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mercoledì 29 agosto 2018

COSMOPOLIS

200_COSMOPOLIS . Canada, Francia, Italia, Portogallo 2012;  Regia di David Cronenberg.

Nessun dubbio, stavolta: Cosmopolis appare da subito come un tipico film di David Cronenberg. Non uno dei suoi più semplici, onestamente. Siamo dalle parti de Il pasto nudo, di Crash, di Videodrome. Un film spiazzante, dunque; dopo quarant’anni di cinema cronenberghiano, evidentemente, ancora non siamo preparati alla sua prossima opera. Così la domanda giusta stavolta non è “ma è un film di Cronenberg?”, (interrogativo legittimo per altri lavori recenti del regista), ma è “perché il canadese ha fatto questo film?” (o se preferite, la domanda giusta potrebbe essere quella che si sono posti i pochi spettatori presenti in sala: “perché sono venuto a  vedere questo film?”). Rispondendo a questi ultimi: non certo per vedere un film bello nel senso classico od hollywoodiano del termine; ma quand’è che il regista canadese ha atteso le aspettative del grande pubblico?
No, non si va a vedere un film di Cronenberg per divertirsi, né per passare una serata spensierata. Si vede un film di Cronenberg per tornare coi piedi per terra; qui, ora. L’inesorabile puntualità: questa è la risposta, forse la parola chiave di tutto il cinema di Cronenberg, e anche di questo Cosmopolis. Vi sembra un periodo facile, questo? Un tempo chiaro e privo di incognite? Mentre siamo intenti a decidere se cambiare il nostro iPhone8 per il nuovo iPhoneX, le notizie ci martellano che siamo prossimi al baratro finanziario globale. Cosa c’è di comprensibile in una situazione del genere? Non aspettatevi, allora, dal miglior interprete della realtà contemporanea, un film banalmente decifrabile.
Le terribili contraddizioni del mondo moderno sono la struttura portante del film: la nostra società, basata sulle comunicazioni, è in realtà un insieme di individui che non sono in grado di comunicare tra loro. Certamente le fortune finanziarie di Eric Parker, il giovane uomo d’affari protagonista, un inespressivo ma efficace Robert Pattinson, sono basate su una vasta rete di comunicazioni, che infatti gli permettono di intuire in anticipo le sorti della finanza globale. Ma i dialoghi del film, forzatamente artificiosi, specie nella prima parte, riflettono l’incapacità delle persone di comunicare veramente tra loro. Nell’era della comunicazione globale, la comunicazione tra individui è morta.
Il controllo totale, esercitato da reti informatiche che calcolano, prevedono, influenzano, determinano i destini delle masse, è messo in discussione dall’anarchica protesta caotica, altrettanto astratta e priva di etica morale, rappresentata dal movimento dei ratti. Siamo sull’orlo del baratro, ma come Parker viaggiamo nelle nostre limousine insonorizzate, asettiche, avveniristiche, mentre intorno a noi scoppia il caos. 


A questo proposito, a livello visivo, notevole è la messa in scena dell’incedere di Parker nella limousine/astronave: sembra la scenografia di certi film ambientati nel futuro prossimo venturo, un mix tra accessori futuribili e ambientazioni da re-imbarbarimento. Soltanto che qui l’ambientazione non è nel futuro, né prossimo né remoto: è il presente quello che vediamo, tutto assolutamente, plausibilmente contemporaneo.

Sono molti i temi e tanta e la carne al fuoco che, con spietato rigore, inchiodano le contraddizioni del nostro oggi. Ma la cosa più importante del film rimane la scelta del protagonista di darci un taglio. Già, proprio l’ineluttabile esigenza di Parker di sistemarsi i capelli, metterà in moto una personale discesa di ritorno del protagonista verso la propria condizione umana. Nella società moderna, dominata dalle sovrastrutture, Parker di spoglia di tutto, cominciando un percorso di sottrazione che elimina via via tutto ciò che è superfluo per  un ritorno alle origini (via gli occhiali, la cravatta, la giacca, la moglie, la guardia del corpo, la limousine). Ma ad attenderlo non c’è nessun paradiso perduto: il parrucchiere che lo aspetta nel vecchio quartiere d’origine è incapace anch’egli di imbastire un valido dialogo e il suo taglio sarà maldestro e lasciato a metà. L’incontro cruciale è con la sua nemesi: il disordinato e caotico loser che lo vuole morto in quanto vertice della piramide sociale che opprime le masse. Non si preoccupino i grillini italiani, nonostante le evidenti similitudini con un adepto del movimento a cinque stelle, Paul Giamatti/Benno non ha una funzione di critica politico sociale (almeno non esplicita, sebbene certamente calzante); si potrebbe dire che, quasi al contrario, permette piuttosto a Parker di compiere il definitivo taglio, il passo decisivo: riappropriarsi della propria umanità attraverso il riconoscere i propri umani limiti, (l’imperfezione della prostata), il proprio odore (vero e proprio sottotema durante tutta la durata del film) o il dolore di un colpo di pistola alla mano. Nell’attesa di un altro colpo di pistola, quello definitivo, alla nuca, in quella che è la magistrale scena finale, sospesa un attimo prima di quello che sembra l’unico possibile ritorno all’umanità dell’uomo moderno: la propria morte.


Juliette Binoche


Sarah Gadon




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