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sabato 3 novembre 2018

OPERAZIONE SOTTOVESTE

234_OPERAZIONE SOTTOVESTE (Operation Petticoat). Stati Uniti 1959;  Regia di Blacke Edwards.

L’idea del giovane regista Blake Edwards di utilizzare in modo inconsueto l’ambientazione in un sottomarino è geniale; dal Ventimila leghe sotto i mari del 1907 all’uscita di questo Operazione sottoveste, andando molto all’incirca, si contano soltanto una quindicina di film girati nei sommergibili: eppure possono già vantare le stigmate del sottogenere. A parte qualche esempio fantascientifico (come il citato precursore), i film ambientati nei sottomarini sono di genere bellico, visto che il sommergibile è uno scafo utilizzato prevalentemente in guerra. Le caratteristiche che rendono praticamente sempre intriganti queste pellicole sono lo spazio ridotto in cui sono chiamati a muoversi i protagonisti, e il senso di oppressione dal sapere che, fuori dallo scafo, l’acqua delle profondità marine rende impossibile ogni via di fuga. Una sorta di claustrofobia amplificata, quindi, che facilita il lavoro degli addetti ai lavori, i quali possono partire da questa base emotiva già naturalmente in dote a questa ambientazione. Proprio la natura bellica delle pellicole e del sottomarino rende abitualmente le storie ivi raccontate, tese, concentrate, con personaggi che si muovono con capacità ed efficienza, al fine di ottimizzare gli spazi di manovra e le risorse (in genere esigue anch’esse, dato lo spazio ridotto). Tutto questo c’entra relativamente poco con Operazione sottoveste, ma serve premetterlo perché è in questo contesto che Edwards introduce quelle variazioni sul tema che danno luogo ad un film dall’esito totalmente diverso dai suoi compagni di genere: una commedia leggera e divertente al posto del tipico racconto adrenalinico. 

Per prima cosa, accanto ad un prototipo di perfetto ufficiale di marina, il comandante Sherman (Cary Grant), viene affiancato il tenente Holden (Tony Curtis) un imboscato dedito alla bella vita e a ogni sorta di commercio illecito più che alla carriera militare. Il Sea Tiger, così si chiama il sommergibile in questione, è però stato danneggiato da un attacco aereo quando era ancorato nel porto, e così l’attitudine mercantile di Holden risulta utile in un contesto di totale assenza di pezzi di ricambio. 

In seguito ad altre peripezie, non propriamente decorose dal punto di vista bellico, il Sea Tiger è costretto a dover imbarcare cinque ufficiali dell’Army Nurse Corps, che sono al contempo cinque ragazze di gradevole aspetto (e nel caso di Joan O’Brien che interpreta il tenente Dolores Crandall e Dina Merrill nei panni del tenente Barbara Duran, il giudizio è decisamente di manica troppo stretta). La presenza di cinque donne in un ambiente angusto e prettamente maschile provoca una serie di equivoci e situazioni dove emerge la fisicità delle ragazze: gli incroci nel corridoio resi difficoltosi dalla prosperosità del tenente Crandall, o la discesa della scaletta in calzoncini del tenente Duran, sono tra i momenti più apprezzabili e non solo per l’ingrediente comico. 

A suggello della situazione, il sommergibile viene dipinto di rosa (combinazione tra bianco e il rosso della pittura antiruggine al minio) salvo poi mancare il tempo per la definitiva mano di grigio. Sommergibile rosa a parte, la bravura di Blake Edwards è che, nonostante il tema del film sia l’effetto di cinque femmine in un ambiente totalmente maschile, il tenore generale rimane sempre scanzonato e mai eccessivamente morboso o volgare. C’è anche un passaggio esplicito, in tal senso, dove un marinaio invita i colleghi a mantenersi rispettosi nei confronti del gentil sesso. Grant recita senza il minimo sforzo, in fondo forse un po’ realmente a metà tra il perplesso e il compiaciuto nel vedere il giovane Tony Curtis agitarsi tanto. 

Il quale, è credibilissimo nella parte sempre su di giri di chi è intento a brigare in ogni modo pur di raggiungere i suoi scopi. Delle controparti femminili si è già detto, ma una nota di merito va a Joan O’Brien: nonostante sia responsabile, con la sua esuberanza fisica, del tragicomico affondamento di un camion nemico in luogo di una petroliera, a lei dobbiamo la morale dell’intera storia. Insieme ad altra biancheria intima delle infermiere, è infatti un suo reggiseno, un’arma davvero atomica, ma in senso buono, anzi buonissimo, che sparato (letteralmente) dal Sea Tiger salva la vita all’equipaggio. 
Per concludere: con simili munizioni, si rafforza il concetto 'meglio fare l’amore che la guerra'.







Dina Merrill





Joan O'Brien





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