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lunedì 27 agosto 2018

UN POSTO AL SOLE

199_UN POSTO AL SOLE (A place in the sun). Stati Uniti 1951;  Regia di George Stevens.

Ci sono film che diventano, al di là del reale valore dell’opera in senso stretto, di importanza capitale nella storia del cinema: è il caso di Un posto al sole di George Stevens. Il film rappresentò, infatti, una sorta di congiuntura di eventi, tutti di carattere ampiamente positivo, che gli fecero meritare un posto di rilievo nella golden age di Hollywood, l’età d’oro del cinema classico americano. Innanzitutto per la contemporanea affermazione di due attori, due autentiche star, che immetteranno nel cinema classico americano i primi semi del dubbio, le prime incertezze, che poi nei tardi anni 60 evolveranno nelle svolte più eclatanti. Elizabeth Taylor e Montgomery Clift, che in Un posto al sole sono gli splendidi protagonisti, pur mantenendo il carisma cristallino degli attori della golden age, hanno già qualche increspatura moderna, qualche incertezza, nella loro purezza divistica, un filo di ambiguità che li attraversa. Questo aspetto, nel film di Stevens, è certamente esaltato nell’interpretazione di Monty, che dà vita ad un personaggio certamente ambiguo, quel George Eastman che si rende protagonista di una vicenda piuttosto torbida. La Taylor, che gioca ancora un po’ sulla sua giovane età (non ha ancora vent’anni), è radiosa, ma sorprende, e forse in un certo senso inquieta, la facilità con la quale l’attrice riesce, in modo assai convincente, a passare dalla ricca, esuberante e viziata ragazza snob, ai panni di donna innamorata che si vuole maritare, capace di un intenso sentimento romantico, totalizzante.
Liz è stata spesso indicata come l’ultima grande diva di Hollywood: ed effettivamente la sua folgorante bellezza classica verrà in genere utilizzata per contrasto, per sottolineare il crescente disagio che attraverserà i decenni fino agli anni della contestazione generazionale. Ma in questo caso regge ancora la sua bellezza assolutamente pura: in Un posto al sole Liz è l’evidente incarnazione del sogno americano; già, perché il film apre una sorta di trilogia sul tema da parte di George Stevens, che si compone insieme a Shane - Il cavaliere della Valle Solitaria e Il gigante, e che lancerà l’autore nel firmamento dei grandi registi hollywoodiani. Questi tre film, che possono apparire un po’ datati ai giorni nostri per via dei toni accesi, rappresentarono il momento più intenso della carriera del regista che, non a caso, ottenne la giusta gratificazione anche dall’Academy (Oscar alla miglior regia per Un posto al sole e Il gigante).
L’affermazione definitiva di Stevens (che era comunque un regista già ben considerato) si unisce all’arrivo sulla ribalta per i due attori protagonisti, Montgomery Clift e Liz Taylor, e la consacrazione di tre personaggi di tale calibro, rende, quasi d’ufficio, Un posto al sole un film epocale. Alla fama dell’opera certamente contribuì il tema scabroso della gravidanza scomoda e illegittima del terzo lato del triangolo amoroso melodrammatico: la povera Shelley Winters. Povera perché la brava attrice è costretta dall’ingrato copione al confronto con una stella come la Taylor, più giovane (di 12 anni!), più bella, più carismatica, in un doppio match (sul set e fuori) troppo amaro per la Winters. Infatti, la storia vede George Eastman (Clift), parente povero di alcuni facoltosi industriali californiani, venire assunto presso l’azienda di famiglia inizialmente con un umile impiego in fabbrica.

Qui conosce Alice (la Winters), e comincia a frequentarla; lui è nuovo in città, lei è sola, sono giovani, e la cosa prende piede. Se non che, a casa dei ricchi parenti, incontra la bellissima e giovanissima Angela (la Taylor): sul momento la cosa ha poche conseguenze. Intanto la storia tra George e Alice procede, fino alla notte galeotta in cui la ragazza resta incinta; ma l’uomo rivede Angela, e stavolta anche lei lo nota. E’ l’inizio della fine. Montgomery Clift sembra nato per recitare la parte del bravo ragazzo nel quale il senso di colpa lavora sottotraccia, rivelando un’ambiguità che, a prima vista, non traspare. E’ quindi perfetto per interpretare questo George Eastman che prima seduce Alice e poi, una volta compresa la concretezza delle sue possibilità con una ragazza come Angela, cerca di svincolarsi in modo educato, senza strappi.

Peccato che Alice sia incinta, e quindi questa strategia del distacco morbido, non possa funzionare; ma più il tempo passa, più George diventa insofferente verso le proprie responsabilità, siano esse verso il nascituro, verso Alice, o verso tutto quello che si frapponga tra se e Angela.
Stevens gira in un bianco e nero molto bello, con stile classico; al montaggio si avvale dell’abilità di William Hornbeck, che insiste molto sulle dissolvenze incrociate, ottenendo nella pellicola sia un clima ambiguo, di contaminazione, sia una delicata deriva romantica. Del resto l’atteggiamento del protagonista maschile è ondivago, e il dubbio sulla sua condotta morale regge quasi fino alla fine; sarà proprio la bellezza di Angela, per stessa ammissione dell’uomo, a decretarne l’assoluta certezza di colpevolezza.

Sia l’operato di Stevens e Hornbeck, sia l’atteggiamento di Clift, sempre interiormente turbato, manterranno il livello di romanticismo a livello di melodramma, ma d’alta scuola. Il tema è sentimentale, e quindi funziona ad ogni latitudine, ma in America, la terra della libertà, della competizione, della realizzazione personale, Angela rappresenta efficacemente il sogno di ogni uomo; ma questo sta a significare, esattamente come accade a George verso Alice, che la realtà quotidiana è solo una pietosa bugia alla quale credere unicamente se non si ha la possibilità di coronare i propri reali desideri. La Taylor (come obiettivo da raggiungere) è l’ideale per incarnare l’estrema ambizione di arrivare, a fronte della quale sacrificare qualunque cosa, inizialmente il figlio (i tentativi di far abortire Alice), poi la ragazza stessa (la gita sul lago). Insomma, non è solo l'ultima diva della Golden Age di Hollywood. 
E' Elizabeth Taylor, il lato oscuro del sogno americano.


Elizabeth Taylor







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