppure i protagonisti sono americani, britannici e norvegesi. Tra i comprimari ci sono in effetti un paio di francesi, Jean Topart (è Katanga) e Michel Costantin (è Vermont), e un italiano, Luigi Pistilli (è Fausto). Bravi attori, ma più che altro caratteristi e non proprio interpreti adeguati a ruoli più importanti. Che nel film sono appannaggio di Charles Bronson (è Joe Martin o Joe Moran? col punto di domanda ben motivato dal soggetto), Liv Ullmann (è Fabienne, moglie di Joe) e James Mason (è il capitano Ross). La presenza nel cast di Charles Bronson è un elemento decisamente ingombrante per gli equilibri del film: l’attore americano aveva appena cristallizzato la figura del vendicatore solitario in Città violenta di Sergio Sollima [Città violenta, Sergio Sollima, 1970], un ruolo che diverrà poi una sua sorta di alter-ego sullo schermo, a partire dalla saga de Il Giustiziere della Notte ma che interpreterà in molti altri film. Se a questo si aggiunge che dietro la macchina da presa c’è Terence Young, a cui si devono le regie dei primissimi film di James Bond, è chiaro che L’uomo dalle due ombre possa essere ritenuto un solido film d’azione. In realtà, l’ambientazione mediterranea, il tono narrativo e anche lo stesso coinvolgimento di Bronson e Young nell’operazione, potrebbero anche far pensare ad una sorta di Poliziottesco spurio, o, meglio, uno di quei tostissimi film d’azione che si giravano nel Belpaese al tempo. Del resto, come detto, la Produzione era in parte italiana, gli argomenti sono inerenti, e ci sono alcuni cliché, dettagli imprescindibili nel cinema di genere di casa nostra, come lo spettacolare inseguimento o l’attenzione, rimarcata anche nei dialoghi, all’importanza delle auto. In questo caso a rimanere negli occhi è una splendida Opel Commodore GS/E Coupé rosso fiammante che si rende protagonista di un lungo viaggio a tavoletta sulle impervie stradine delle Alpi Marittime francesi, merito di Rémy Julienne, coordinatore delle acrobazie automobilistiche. Il Ballantine’s Scotch Whisky che ostenta il protagonista nelle scene iniziali – anziché il tipico J. & B. Whisky, vero e proprio marchio di fabbrica del cinema di cassetta italiano– potrebbe in tal senso sembrare una svista o una coincidenza. La scena metalinguistica in apertura di film, con Fabienne che guarda uno Spaghetti-Western –taroccato manco fosse una sorta di cartone animato– chiarisce però il significato di tutti questi segnali. 

La donna, rivolgendosi al marito, gli chiede cosa succederebbe se a venir ammazzato, nel classico duello finale, fosse il protagonista: Joe risponde sornione “Migliorerebbero il programma”. Quindi, se si prende questo indizio metalinguistico come spunto per comprenderne il senso, si potrebbe ritenere che, per quanto abbia le sembianze di un film di cassetta, L’uomo dalle due ombre si differenzia dalle opere di questo genere grazie a un finale differente.  Intanto, si è sorvolato su un’altra domanda che deve necessariamente sorgere spontanea già guardando l’incipit del film: che diamine c’entra Liv Ullmann nel ruolo di protagonista femminile in una simile operazione? Al tempo, l’attrice norvegese aveva un florido sodalizio artistico con il regista Ingmar Bergman, del quale interpretò numerosi capolavori spesso come interprete principale. E il cinema di Bergman era difficilmente accostabile agli action movie commerciali, siano essi italiani o meno. Non che questo crei qualche inconveniente a L’uomo dalle due ombre, sia chiaro, perché la Ullmann è attrice eccellente e versatile e tiene in modo sontuoso la scena anche accanto ad un mastino come Bronson. Tuttavia è una presenza inaspettata, o comunque certo non prevedibile come quella di Jill Ireland (nel film è Moira), al tempo moglie di Bronson e sua abituale spalla in molti film d’azione. 

Ma, probabilmente, la cosa più intrigante de L’uomo dalle due ombre è che prenda spunto dal romanzo di Richard Matheson Cavalca l’incubo che si muoveva però su presupposti ben diversi. Nel libro, il protagonista è un raffinato venditore di dischi e non un ex soldato erculeo come il personaggio di Bronson. Quando si presentano i vecchi amici di Chris, questo il nome del personaggio principale di Cavalca l’incubo, c’è lo stupore di come questo individuo acculturato e di buon gusto possa aver avuto dei trascorsi tanto torbidi. L’impressione è come se il protagonista fosse inghiottito dal proprio passato, e il suo dibattersi –il suo «cavalcare», come da titolo– fosse necessario per sfuggire a questa terribile morsa, a questo «incubo», appunto. Bronson, che forse sforzandosi potrebbe anche avere qualche turbamento in comune col protagonista del libro, si adegua piuttosto al clima lineare del film e, per quanto si dica preoccupato per moglie e figlia, non sembra mai sconvolgersi più di tanto. Se il romanzo è un noir plumbeo al punto da poter essere scambiato per un horror, L’uomo dalle due ombre è un film in cui scorre adrenalina dovuta all’azione pura ma praticamente mai è solcato da veri brividi di paura. La trama del film prevede che Joe Martin, nome sotto cui si nasconde Joe Moran, sia un ex soldato americano che faccia ora il noleggiatore di barche a Nizza, nel sud della Francia. Durante il servizio nella Guerra di Corea era finito agli arresti per aver colpito un ufficiale, “il più farabutto dei colonnelli”, per usare le parole di Joe. Passare due anni in galera per una motivazione ingiusta, almeno ai suoi occhi, l’aveva spinto ad accettare il piano di evasione di alcuni suoi compagni di cella: il capitano Ross, Fausto e Vermont, a cui si aggiunse Katanga, l’uomo che dall’esterno avrebbe agevolato la loro fuga. Quest’ultimo è uno psicopatico ex membro della Legione Straniera che, al primo intoppo, una guardia troppo curiosa, non aveva esitato a dare prova della sua follia, eliminandola freddamente. Joe, che era già al volante dell’auto predisposta per la fuga, vedendo la pessima piega che aveva preso la cosa, aveva lasciato in asso i compari che, una volta abbandonati, erano stati presto ricatturati e condannati per l’omicidio della guardia. E ora, nonostante gli anni passati, avevano alfine trovato Joe per fargliela pagare. Il soggetto, pur con i passaggi chiave che possono essere ritenuti quelli originali del romanzo, cambia però sostanzialmente in alcuni approcci fondamentali. E allora si torna alla curiosità iniziale: perché prendere un romanzo di Matheson per poi trasformalo in un racconto basato più sull’azione che sull’angoscia, che ne era l’ingrediente principale? La riposta potrebbe essere che, anche in questo modo, la storia regge molto bene e il film è godibilissimo. In sostanza, viene sviluppato un aspetto secondario, rispetto a quello principale sfruttato dal libro, che comunque era già presente nel soggetto. Sembra quasi che Terence Young si renda conto del valore che Richard Matheson aveva infuso nel testo, ma, forse consapevole della difficoltà, provi a stemperarne la gravità, quasi che il cinema –o forse bisognerebbe dire il suo cinema– non possa rivaleggiare con la solennità della letteratura. E, mettiamoci pure un altro forse, ma è in questo modo che trovano spiegazione i dubbi citati in precedenza, sul finale che provi ad essere diverso e sul motivo alla base della scelta di Liv Ullmann come personaggio della moglie del protagonista. Perché ciò che contraddistingue l’arte di Matheson non è il suo prediligere tematiche horror o inquietanti, ma il suo approccio morale. In Cavalca l’incubo l’aspetto rilevante è come ci si ponga rispetto ai propri errori, ovvero se si abbia intenzione di fare ammenda o si cerchi piuttosto di scantonare e farla franca. Chris, il citato negoziante di dischi del libro, non è in grado, da solo, di ammettere i propri sbagli e di denunciarsi alla polizia. E anche sua moglie, al netto del fastidio per l’inganno subito tanto a lungo, non è poi così rigorosa; la paura per l’incolumità della figlia finisce poi per farle spostare l’attenzione, ma occorre tempo e il superamento di una vicenda terribile affinché la coppia sembri pronta ad accettare la giustizia e le sue conseguenze. Questo era l’aspetto più caratteristico di Matheson nel merito di questa vicenda e non tanto l’atmosfera cupa. Il film di Young sprizza energia e, come detto, non è particolarmente angosciante, al punto che il villain principale, il capitano Ross, finisce quasi per essere visto benevolmente e solamente il folle Katanga si fa carico, nel concitato finale, di reggere la parte del cattivo. Per risolvere la questione, L’uomo dalle due ombre riprende alcuni elementi del romanzo, il capanno isolato, la corsa a prendere un medico, l’espediente dell’appiccare fuoco alle sterpaglie –sempre l’anello un po’ debole di tutte quante le versioni, in verità– e ne aggiunge di originali, come la morte di Katanga colpito da un razzo di segnalazione per barche. In definitiva, i cattivi vengono liquidati, la famiglia, Joe, Fabianne e la figlioletta sopravvivono, ma la valigetta col denaro, vero McGuffin che simboleggia il Male nella storia, finisce doppiamente distrutta: bruciata e poi in fondo al mare. La questione si può quindi dirsi chiusa? I nostri non hanno propriamente trionfato, il denaro è andato perduto quando, al contrario, in un film più commerciale avrebbero potuto salvarne un poco almeno come premio di consolazione. 

Nel soggetto originale, il romanzo di Matheson, in verità, il protagonista andava a costituirsi, proprio per via del valore morale dell’opera. Charles Bronson, come interprete, ci ha abituato che i suoi personaggi non si fanno tutti questi scrupoli. Tuttavia il Joe di L’uomo dalle due ombre, un dubbio lo espone alla moglie: “Credo che dovrei andare alla Polizia a parlare di Vermont [Il primo dei suoi ex compagni, ucciso in apertura di film dallo stesso Joe]. Oppure aspettare che la Polizia mi acciuffi”. Che una riflessione di questo tipo avvenga nel bel mezzo della città in festa, è infatti il 14 Luglio e in Francia ricorre La Presa della Bastiglia, la dice lunga sul tenore della risposta in arrivo. In pratica, Charles Bronson, l’eroe di tanti film d’azione, chiede a Liv Ullmann, musa del cinema introspettivo del maestro Ingmar Bergman, se debba pagare moralmente per i morti di cui si è reso responsabile. La donna risponde scherzando che, nel caso, anche lei e la figlioletta dovrebbero finire in galera per incendio doloso. La chiusa poi è ulteriormente stemperata, con un poliziotto che riconosce la Opel Commodore e vorrebbe mettere al fresco sei mesi l’incosciente che l’aveva guidata nel pomeriggio. Joe, che era al volante nella sua escursione alla ricerca del medico, la prende scherzosamente come risposta ai suoi dubbi sull’ipotesi di costituirsi e soppesa la cosa, ironizzandone con Fabienne. Non è, quindi, tanto l’annosa questione se sia deludente o meno una riduzione cinematografica di un libro. Il punto è che Matheson, con il suo romanzo pulp e quindi pienamente popolare, cercava comunque di far compiere al lettore un salto di qualità morale. Provare a fargli sentire il dovere di pagare per i propri debiti di coscienza. Young e i suoi interpreti, al contrario, sostengono che il cinema sia uno strumento per farci pace, con la coscienza: se il risoluto Joe ha ammazzato un uomo, lo ha fatto per legittima difesa mentre l’innocente Fabianne ha peraltro appiccato un incendio; di questo passo, è chiaro che chiunque abbia inevitabilmente commesso qualche peccato. Il cinema, sembra voler ribadire Terence Young, chiedendo conforto alla Ullmann in rappresentanza dell’illustre arte di Bergman, riguarda la vita delle persone normali e non di quelle figure fumettistiche che si trovano negli Spaghetti Western o nei Poliziotteschi. Persone normali, ovvero quelle che, tra le mille traversie della vita, dovevano cercare di cavarsela e pazienza se ci siano stati «effetti collaterali». Un approccio moralmente diverso da quello più stilizzato degli Spaghetti Western o dei Poliziotteschi. Ma differente anche da quello di Matheson, abituato a parlare al lato oscuro anche e soprattutto di quelle persone considerate «normali», cercando di offrire loro, al contrario di Young e Bronson, qualche spunto per conoscersi e migliorare.    










giovedì 18 dicembre 2025

IL COMMISSARIO DE VINCENZI - IL MISTERO DELLE ORCHIDEE

 1772_IL MISTERO DELLE TRE ORCHIDEE , Italia 1974. Regia di Mario Ferrero 

Il terzo e ultimo sceneggiato della prima serie de Il commissario De Vincenzi segue grosso modo lo schema del precedente L’albergo delle tre rose. A caratterizzare questi due episodi è infatti l’unità di luogo che, aiutata da un tempo del racconto non eccessivo, riesce a rendere più ficcanti e convincenti gli avvenimenti. In questo caso la vicenda è ambientata in una casa di moda, il che conferma anche l’attenzione alla presenza femminile di questa serie di sceneggiati. Tra i personaggi muliebri coinvolti ne Il mistero delle tre orchidee vale la pena citare una folgorante Nora Ricci nei panni della stilista madame Firmino, Lia Tanzi in quelli della modella Irma, Giuliana Calandra in quelli di Marta e Gianna Giachetti in quelli di Cristiana Bignardi, la titolare della casa di moda; questo restando alle figure di rilievo. Del resto il ricco cast di questa solida terza puntata sottolinea lo spessore del racconto: accanto a pezzi da novanta come Franco Volpi (è il commendatore), Ferruccio De Ceresa (è Prospero Durante) e Mariolina Bovo (è Virna Campbell) troviamo i personaggi ricorrenti della serie come Antonietta (Gina Sammarco), il commissario Bianchi (Giampiero Becherelli), il brigadiere Cruni (Salvatore Puntillo) e il vice commissario Sani (Franco Ferri). Senza dimenticare il commissario De Vincenzi, alias Paolo Stoppa che, con la sua proverbiale umanità unita ad un pizzico salato di sagacia, saprà districare anche questo caso meglio dello spettatore. Spettatore costretto, anche stavolta, a ammirare la complessità della trama senza aver avuto le informazioni necessarie a comprenderla veramente. Giallo un po’ singolare, quindi, ma non per questo da bocciare.      

lunedì 15 dicembre 2025

IL COMMISSARIO DE VINCENZI - L'ALBERGO DELLE TRE ROSE

1771_L'ALBERGO DELLE TRE ROSE , Italia 1974. Regia di Mario Ferrero 

Certamente la questione ebraica, con l’ignominia delle Leggi Razziali del 1938, rimane una delle macchie più vergognose del regime fascista ma c’era almeno un altro aspetto simile che lasciò pesanti strascichi nel tempo e nell’opinione pubblica nazionale: la scarsa stima, mettiamola così, per la «perfida Albione». Questo elemento venne successivamente superato, nel secondo dopoguerra, ma in qualche «piega» della quotidianità, ad esempio in qualche ambito delle rivalità nazionali, tornerà spesso a fare capolino. Il giallo, genere anglosassone per eccellenza, fu in questo senso una cartina tornasole: emblematiche le parole del commissario Alzani (Renato De Carmine) nella serie Aprite: Polizia! che, nel 1958, sosteneva che “la delinquenza non latina è sempre più crudele, più cinica”. Una quindicina d’anni dopo, il commissario De Vincenzi stigmatizzerà queste tendenze ideologiche nel finale del secondo episodio della serie di sceneggiati a lui dedicati. L’albergo delle tre rose, l’episodio in questione, è giunto al termine, e le rivelazioni finali hanno fatto un po’ di chiarezza nell’intricata vicenda sviluppatasi all’interno dell’hotel milanese a cui fa riferimento il titolo. Ma il giornale che capita sotto mano a De Vincenzi è del giorno prima, e il poliziotto finge di compiacersi con il suo vice Sani (Franco Ferri), di essere finito, con le indagini, in prima pagina. Il riferimento è al titolo dell’articolo del quotidiano che, a proposito del caso dell’albergo delle tre rose, afferma che sia vittima che probabile assassino siano «inglesi», con le virgolette a sottolineare la provenienza di questi turbolenti ospiti dell’albergo. Sani –come del resto l’altro funzionario di polizia presente nei racconti, il commissario Bianchi (Giampiero Becherelli)– è ingenuamente convinto dell’ideologia imperante, e lo sottolinea convintamente. Sibillina la replica di De Vincenzi che puntualizza che i soggetti implicati nel giallo, i presunti «inglesi», siano in realtà italianissimi: Al Miretti (Pino Colizzi) è un italiano emigrato in America per fare il gangster, e Mary Alton Vendramin (Anna Maria Guarnieri) ha semplicemente sposato un suddito di sua maestà. E per ricordare come gli italiani possano vantare antenati altrettanto illustri in materia di crimini, cita Lucrezia Borgia. Da un punto di vista della confezione formale, L’albergo delle tre rose conferma le impressioni de Il candelabro a sette fiamme: ben costruito e ben recitato, si lascia seguire con piacere. Il meccanismo deduttivo non è però perfettamente funzionale o almeno non lo è secondo gli abituali criteri: è infatti assai arduo seguire le complicate peripezie della trama gialla e addirittura impossibile anticipare o quantomeno carpire per tempo le intuizioni del commissario De Vincenzi. Allo spettatore non resta che seguire passivamente lo svolgersi degli eventi che hanno comunque il pregio di appassionarlo e incuriosirlo man mano che si dipanano.  


domenica 14 dicembre 2025

IL COMMISSARIO DE VINCENZI - IL CANDELABRO A SETTE FIAMME

1770_IL CANDELABRO A SETTE FIAMME , Italia 1974. Regia di Mario Ferrero

Il primo episodio della serie Il commissario De Vincenzi lascia lo spettatore disorientato sin dallo spiazzante incipit e ce lo lascia a più riprese. Lo sceneggiato comincia in modo anonimo, senza titolo o sovraimpressioni: c’è un signore, nel buio di una strada, una scena inquietante. E a ragione: l’uomo, che ha con sé una curiosa valigia asimmetrica, verrà ucciso da alcuni sinistri individui. A quel punto, irrompe una musica d’altri tempi a tutto volume e compare la scritta «Luce», riferimento al celebre Istituto Luce. A meno di non essersi preventivamente informati sulla natura dello sceneggiato, si potrebbe pensare già a qualche refuso. Poi, la sigla attacca, il bel motivo musicale di Bruno Nicolai in stile anni 30 è abbinato ad immagini dell’epoca e il tutto assume un’aria più coerente. Ma per poco: perché la musichetta allegra cambia leggermente tono e compaiono fotogrammi di repertorio del duce e del fascismo. Quindi è il turno di alcune simpatiche donnine con relativa soave melodia e, a seguire, un’altra virata stavolta più cupa accompagnata da Hitler e dalle parate naziste. Un vero frullatore che lascia basito uno spettatore dei giorni nostri figuriamoci uno di metà anni Settanta, ma non è ancora finita. Ecco che ricompare di nuovo la scritta «Luce» e, perlomeno, la scritta «Milano 1933» ci dà qualche minima informazione. A questo punto dovrebbe cominciare il film vero e proprio; invece no: assistiamo alla divertente scena finale di Due cuori felici [Due cuori felici, Baldassarre Negroni, 1932], sebbene lì per lì non è che sia una cosa immediata da comprendere. Poi, sullo schermo, arrivano Paolo Stoppa e Gina Sammarco (è Antonietta, la sua governante) che discutono del film appena visto, con la donna che non è affatto convinta della novità rappresentata dai film sonori, abituata com’è al cinema muto. Finalmente ci siamo: il racconto filmico è cominciato ma, come è a questo punto facile intuire, non sarà un racconto semplice da seguire. De Vincenzi, il personaggio interpretato da Stoppa, è un commissario di Polizia e si trova coinvolto in un omicidio che è parte di un gioco spionistico internazionale che introduce nientemeno la Questione Palestine, faccenda intricata ora figuriamoci negli anni 70 e peggio ancora negli anni 30. A testimonianza che la trama sia effettivamente difficile da decifrare nei suoi tanti anfratti, in coda al racconto il commissario fa una sorta di riassunto e questa è, in genere, una vera e propria ammissione da parte degli autori che il loro lavoro è un po’ criptico. In effetti, da un punto di vista investigativo Il candelabro a sette fiamme non entusiasma, dal momento che l’intrico giallo è poco decifrabile, tuttavia una serie di fattori contribuiscono a strappare una sufficienza piena. In primo luogo Stoppa, che è perfettamente a suo agio nel ruolo; poi la scelta di alcuni attori, davvero congeniali, come Vittorio Sanipoli nei panni del barone Von Wenzel e Walter Bentivegna in quelli di Johan Veheran, alias il Ragno, formidabile acrobata che sfoggia un look degno di un nemico di Batman, davvero notevole. In tema di fascino, nessuno può sognarsi di offuscare quello di Maria Grazia Spina: l’attrice veneziana è Virginia Olcomb, un’agente israeliana d’elegante bellezza anni 70 eppure adeguata al contesto in cui ambientata la vicenda.
Ingegnoso il lavoro di De Angelis alla base, sul quale si adeguano gli autori dello sceneggiato, riuscendo a renderlo fruibile pur tra le troppe divagazioni. La Questione Palestinese che aleggia su tutta quanta la faccenda, aiuta a rendere il film interessante ma più a titolo di curiosità, considerata la complessità dell’argomento.  


martedì 9 dicembre 2025

IL COMMISSARIO DE VINCENZI

1767_IL COMMISSARIO DE VINCENZI , Italia 1974. Regia di Mario Ferrero

È in genere accettato che la letteratura italiana gialla non abbia radici paragonabili a quelle anglosassoni e, oltretutto, si deve considerare, per comprenderne il ritardo, i divieti imposti dal regime fascista che nel 1941 la mise sostanzialmente al bando. Eppure, proprio durante il Ventennio, ci fu uno dei pionieri del giallo italiano, ovvero quel Augusto De Angelis, prolifico scrittore che, in seguito, sprofondò nel dimenticatoio almeno finché Oreste Del Buono nel 1963 ne curò una ristampa. Undici anni dopo, la televisione di stato completò la riscoperta, mettendo in cantiere una miniserie televisiva affidando la regia a Mario Ferrero, e le sceneggiature ad un pool di autori specializzati in detective stories, Manlio Scarpelli, Bruno Di Geronimo, Paolo Barberio e Nino Palumbo. I romanzi selezionati avevano protagonista il commissario De Vincenzi, portato sullo schermo da Paolo Stoppa, attore dall’atteggiamento dolente ma ostinato che, con la sua naturale umanità, fu il punto di forza degli sceneggiati. La peculiarità del creatore del commissario De Vincenzi, lo scrittore Augusto De Angelis, fu quella di scrivere gialli in un’epoca, il Ventennio fascista, che questo genere proprio non lo digeriva e arrivò addirittura a metterlo al bando, nel 1941. Va da sé che un simile atto di coraggio, sfidare un regime tanto prepotente, è già motivo di merito sufficiente a porgere De Angelis in una posizione di prestigio. La Rai, nella scelta dei titoli per la sua riduzione televisiva, diede la precedenza a Il candelabro a sette fiamme, una storia che parlava della Questione Palestinese più che altro in relazione alla condizione degli ebrei che, al tempo, erano perseguitati. Il romanzo fu pubblicato nel 1936 mentre le famigerate Leggi Razziali fasciste, discriminatorie nei confronti degli ebrei, furono emanate nel 1938. Sembra evidente che queste ignobili leggi non spuntarono fuori dal nulla e quindi la situazione per gli ebrei fosse già fosca a partire dagli anni 30, ma va anche ricordato che la politica di Mussolini non è rimasta nella storia per la coerenza nel tempo. Quello che si può dire con certezza, perché si tratta di fatti storici, è che De Angelis nel 1943 finirà accusato di antifascismo per i suoi articoli sulla Gazzetta del Popolo e il regime impose il sequestro dei suoi romanzi. 


sabato 13 settembre 2025

IL TENENTE SHERIDAN - LA CORTINA DI FOSFORO

1729_IL TENENTE SHERIDAN - LA CORTINA DI FOSFORO, Italia 1959. Regia di Stefano De Stefani

La cosa curiosa dell’ultimo episodio della prima stagione della serie dedicata al tenente Sheridan è che al centro del caso de La cortina di fosforo ci sia un furto di una collana e nessuno venga ammazzato. Il che, essendo Sheridan a capo della Sezione Omicidi, non dovrebbe coinvolgere il nostro eroe dall’impermeabile chiaro interpretato da Ubaldo Lai. Tuttavia la storia raccontata è abbastanza intrigante, un giallo classico, con un pugno di potenziali colpevoli in un ambiente ristretto e si lascia guardare con buon interesse per la soluzione finale. Il curioso titolo fa riferimento ad una polvere fosforescente che viene spruzzata su chi non abbia preventivamente disinserito il dispositivo apposito al momento dell’apertura della cassaforte dove viene custodita la preziosa collana. Un espediente narrativo da fin troppo arzigogolato da spiegare, figuriamoci da vedere in un film che dovrebbe far leva sulla logica deduttiva. Tale stratagemma, infatti, è utile in un caso come quello raccontato ne La cortina di fosforo, ma sarebbe uno sforzo totalmente inutile e infruttuoso se il ladro si potesse dileguare una volta compiuto il furto, come avviene nella realtà praticamente sempre in tali circostanze. Tuttavia va ricordato che gli autori delle prime avventure del tenente Sheridan dovevano architettare racconti che fungessero da pretesto per una sorta di programma a quiz che era Giallo Club – Invito al poliziesco. Fatta quindi la tara alle contingenti premesse, anche La cortina di fosforo assolve degnamente allo scopo, forte anche dell’ambientazione particolarmente suggestiva dell’episodio. Tra gli interpreti, oltre al solito Ubaldo Lay, si può ricordare l’elegante Luisa Rivelli (è Pola).   


giovedì 11 settembre 2025

IL TENENTE SHERIDAN - DELITTO A TEMPO DI ROCK

1728_IL TENENTE SHERIDAN - DELITTO A TEMPO DI ROCK, Italia 1959. Regia di Stefano De Stefani

Il rock and roll sembra essere un argomento particolarmente caldo per gli autori del tenente Sheridan: nello scorso episodio il colpevole si chiamava Rock sebbene non sopportasse la musica che riecheggiava il suo nome, mentre, in questo nuovo appuntamento con il tenente di San Francisco, già il titolo ci riporta sul medesimo tema musicale e la sigla è accompagnata dal trascinante Rock-a-Bye Boogie dei The Modernaires. Delitto a tempo di rock fa, in effetti, riferimento alla musica che l’imprenditore Kent (Aldo Giuffrè) usa per dettare i tempi di lavoro ai suoi operai. Che sono quasi tutti in sciopero: di 35 solo sei sono al carico delle mele e, nello specifico, per quel che possiamo testimoniare sullo schermo ne compaiono solo tre. In effetti questo episodio della serie sembra realizzato particolarmente al risparmio, con un’ambientazione rurale, nei dintorni di San Francisco dove abitualmente si svolgono le indagini di Sheridan, degna di una recita parrocchiale. A questa sciatta scenografia si aggiunga l’intrigo non particolarmente coinvolgente e il livello degli interpreti non precisamente indimenticabile. Ubaldo Lai prova a fare il piacione, nei panni del tenente protagonista, corteggiando Barbara (Franca Ferrari), al quale rivela, vergognandosene un poco, il suo vero nome, Ezechiele, di cui Ezzy è solo un diminutivo. Sheridan, in questo episodio, abbandonando la metropoli californiana in cui sono ambientate le sue avventure, confessa in qualche modo le sue origini italiane: non solo il nome Ezechiele, che in americano avrebbe dovuto essere Ezekiel, ma il bere un prosaico bicchiere di latte anziché il tipico whisky consumato dai personaggi dei noir americani. Si diceva delle scarse qualità delle interpretazioni: su tutte spicca quella di Mario Scaccia nei panni dell’inguardabile sceriffo Taylor. Da arresto immediato lui, altro che i colpevoli. 


martedì 9 settembre 2025

IL TENENTE SHERIDAN - BUIO ALLE OTTO

1727_IL TENENTE SHERIDAN - BUIO ALLE OTTO, Italia 1959. Regia di Stefano De Stefani

In questo episodio, il tenente Sheridan (Ubaldo Lai), entra in scena dopo una ventina di minuti ben abbondanti, praticamente a metà telefilm. Del resto l’enigma giallo da sciogliere è più particolare che complicato. Il vecchio industriale Slelman (Franco Scandurra) è stato trovato morto nel suo studio; tutti gli indizi puntano sul nipote Rock (Nino Dal Fabbro), uno sfaccendato che è l’erede diretto. Ma Rock ha un alibi: si è, infatti, premunito di istruire a dovere Norah (Maria Pia Nardon) –in cambio di una promessa di lauta ricompensa– di confermare di come abbiano passato insieme, a casa della ragazza, la serata in cui lo zio è morto. A Sheridan, giacca e cravatta d’ordinanza, non serve molto per scoprire la loro bugia e, con essa, come si sono realmente svolti i fatti. Non si tratta di omicidio, ma suicidio, con il vecchio Slelman che aveva deciso di togliersi la vita a fronte di una situazione finanziaria catastrofica della propria azienda. Questa la motivazione apparente, ma, in tutta evidenza, c’era anche un altro piccolo grande dettaglio ad indurre il magnate a togliersi la vita. Un dettaglio determinato dal lungo incipit iniziale, quello senza la presenza del tenente titolare della serie Tv: Slelman aveva infatti assistito ad una discussione tra la sua giovanissima compagna Jane (Lyla Rocco) e il nipote Rock, nella quale i due rivelavano di essere interessati unicamente ad ereditare il suo patrimonio attraverso l’assicurazione sulla vita, incautamente stipulata dal vecchio industriale. Nessun affetto li legava all’anziano, anzi, non vedevano l’ora che tirasse le cuoia. L’assicurazione in questione aveva però una clausola, fatale ai piani di Rock e Jane: la compagnia non avrebbe pagato un cent in caso di suicidio. Se le belle ragazze della storia, Jane e Norah, rimangono a bocca asciutta, peggio va al nipotastro Rock, che finisce portato al gabbio da Sheridan, senza che ci venga specificato il capo di accusa –non potendo essere omicidio da momento che lo zio è morto suicida. Poco male, a parte l’antipatia del personaggio, è la giusta sorte per un tizio che dice di chiamarsi Rock e non sopporta Little Richard.  


domenica 7 settembre 2025

IL TENENTE SHERIDAN - SEDICI ORE PER NON MORIRE

1726_IL TENENTE SHERIDAN - SEDICI ORE PER NON MORIRE, Italia 1959. Regia di Stefano De Stefani

Il terzo episodio della serie Giallo Club – Invito al poliziesco con protagonista il tenente Sheridan rivela fin dal titolo Sedici ore per non morire la natura del racconto filmico impostato sulla suspense. La signora Sarah Morgan (Lia Zopelli) è stata condannata alla camera a gas per aver avvelenato il marito (Silvano Tranquilli) e ormai la sua ora è quasi giunta. La sua ultima speranza è il tenente Sheridan che prende a cuore le istanze della donna e rivede completamente il processo, per verificare se ci possa essere un errore. La Morgan è, infatti, particolarmente convincente e da questo passaggio narrativo, possiamo desumere che Sheridan non sia poi quel duro che gli autori cercano di far apparire. Sedici ore per non morire è un buon esempio di giallo, che si lascia seguire con piacere, sorretto dalla curiosità di scoprire se la condannata a morte sia effettivamente colpevole o meno. Nel complesso, l’ottimo Ubaldo Lai è ben coadiuvato da Lia Zopelli, e il cast in generale si allinea alle pretese di un telefilm che per l’epoca si può definire pionieristico, almeno in ambito nazionale. Il colpo di scena con la soluzione finale non è scontato ma, forse, un filo contorto, sebbene questo sia un peccato veniale che si può perdonare considerato che, nell’insieme, Sedici ore per non morire è un piacevole passatempo. 


venerdì 5 settembre 2025

IL TENENTE SHERIDAN - MORTE DI UNA SPIA

1725_IL TENENTE SHERIDAN - MORTE DI UNA SPIA, Italia 1959. Regia di Stefano De Stefani

Dopo l’esordio in Qualcuno al telefono, il tenente Sheridan (Ubaldo Lai) ritorna all’opera in Morte per una spia, episodio che, pur se godibile, non manca di lasciare ben più di qualche perplessità. Che si possono intuire già nella scelta del titolo: sul momento verrebbe infatti da chiedersi come un tenente della Squadra Omicidi di San Francisco, possa essere coinvolto in un caso di spionaggio, ma è appunto un errore in cui si può essere indotti dal nome equivoco dell’episodio. La “spia”, citata nel titolo, non è, infatti, un “agente segreto” ma un “informatore” della polizia: che gli autori, esattamente come il loro protagonista, lasciano intendere di disprezzare definendolo con il termine poco lusinghiero di chi, nei vari ambiti della vita quotidiana, rivela la verità a chi è incaricato di accertarla, sia esso un genitore, un insegnante, il datore di lavoro, un poliziotto –appunto–  e via di questo passo. Il voto di omertà, a cui ogni buon cittadino italiano sembra dover sottostare, tanto per capirci, è lo stesso che le organizzazioni mafiose poi sfruttano a dovere ma, anche senza scomodare Cosa Nostra, è curioso che in un poliziesco la figura del “soffia” sia trattata in modo simile. Sheridan, non solo disprezza apertamente Tom Bates (Tonino Pierfederici), ma sottovaluta i rischi che l’informatore corre, tanto che, sostanzialmente, la missione del tenente fallirà, visto che l’uomo finirà poi ucciso dai sicari incaricati di fargli la pelle. Di fronte alla sconsolata vedova di Bates, Brenda (Liliana Tellini), il tenente non ha il minimo moto di umanità ma si compiace con sé stesso nel dimostrare la propria abilità, scoprendo facilmente l’identità del colpevole, inevitabilmente da cercare nel pugno di personaggi presenti nel motel in cui è avvenuto l’omicidio. La scena è godevole, con tutti i sospettati presenti e con Sheridan che elenca i passaggi della sua indagine, tendendo poi una trappola in cui il sicario finisce per cascare. Nel far questo, si ricordi che lo sceneggiato è del 1959, gli autori inseriscono un paio di curiosità tecnico-investigative, come le impronte digitali e il guanto di paraffina, quest’ultimo spiegato con dovizia di particolari. Trovato il colpevole ed erroneamente convinto di aver fatto “il suo” –in realtà il compito del tenente era quello di proteggere Bates– Sheridan se ne va, mentre Brenda continua a piangere sconsolata. Tipo ambiguo, questo Sheridan, e basterebbe il ghigno di Lai per capirlo, ma c’è qualcosa anche di più del sorriso inquietante che non va, nel tenente. Qualcosa le cui tracce si possono trovare anche in passaggi di minore importanza, ma rivelatori del pensiero, probabilmente, non tanto del personaggio, ma, piuttosto, degli autori alle sue spalle. Quando vede per la prima volta la più giovane delle sorelle della temperanza, Jeanne (Rosa Maria Rocchi), Sheridan si volta sornione a darle uno sguardo alla figura, sorridendo compiaciuto. Quando poi nota il sergente Howard (Carlo Alighiero), fare lo stesso, lo redarguisce subito: coerenza questa sconosciuta, d’accordo, ma per un tipo che si spaccia per essere tutto d’un pezzo suona un po’ più che ipocrita. Tuttavia questa caratterizzazione del protagonista tutt’altro che edulcorata, promette di essere il vero piatto forte della serie.     


mercoledì 3 settembre 2025

IL TENENTE SHERIDAN - QUALCUNO AL TELEFONO

1724_IL TENENTE SHERIDAN - QUALCUNO AL TELEFONO, Italia 1959. Regia di Stefano De Stefani

Nel 1959 la Rai mise in onda un curioso programma, Giallo club – Invito al poliziesco, che inseriva, all’interno di una sorta di quiz televisivo, alcuni lungometraggi della durata di un’oretta che avevano come protagonista un personaggio che rimarrà nella storia della televisione italiana: il tenente Sheridan. Interpretato da Ubaldo Lay, che finì per essere identificato per sempre con il poliziotto dall’impermeabile color ghiaccio, Sheridan era a capo della Sezione Omicidi di San Francisco ed era ritagliato sulle figure della narrativa hard-boiled americana, come il Philip Marlowe di Raymond Chandler o il Sam Spade di Dashiell Hammett, tenendo figurativamente d’occhio soprattutto Humphrey Bogart nei suoi celebri noir. Ma con qualche significativa correzione: via il cappello, forse troppo comune ai gangster, e niente whisky, visto che il buon tenente beveva latte. Un particolare che sembrava voler stemperare un po’ il clima plumbeo degli argomenti, come detto il tenente lavorava alla Omicidi, con un rimando ai fumetti e a quel Cocco Bill, personaggio di Jacovitti quasi coevo di Sheridan, che girava i saloon del far west bevendo camomilla in luogo del più comune torcibudella. Del resto il rifermento al mondo delle nuvole parlanti era ufficialmente dichiarato dagli autori che si ispirarono a Ezechiele Lupo della Walt Disney per il nome di battesimo di Sheridan, poi familiarmente chiamato Ezzy. Questo rimando –a quello che è in sostanza uno dei cattivi dell’universo disneyano, per la precisione il lupo cattivo che vuole mangiarsi i tre porcellini– è un elemento curioso, perché presenta Sheridan come personaggio non del tutto positivo. Lay, oltretutto, alimenta questa deriva, con una maschera poco espressiva se non per il suo trasmettere inquietudine; insomma, non certo un personaggio rassicurante. Forse è anche per questo che gli autori ambientarono la serie fuori dall’Italia, e non solo genericamente oltreoceano ma a San Francisco, ben più lontano, per esempio, della Nuova York che con la sua Little Italy aveva comunque un’area famigliare nel Belpaese. L’«invito al poliziesco», di cui parlava il programma contenitore, forse aveva proprio questo scopo: far comprendere agli italiani che le forze dell’ordine, anche per la natura del loro ruolo, non erano necessariamente composte da cherubini e anime nobili. Una preoccupazione inutile, a dirla tutta, considerata la Storia del nostro Paese, ma onesta in ambito teorico e necessaria a non creare equivoci. E, rammentando le parole del commissario Alzani –ricordato come il primo poliziotto della Tv italiana, dove Sheridan è il secondo– si può comprendere come quest’operazione di caratterizzazione delle forze dell’ordine sia stata fatta prendendola alla larga, ovvero passando dalla lontanissima California. Alzani (Renato De Carmine), nell’ultimo episodio della serie Aprite: polizia! sostiene infatti che “la delinquenza non latina è sempre più crudele, più cinica”. In pratica, parole in linea alla strategia alla base della scelta di ambientare a San Francisco la serie cardine di Giallo club – Invito al poliziesco, ovvero un po’ quella di gettare il sasso nascondendo la mano. Per «svezzare» il Paese e farlo crescere – compito primo della televisione di stato – occorreva fargli fare i conti con la propria metà oscura –lo scopo catartico del racconto giallo– e con la natura delle forze dell’ordine – quello più didattico del poliziesco– ma non era il caso di essere traumatizzanti. Per cui, per prendere confidenza con questo tema, ovvero l’ambiguità nel quale si muovono gli uomini deputati alla sicurezza della collettività, meglio uno sguardo senza filtri ma che non ci coinvolga subito direttamente. In fondo un saggio emblematico della politica intrisa di spirito paternalistico che caratterizzava la classe dirigente dello Stivale. La serie, una volta fatta la tara alle circostanze dell’epoca, si può affermare sia realizzata con solido mestiere e, oltre al tenente protagonista, prevedeva personaggi fissi come il sergente Steve Howard (Carlo Alighiero) e l’agente Mills (Sandro Moretti), figure ricorrenti che aiutavano lo spettatore a familiarizzare con i racconti. Il primo episodio, Qualcuno al telefono, mette subito in mostra le capacità intuitive del tenente della Omicidi e l’accuratezza formale del film, sceneggiato da Mario Casacci, Alberto Cianbricco e Giuseppe Aldo Rossi, e poi diretto da Stefano De Stefani.      


domenica 1 dicembre 2024

QUI SQUADRA MOBILE - TESTIMONI RETICENTI

1585_QUI SQUADRA MOBILE - TESTIMONI RETICENTI . Italia, 1976; Regia di Anton Giulio Majano

L’ultimo episodio conferma il livello della serie e lascia il rammarico che sia l’ultima possibilità di vedere all’opera la Squadra Mobile guidata dal commissario Salemi. Ancora una volta, l’episodio è corale con lo stesso Salemi, e il coprotagonista principale, il commissario Solmi, che lasciano ampi spazi di manovra non solo ai commissari Argento, Moraldi, Astolfi ma anche agli colleghi di grado inferiore, il maresciallo Mandò e l’agente Di Franco. Sempre presente anche l’ispettrice Nunziante, per un gruppo di lavoro che funziona in modo perfetto sia come personaggi sullo schermo che come cast di attori. Il tema di questo episodio sono le spietate ed efferate rapine che, al tempo, infiammavano la capitale: i riferimenti all’attualità sono anche stavolta tempestivi, suggellati dal riferimento al bandito arrivato dalla Francia che se ne torna a Marsiglia. In effetti, i primi episodi di criminalità organizzata a Roma furono introdotti dal Clan dei Marsigliesi, che lasciarono in seguito posto a bande armate autoctone, come la celebre Banda della Magliana. Tra gli interpreti occasionali, ad impressionare è soprattutto Silvia Monelli, nel ruolo di Arlette Bartoli, un’attrice davvero poco utilizzata da cinema e televisione e che aveva carisma scenico da vendere. Nell’episodio abbondano le scene d’azione, in genere non proprio il terreno ideale degli sceneggiati Rai, ma, in questo caso, il risultato è ampiamente sufficiente. In una storia ricca di ambientazioni diverse tra loro, a destare qualche perplessità sono le scenografie, davvero troppo povere e minimaliste per essere credibili. I muri troppo spogli nel bar dove si ritrovano i criminali o del casale di Trevignano, si sommano ai già scarni arredi dei luoghi peculiari della serie. Ma sono dettagli marginali, che la bravura degli attori, Luigi Vannucchi su tutti per distacco, relegano sullo sfondo. Interessante il ritorno in auge della sponda scientifica, mentre, dal punto di vista umano, Salemi perde le staffe con la testimone reticente per eccellenza del racconto, la signora Ceccacci (Maresa Gallo). La donna era stata peraltro pesantemente minacciata dai criminali che, se avesse parlato, avrebbero infierito sulla figlia e i suoi timori appaiono ampiamente comprensibili. Anche perché la polizia non si rivela così infallibile, e si veda il finale, quando, prima di intervenire, aspetta che la ragazza olandese (Eva Axen) arrivi al casolare dei banditi, mettendone inutilmente la vita a rischio. Poco male; probabilmente si tratta di esigenze narrative, visto che sarà la ragazza a chiudere il conto al boss della banda Salvatore Loferro (Mario Bardella). Loferro, per sfuggire ai controlli, si fa chiamare Arrigo Lenzi, un nome che è un evidente richiamo al regista Umberto Lenzi, maestro dei poliziotteschi del cinema italiano e a cui, Qui Squadra Mobile, coi suoi inseguimenti e le sue Alfa Romeo Giulia che sfrecciano a tutto gas, è certamente debitore. Il cinema, come rimando, torna proprio in chiusura e, quando il capo della Mobile Salemi degna di attenzione un caratterista come il maresciallo Mandò, in genere bonariamente bistrattato da Solmi, c’è la conferma che la serie ha fatto tesoro degli insegnamenti del poliziesco all’italiana del grande schermo. Chiusura in bellezza, su tutti i fronti, insomma. 


venerdì 29 novembre 2024

QUI SQUADRA MOBILE - OMISSIONE DI SOCCORSO

1584_QUI SQUADRA MOBILE - OMISSIONE DI SOCCORSO . Italia, 1976; Regia di Anton Giulio Majano

Prosegue il momento proficuo della serie Qui Squadra Mobile, arrivata al quinto episodio della seconda stagione: Omissione di soccorso conferma quanto di buono visto nel precedente La polizia non deve essere avvertita. Anche in questo caso, il racconto filmico ha praticamente l’enfasi di un prodotto per il grande schermo, soprattutto nella prima parte, ricca si suspense e che riserva un colpo di scena clamoroso. Si può ravvisare, anche stavolta, qualche leggerissima lacuna nella recitazione, in particolare dei due personaggi secondari dei coniugi Brandolin (Gastone Pescucci e Jole Fierro), ma in generale bisogna ammettere che il racconto d’azione, genere in cui sempre più spesso scivolano gli episodi di Qui Squadra Mobile, non calza propriamente a pennello per interpreti di matrice teatrale. Tuttavia si tratta di sfumature perché, nel complesso, Omissione di soccorso è uno splendido esempio di come gli sceneggiati Rai dell’epoca fossero fatti con serietà e professionalità. Anche stavolta il tema trattato era al tempo assoluta attualità e gli autori, Felisatti e Pittorru e il regista Majano, non ci vanno certo leggeri: il problema della droga è affrontato senza sconti e il finale, particolarmente amaro, è la conferma della loro onesta e sincera volontà di denuncia. Un finale triste, con la morte della ragazza al centro del racconto (Silvana Panfili) e il sostanziale fallimento dell’operato della polizia, per un prodotto che veniva trasmesso sulla Rete 1, l’ammiraglia televisiva della TV si stato, era un atto di coraggio non da poco. Da un punto di vista tecnico, Omissione di soccorso si pregia di un’incalzante prima parte, nella quale la trama si snoda e rivela, preparando, come accennato, un primo colpo di scena già prima di superare il giro di boa. Pian piano entrano in gioco i protagonisti della serie e, anche stavolta, si può osservare il pregevole lavoro in sede di scrittura da parte degli autori. Il capo della Squadra Mobile, Salemi, il commissario Solmi e anche il commissario Argento, hanno relativamente meno spazio, essendo i volti ormai più noti; grazie al loro carisma e alla già avvenuta caratterizzazione dei personaggi, gli basta però poco spazio narrativo per lasciare la loro impronta. In questo modo hanno più possibilità di manovra i protagonisti secondari, in questo caso, su tutti il commissario Astolfi (Gino Lavagetto), come è anche logico essendo a capo della sezione narcotici della Squadra Mobile. Bene anche il commissario Moraldi e, soprattutto l’agente Di Franco, prototipo del poliziotto dal volto umano. Proprio la partecipazione sofferta di quest’ultimo, a fronte delle giovani vite spezzate dalla droga, insieme al coinvolgimento costante dell’ispettrice Nunziante e al carattere intenso del commissario Solmi, sottolineano il cambiamento di registro di questa seconda serie rispetto a quella d’esordio. Se nel 1973 si era sottolineato l’efficienza tecnica della moderna polizia italiana –il cervellone, la sala operativa, la polizia scientifica– ora si punta in modo deciso sul lato umano. Una scelta certo condivisibile; peccato siano unicamente racconti televisivi, verrebbe quasi da pensare.      


mercoledì 27 novembre 2024

QUI SQUADRA MOBILE - LA POLIZIA NON DEVE ESSERE AVVERTITA

1583_QUI SQUADRA MOBILE - LA POLIZIA NON DEVE ESSERE AVVERTITA . Italia, 1976; Regia di Anton Giulio Majano

Con il quarto appuntamento, La polizia non deve essere avvertita, la seconda stagione di Qui Squadra Mobile arriva finalmente a regime di giri. L’episodio riesce addirittura ad assurgere alla «dignità» di un film per il grande schermo, con momenti di grande tensione, ma tutto quanto il racconto è ben sostenuto dal punto di vista del ritmo. A voler essere pignoli, si può sottolineare qualche eccesso di teatralità, nelle scene iniziali tra il capo della Mobile Salemi, il commissario Solmi e l’accomodante Procuratore Melita (Dario De Grassi), ma si tratta di una caratteristica tipica degli sceneggiati dell’epoca. In seguito, le indagini e le scene d’azione, molto valide, stemperano questi elementi e l’aspetto complessivo è di un poliziesco sobrio e robusto. Come accennato, anche questa seconda serie prende ispirazione dall’attualità e il tema di La polizia non deve essere avvertita sono i rapimenti a scopo di ricatto, che stavano prendendo piede, all’epoca, nella Penisola. La tempestività degli autori, Felisatti e Pittorru, che hanno colto questo spunto con grande anticipo, non ha tuttavia permesso di sviscerarne appieno tutti gli sviluppi. Quando l’episodio venne trasmesso, infatti, il 28 settembre 1976, suscitò qualche perplessità il fatto che, nella storia, i beni della famiglia del sequestrato non fossero bloccati dall’autorità, o che non si facesse nemmeno cenno dell’eventualità. Il punto è che quando il soggetto venne steso, questi aspetti non erano ancora emersi dalla cronaca, essendo il fenomeno giusto ai suoi inizi. A parte questi elementi, come detto, la puntata è ricca di suspense, soprattutto nelle scene in cui viene organizzata la trappola a danno dei sequestratori. In quei casi anche la musica di Francesco De Masi è di grande aiuto, alimentando la tensione con un motivo perfettamente in linea con altri esempi del cinema d’azione degli anni Settanta. Come si intuisce dal titolo, il soggetto calza a pennello su uno degli evidenti propositi della serie, alimentare la fiducia nelle forze dell’ordine in un Paese che, da sempre, ne ha nutrita ben poca; non senza ragione, ad essere onesti. L’enfasi con cui si mostra tanto il lato umano della Polizia, incarnato da Solmi ma anche da Salemi, quanto la fiducia nella scienza al servizio della Giustizia, è perfino eccessiva ma, tutto ciò, si può accettare considerando i fini in qualche modo «educativi» dell’operazione. Tra i protagonisti dell’episodio spicca Silvia (Giovanna Grifeo), la giovane figlia del sequestrato che, coraggiosamente, decide di collaborare con la Polizia. Trovata quindi la giusta alchimia tra i vari protagonisti, in particolare tra Silemi e Solmi, anche la seconda serie si avvia ad un risultato più che lusinghiero. A cui, come detto, La polizia non deve essere avvertita fornisce un considerevole contributo.     


lunedì 25 novembre 2024

QUI SQUADRA MOBILE - RAGAZZI TROPPO FORTUNATI

1582_QUI SQUADRA MOBILE - RAGAZZI TROPPO FORTUNATI . Italia, 1976; Regia di Anton Giulio Majano 

Da sempre gli sceneggiati dell’epoca d’oro della televisione italiana non hanno mai brillato particolarmente per le scene d’azione. C’erano motivazioni tecniche –non sia avevano a disposizione budget degni del cinema per le scene in esterni convincenti– e artistiche –gli interpreti di scuola teatrale non erano particolarmente avvezzi all’azione. D’altro canto, questo tipo di attori erano indispensabili proprio per colmare le citate carenze produttive, perché riuscivano con la mimica o l’espressività, a trasportare il racconto e lo spettatore oltre alle scenografie, spesso piuttosto povere. Va precisato che tra gli esempi migliori dello sceneggiato italiano si annoverano moltissime produzioni di questo tipo, perché l’equilibrio di alcuni «originali televisivi» d’epoca rasenta il sublime. Tuttavia la seconda stagione di Qui Squadra Mobile è del 1976, quando, cioè, la golden age della Rai stava avvicinandosi al capolinea, e i costi produttivi erano cominciati a lievitare. Si già detto come i tempi di realizzazione furono piuttosto lunghi e anche le ambientazioni prevedono numerose scene in «esterni», ovviamente più impegnative anche sotto il profilo economico. Naturalmente un maggior budget non può essere un limite, questo è evidente, ma in questo caso, forse, rappresenta un piccolo rischio. Per capirci: la Rai aveva prodotto in quello stesso 1976 Sandokan (regia di Sergio Sollima) e l’anno precedente L’amaro caso della baronessa di Carini (di Daniele D’Anza), sceneggiati a colori che erano capolavori in grado di reggere il confronto scenico perfino con il cinema, e i cui budget erano ovviamente adeguati. È intuitivo che le risorse a disposizione per la seconda serie di Qui Squadra Mobile siano decisamente più contenute, eppure si percepisce un tentativo di migliorare, anche sotto questo profilo, la precedente proposta. Purtroppo sono proprio le scene d’azione, in questo terzo episodio in particolare quelle dell’inizio nella scena della finta rissa nel night, a destare perplessità. Il tema di Ragazzi troppo fortunati è il tentativo di innestare il disagio giovanili e la perdita dei valori tradizionali dalla nuova generazione, con la violenza tipica degli Anni di Piombo. Donatella Gallerani (Laura Becherelli), una ragazza di buona famiglia, è scomparsa: ma non si tratta di una scappatella. La giovane faceva parte della famigerata «banda della 126» e qualcosa, con i propri complici, deve essere andato storto. Non è un’indagine semplice, perché i feroci e determinati rapinatori non sono malavitosi ma insospettabili ragazzi benestanti, quelli «troppo fortunati» a cui fa riferimento il titolo. Tra questi, anche il figlio di un giudice, il che costringe gli uomini della Squadra Mobile ad andari coi piedi di piombo; l’unico a non appartenere ai ceti abbienti è Massimo Toschi (Mauro Gravina) che, compensa l’impossibilità ad essere strafottente per motivi di casta, con un’antipatia genuinamente personale. Ma sulle qualità caratteriali si può tranquillamente sorvolare: i ragazzi della banda della 126, dall’auto utilizzata per le rapine, sono veri criminali e non si lasciano intimorire nemmeno di fronte alla morte, pare accidentale, di una di loro, la Gallarani. L’indagine è ben gestita da Salemi, anche perché Vannucchi prende sempre più il centro della scena con la naturale classe. Solmi, della Omicidi, scivola sempre più nel macchiettistico, in questa puntata ha l’influenza e il suo continuo starnutire lo assimila ad una tipica spalla comica; combina, anche in questo caso, qualche mossa azzardata in autonomia, ma ormai anche Salemi sembra aver compreso che non è riconducibile del tutto al gioco di squadra. Tra gli altri personaggi, Moraldi ha finalmente un po’ di spazio in più, mentre torna ad avere un ruolo di rilievo l’agente Di Franco, seppure si fatichi a capire perché. Se la scena della rissa iniziale aveva, come accennato, destato qualche perplessità, la seconda parte con la serie di ispezioni nelle case dei ragazzi indagati, tutti residenti ancora in famiglia, è particolarmente funzionale. Lo stupore e l’indignazione dei genitori si sgretolano quando gli agenti trovano borsoni colmi di armi e denaro, prove inconfutabili dell’attività criminale dei ragazzi troppo fortunati.    


sabato 23 novembre 2024

QUI SQUADRA MOBILE - IL BOTTO

1581_QUI SQUADRA MOBILE - IL BOTTO . Italia, 1976; Regia di Anton Giulio Majano

Prima di prendere realmente il via, il racconto su cui si fonda la seconda puntata deve risolvere la questione tra il nuovo capo della Squadra Mobile Salemi e l’indisciplinato commissario della Omicidi Solmi: come prevedibile, dopo qualche scintilla, i due trovano il modo di cooperare. Il tema de Il botto è una rapina organizzata ai danni di un importante gioielliere della capitale e, di conseguenza, pane principalmente per i denti del commissario Argento –capo della sezione Rapine, appunto– che prova, nel contempo, a riconquistare l’ispettrice Nunziante, per il momento senza successo. La trama è ben organizzata e permette ai vari personaggi di mostrare le proprie caratteristiche: a saltare all’occhio è la leadership di Salemi che, grazie al carisma di Luigi Vannucchi è già divenuto un capo stimato e ascoltato da tutti i membri della Squadra Mobile. Solmi, dal canto suo, trovato l’accordo con il suo superiore, è costantemente «fuori giri», come è nel suo carattere; del resto il soggetto prevede che debba tenere testa a Silemi, badare al figlio Matteo (Francesco Baldi), civettare con la giovanissima Elisabetta (Barbara Nay) e battibeccare con il maresciallo Mandò. Oltre a svolgere le indagini col suo solito piglio irruento. Tra gli agenti, ha modo di mettersi in luce Stagni (Pietro Tiberi) che si infiltra nella banda del «Professore» (Virginio Gazzolo), i rapinatori che organizzano il «botto» a cui si riferisce il titolo della puntata. Meno impegnati il capo della Narcotici, Astolfi, e ancor meno quello della Buoncostume, Moraldi, per il secondo episodio consecutivo relegato nella Sala Operativa. Del resto il registro di questa seconda stagione ricalca quello d’esordio, e il tema piccante, che vedrebbe appunto Moraldi maggiormente coinvolto, è completamente ignorato dagli autori. Tra le note che si possono appuntare a questo episodio, c’è però una presenza sensuale, ovvero l’attricetta francese Blanchette, interpretata con un pizzico di malizia dalla bella Giovanna Benedetto.   


giovedì 21 novembre 2024

QUI SQUADRA MOBILE - POLLICINO VA IN CITTA'

1580_QUI SQUADRA MOBILE - POLLICINO VA IN CITTA' . Italia, 1976; Regia di Anton Giulio Majano 

La seconda stagione di Qui Squadra Mobile venne trasmessa tre anni dopo la prima, e questo è un fatto certamente curioso, se consideriamo il successo della serie nel 1973. Tuttavia uno dei motivi di questo «ritardo» è legato alla cura maniacale con cui sono stati realizzati gli episodi. Per concludere le sei puntate che compongono anche questa seconda serie, è stato necessario più di un anno di lavorazione. Giancarlo Sbragia, che nella prima stagione era il capo della Mobile, il commissario Carraro, stante i suoi impegni teatrali, non ha potuto partecipare considerato l’impegno in termini di tempo che richiedeva questa produzione televisiva. I soggetti sono, anche in questo caso, sono ispirati a episodi di cronaca, finemente lavorati in sede di scrittura da Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, ai quali si aggiunge poi il regista Anton Giulio Majano, per una sceneggiatura congiunta. Rispetto alla prima serie, c’è la volontà da parte degli autori di enfatizzare ancor meno gli eventi, nonostante la verosimiglianza fosse già la caratteristica dello sceneggiato, come il sottotitolo, Cronache di Polizia Giudiziaria, lascia intendere.

1 POLLICINO VA IN CITTA’

Come accennato, Giancarlo Sbragia, che interpretava il protagonista principale, il commissario Carraro, non era disponibile per questa nuova stagione. Gli autori approfittano di questo elemento per mettere sul terrendo nuovi elementi narrativi. In pratica il primo episodio, al netto della trama investigativa legata ad un originale innesto tra il traffico di droga e l’«affitto» di minori ai mendicanti per chiedere le elemosina, serve per inserire il nuovo personaggio del capo della Mobile, Guido Salemi. Ad interpretarlo, un’assoluta star degli sceneggiati della televisione italiana, Luigi Vannucchi: il suo carisma scenico, basta da solo ad innalzare le aspettative su questa seconda serie. Che non vengono deluse neppure da questa prima puntata, come detto, sostanzialmente introduttiva: c’è da trovare i nuovi equilibri tra i vari membri della Squadra, problema non di poco conto considerato che Salemi in qualità di capo della Mobile regge le fila di tutti i filoni d’indagine. Da quel che si apprende, il nuovo commissario capo è di estrazione manageriale, non è, cioè, uomo che arriva dal campo d’azione, e questo è un tema da una parte interessante e, dall’altra, anche triste. Prevedibilmente, dopo un iniziale scetticismo di qualche membro della Mobile nei confronti di un «imbrattacarte» o «mezzemaniche» che dir si voglia, Salemi saprà farsi valere, risolvendo a suon di pistolettate il primo episodio. Il che è anche normale, Vannucchi come physique du rôle sovrasta di due spanne chiunque altro nel cast dello sceneggiato. Tuttavia l’idea che emerge è che il manager, come professione a sé stante, sia la soluzione ideale per la società italiana che, in quegli ancora tribolati anni Settanta, si preparava al boom economico del decennio successivo. Il rampantismo sarà la conferma di queste teorie, dichiarate espressamente dal commissario Moraldi (Giulio Platone) in un dialogo dello sceneggiato, e, ancora oggi, nonostante gli sfaceli economico-sociali che il ricorso ai manager –in luogo a dirigenti provenienti dal settore specifico– ha determinato nel corso di questi anni un po’ ovunque, si tratta dell’unica soluzione di gestione aziendale utilizzata e riconosciuta come vincente. Per altro, al tempo, poteva essere un’ingenua fiducia nell’adozione di sistemi in uso nelle più evolute economie anglosassoni, del resto Moraldi utilizza proprio il termine «manager» quando «dirigente d’azienda» sarebbe stato anche più comprensibile. Si sarebbe compreso, cioè, che in questo modo si andava ad intendere qualunque ruolo di gestione come se ci si trovasse in un’impresa privata, commerciale o industriale. E se l’utilizzo di personale istruito a comandare –i manager– anziché elementi promossi dall’interno dell’azienda, potrebbe avere un valore –e non ce l’ha– in ambito dell’impresa privata, assai più arduo utilizzare scegliere i vertici di comando con questo criterio per strutture di matrice pubblica come la Squadra Mobile. La nostra società, nel tempo, ha fatto di ben peggio, utilizzando la figura del manager in ambito sanitario e trasformando gli ospedali in aziende, autentica blasfemia del nostro quotidiano. Ma torniamo allo sceneggiato in questione, sul quale, per altro, queste considerazioni gravano costantemente e ne influenzano, senza alcuna attenuante, la valutazione finale. In ogni caso, tra le varie coordinate che gli autori devono dettare, per questa nuova stagione, ci sono i rapporti tra i vari membri. Il secondo personaggio per ordine di importanza, già dalla serie del 1973, è il commissario Solmi (Orazio Orlando), capo della Omicidi: la sua scarsa attitudine ad agire in equipe, è ribadita in questo Pollicino va in città, primo episodio della seconda stagione. Si tratta di un ponte ideale con la prima serie, dove, nell’ultima puntata, Solmi aveva vanamente promesso a Carraro di evitare, in futuro, colpi di testa; a parziale difesa del capo della Omicidi va detto che, nello sceneggiato come nella realtà, sono passati tre anni e, quindi, se non altro, il commissario non ha rotto immediatamente la sua promessa. Più spazio viene dato al commissario Astolfi (Gino Lavagnetto), capo della Narcotici che collabora con l’ispettrice Giovanna Nunziante (Stefanella Giovannini). Per quel che riguarda la traccia sentimentale, la Nunziante sembra essersi allontanata da Alberto Argento (Elio Zamuto), capo della sezione Rapine, ma la cosa sembra ovviamente solo pretattica narrativa. Sul profilo umoristico, tengono banco le gag tra Solmi e il maresciallo Mandò (Marcello Mandò), un personaggio nuovo così come il più diligente agente Di Franco (Claudio Capone). Il risultato complessivo di questa puntata d’esordio è equilibrato tra le parti e sufficientemente scorrevole.