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lunedì 12 novembre 2018

UNA LUCERTOLA CON LA PELLE DI DONNA

239_UNA LUCERTOLA CON LA PELLE DI DONNA   Italia, Francia, Spagna 1971;  Regia di Lucio Fulci.

A volte si legge che il titolo sia una delle cose meno riuscite di questo film e spesso traspare una certa insofferenza per l’evidente debito all’argentiana trilogia cosiddetta degli animali (L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e Quattro mosche di velluto grigio). In effetti il pretesto per il titolo all’interno del lungometraggio di Lucio Fulci è abbastanza labile: si tratta di un’allucinazione di un hippy fatto di acido dalla testa ai piedi e quindi non particolarmente connessa alla storia. E quindi il titolo può sembrare un po’ troppo gratuito e Una lucertola con la pelle di donna rischia così di vedersi relegato nel filone delle opere ispirate in modo un po’ troppo banalmente al primo cinema di Dario Argento. In realtà, è un dato di fatto che Argento con la sua trilogia consacrò al grande pubblico il thriller all’italiana, declinando il giallo ad una intensità tale da sconfinare spesso nell’horror: quel particolare equilibrio ha connotato un’importante corrente del nostro cinema degli anni settanta, riconosciuta e giustamente considerata anche a livello internazionale. Questi film avevano davvero una forma in equilibrio, ibrida, non solo per le incursioni horror o addirittura splatter, innestate su una trama tipicamente gialla, ma anche da un punto di vista strutturale: abitualmente la logica dello sviluppo narrativo era considerata nel giallo deduttivo un dogma fondamentale, per sfidare lo spettatore a capire l’identità del colpevole, ma il thriller all’italiana sovvertì questo precetto. 

Gli autori italiani colsero l’aspetto limitante della logica realistica e se ne svincolarono potendo, a quel punto, dare il massimo sfogo alla propria visionarietà. In questo senso prendono una certa attendibilità anche i numerosi accostamenti al cinema di Alfred Hitchcock, che non riguardarono solo Dario Argento ma che, ad esempio, furono usati per presentare il precedente thriller di Fulci, Una sull’altra. La frase di lancio recitava: “Questo film comincia dove Hitchcock finisce” e, al di là della sparata promozionale, può essere davvero usata per riassumere alcuni presupposti del thriller italiano dei primi anni 70. 

Perché, se il geniale regista inglese usava ogni sorta di trucco per presentare, agli occhi dello spettatore, una visione della realtà perfettamente credibile, relegando quindi gli artifici fuori dallo schermo, gli autori italiani eliminarono questo tabù, come detto dando sfogo alla loro creatività visionaria senza più limiti. Naturalmente il limite c’era, a questa soluzione, ovvero che le incongruenze non fossero così pacchiane ed evidenti da distogliere l’attenzione dello spettatore dalla vicenda; di contro, l’uso sfrenato della fantasia psichedelica senza i vincoli imposti da una sceneggiatura ferrea, permetteva di tenere vivo e concentrato l’interesse solo sullo sviluppo della storia proprio grazie a quegli stratagemmi visivi. 

In questo senso Una lucertola con la pelle di donna non solo è un degno rappresentante del giallo all’italiana dei settanta, ma lo stesso titolo, oltre essere un esplicito riferimento ai suoi compagni di genere, diveniva anche programmatico, visto che si riferisce ad un trip allucinato dovuto alla droga. E allora, se anche la coerenza narrativa più rigorosa viene meno, essa va intesa come un dettaglio secondario e comunque va sempre messa sul piatto della bilancia in confronto all’efficacia visionaria delle immagini. E su questo aspetto Fulci dimostra di sapere il fatto suo, confezionando un film formalmente di grandissimo impatto visivo, con numerose scene, in particolar modo quelle degli incubi, veri o presunti che siano, della protagonista Carol (Florinda Bolkan). 

Curioso che il regista approfitti della trama per imbastire un attacco bello e buono alla psicanalisi; peraltro è ipotizzabile che non sia casuale visto la scarsa considerazione che Fulci ha sempre manifestato per la disciplina di Sigmund Freud. Certamente un elemento in controtendenza rispetto alla norma dei film sull’argomento, che spesso utilizzavano troppo semplicisticamente i rimandi alla psicanalisi stessa. Buono nel suo complesso l’apporto tecnico: dalla fotografia di Luigi Kuveiller alle musiche di Ennio Morricone, agli effetti speciali di Carlo Rambaldi (sospesi tra il kitsch e il naif come da prassi del genere), all’ambientazione che ci regala una Londra abbastanza convincente. Anche il cast è di notevole livello: Jean Sorel è Frank, il marito di Carol, Leo Genn è invece il padre della donna, Alberto de Mendoza e Stanley Baker sono i funzionari di polizia ma è il comparto femminile ad avere, comprensibilmente e coerentemente con gli stilemi del genere, più importanza. Oltre alla Bolkan, attrice bella e di portamento elegante, da segnalare le notevoli Silvia Monti (Deborah, l’amante di Frank) e Edy Gall (la figlia dello stesso uomo) e, per chiudere ma assolutamente last but not least, il personaggio della vittima dell’omicidio cardine della storia, ovvero la strepitosa Anita Strindberg.
Ecco, se vogliamo trovare un neo alla pellicola è che la bellissima Anita appare troppo fugacemente.









Florinda Bolkan





Edy Gall




Silvia Monti




Anita Strindberg










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