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mercoledì 7 novembre 2018

L'UOMO DELLA STRADA FA GIUSTIZIA

236_L'UOMO DELLA STRADA FA GIUSTIZIA Italia 1975;  Regia di Umberto Lenzi.

Uscito meno di un mese dopo il francese Appuntamento con l’assassino di Gérard Pirès, L’uomo della strada fa giustizia di Umberto Lenzi, ne condivide molti aspetti, tra cui il riferimento comune, ovvero quel Il giustiziere della notte di Michael Winner con Charles Bronson nelle vesti del protagonista, distribuito nelle sale l’anno precedente. In sostanza si tratta di film che potrebbero essere accomunati, se non dall’appartenenza ad un genere vero e proprio, ad una corrente, quella della vendetta personale, che prese piede negli anni 70, quando la Giustizia non riusciva in alcun modo a dare risposte concrete al disordine sociale, anche per via delle pastoie burocratiche e legali che imbrigliavano le varie forze di polizia. Si deve parlare di vendetta personale, come del resto fa notare anche Vera (la bella Luciana Paluzzi) al marito Davide Vannucchi (un inespressivo Henry Silva), nonostante in genere questi film facciano riferimento ad una forma privata di giustizia, come si può intuire già dal titolo del film di Lenzi o dalla definizione di giustiziere per il personaggio di Charles Bronson in quello che è considerato una sorta di archetipo del filone. Ma è una teoria che non regge in quanto, in una società civile, la giustizia non può essere privata in nessun caso: se il testo americano di Winner sembra però propenso a credere a questa soluzione per il problema sociale dilagante, in Europa la cosa non sembra così scontata. Certo, la voglia di dare personalmente una sistemata alle evidenti magagne sociali c’era anche da noi, e il fascino che debba essere una sistemata energica, violenta, è lampante: ma sia il film francese di Pirès, che quello italiano di Lenzi sottolineano i rischi connessi ad una simile strategia. 

E quello più grosso è che il giustiziere in questione prenda un granchio e vada a punire le persone sbagliate, cosa che capita puntualmente in tutti e due i film europei. In entrambi i casi i registi si rivelano piuttosto indulgenti, con Vannucchi che va a fare il paio con il personaggio di Trintignant di Appuntamento con l’assassino in fatto di impunità, che nella realtà sarebbe cosa assai poco probabile. D’accordo che ad andarci di mezzo, in luogo dei veri criminali responsabili della morte gratuita della figlioletta del protagonista (nel caso di L’uomo della strada fa giustizia), sono altri malviventi, ma un far west come quello che si vede nel casolare sulla via di Tradate, in Italia non sarebbe mai tollerato. 

E’ probabile che in questi film ci sia un tentativo di soddisfare differenti esigenze sociali: dare sfogo, sullo schermo, alla rabbia della popolazione che subisce la dilagante violenza; cercare di far capire la frustrazione delle forze di polizia impotenti di fronte a tali situazioni e, attraverso gli errori di mira nell’opera dei giustizieri, scoraggiare derive violente da parte dei cittadini. Sebbene è più evidente il primo passaggio, e quindi questi film siano stati in genere tacciati di un certo populismo fascitoide, l’accondiscendenza con cui i funzionari di polizia accomodano lo sfogo violento dell’uomo della strada è un preciso segnale per non mostrare le forze di polizia come nemiche della popolazione e quindi ancora degne di fiducia. Al tempo stesso, gli sbagli, che nei due film vengono effettivamente troppo indulgentemente tollerati, sono comunque un monito per gli spettatori, forse un po’ paternalistico, ma certamente esplicito: la giustizia privata, qualora vi possa sembrare anche giusta, vi condurrà in errore. In definitiva, sebbene si tratti quindi di un’opera che, come altre, cavalca la moda dei giustizieri privati, L’uomo della strada fa giustizia cerca, a modo suo, di ricondurre questo diffuso sentimento d’insofferenza nei sentieri istituzionali di fiducia nelle forze preposte all’ordine pubblico. 

Il che, per un anarchico dichiarato come Lenzi, sarebbe davvero un fatto singolare; ma, in quest’ottica, è una conferma anche l’inespressiva maschera del protagonista scelto per il suo giustiziere della strada, (Henry Silva, l’uomo con una sola espressione) certamente adatto al ruolo di duro ma che, per via della scarsa emotività trasmessa, non consente nemmeno una grande immedesimazione da parte dello spettatore. Quello che rimane è, quindi, un’opera fortemente stilizzata, simbolica, più che realistica; a rendere credibile la vicenda è perciò l’ambientazione, nel caso del film di Lenzi una Milano riconoscibilissima in moltissimi passaggi. 

E il piatto forte del film, in questo senso, sono gli inseguimenti dove, oltre alle location, si ergono a protagoniste le automobili, vere e proprie star della nostra vita di tutti i giorni e qui superbe nelle furibonde rincorse. Vannucchi conduce prima una mitica Fiat 125, che alcuni centauri in sella a motociclette Kawasaki (che sembrano gli stessi del già citato Appuntamento con l’assassino) malauguratamente distruggono e, in seguito, una altrettanto apprezzabile Ford Taunus.




Luciana Paluzzi








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