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venerdì 26 febbraio 2021

IL PASSO DELL'ASSASSINO

764_IL PASSO DELL'ASSASSINO (Revenge). Regno Unito1971. Regia di Sidney Hayers.

Il titolo originale, Revenge, esprime bene il tema alla base de Il passo dell’assassino, film thriller teso e brutale opera di Sidney Hayers. In un paesino inglese un maniaco ha appena ucciso una bambina, la seconda della serie; c’è un sospetto, ma non ci sono prove. Harry (Ray Barrett) individua l’uomo al centro delle indagini: non è che ci voglia molta fantasia, perché Seeley (Kenneth Griffith) oltre ad essere un tizio strano e solitario, ogni volta che si reca a fare la spesa compie un ampio giro pur di passare davanti alla scuola dove si mette spudoratamente a fissare le bambine. In ogni caso, Harry è sicuro: è lui il colpevole e quindi convince Jim Radford (James Booth), padre della seconda vittima, a dare una sistemata al maniaco e a costringerlo a confessare. Il figlio maggiore di Jim, Lee (Tom Marshall) si unisce alla spedizione con il suo scooter, mentre i due uomini sono in macchina per poter caricare e portar via il loro obiettivo. L’attacco è improvvisato e la presenza di un cane lupo che vagabonda per strada (e che si attacca tenacemente al tappeto con cui si intendeva avvolgere Seeley per impedirgli di fuggire) manda in un primo momento all’aria il piano dei tre vendicatori. Poi, grazie soprattutto alla cocciutaggine di Lee, deciso a punire l’uomo, Seeley è catturato e condotto nella cantina del pub gestito da Jim. L’improvvisazione regna sovrana, mentre i tre malmenano il presunto maniaco, il trambusto sveglia Carol (la splendida Joan Collins), moglie in seconde nozze di Jim, che sopraggiunge e si trova alle prese con una scena del tutto inaspettata. 

Dopo un primo sbigottimento, nel vedere gli uomini di casa trasformati in violenti bruti, una volta inteso che ha di fronte il maniaco, la donna si scaglia con ferocia quasi superiore a quella dei colleghi maschi. Al netto di qualche passaggio in biancheria intima che la Collins valorizza come suo solito, l’attrice è in uno dei rari passaggi in cui può far valere le sue caratteristiche di grinta che rendono credibile la scena. Ma per Joan non si tratta di un film particolarmente memorabile, sebbene rimanga la migliore del cast, e per distacco. In ogni caso, nella concitazione del momento, Jim perde il controllo e finisce per strangolare Seeley, che rimane stramazzato al suolo. Il fatto ha almeno il potere di calmare un po’ gli animi, sebbene nessuno pensi in qualche modo ad approcciare alla cosa in chiave morale, etica: è pur sempre stato ammazzato un uomo. Il punto è semmai disfarsi del cadavere: ma questa è una cosa persino più difficile di rapire un uomo di mezza età e quindi i progetti del trio naufragano quasi subito e il corpo inanimato rimane nello scantinato. Il che provoca non pochi problemi, visto che sotto al pub ci sono le scorte del locale e i fusti delle spine della birra; insomma è un posto che, in orario d’apertura, può essere frequentato anche da Rose (Sinéad Cusak), cameriera e fidanzata di Lee. Senza contare l’altra figlia di Jim, Jill (Zuleika Robson), che potrebbe incappare nel cadavere; insomma, il corpo va fatto sparire. Solo che, sorpresa, Seeley non è morto ma solo moribondo. Ancora una volta, di fronte ad un fatto grave (la possibilità di salvare un uomo) nessuno si prende la briga di decidere dando almeno vagamente ascolto alla coscienza o qualcosa di simile. 


Alla fine si opta per attendere pazientemente che l’uomo muoia, nella speranza che sia ferito gravemente; ma Seeley, piuttosto, si rimette. Intanto, mentre Harry, che aveva dato il là alla vicenda, si defila, le tensioni famigliari di casa Radford deflagrano: Jill non sopporta più la matrigna Carol, che invece è fin troppo apprezzata da suo fratello Lee. Quando la polizia comincia a gironzolare per il pub, per controllare l’auto dei Radford, vista sul luogo del rapimento di Seeley, Jim crolla e si ubriaca. Anche Lee patisce la situazione, è preoccupato e non si da pace; Rose cerca di consolarlo, pur non conoscendo i reali motivi che turbano il ragazzo. 

Vedendolo insensibile alle sue avances, pensa che sia un po’ in crisi con l’autostima di letto (chiamiamola così), facendolo indispettire ulteriormente. L’attrazione verso Carol, donna davvero avvenente, la rabbia verso Seeley, l’incapacità di far fronte alla situazione, mandano in tilt il giovane che, prima sembra voler torturare e uccidere il prigioniero e, quando il chiasso fa nuovamente accorrere la matrigna, decide invece di stuprarla davanti agli occhi dell’ospite. Un passaggio durissimo e forte, anche non scontato psicologicamente (almeno sul piano narrativo, rimanendo ad un livello di cinema di genere) che forse riesce ad esprimere bene il disagio di fronte al fatto di aver commesso, e di stare commettendo, un crimine, ma di non avere le capacità morali per risolvere o reggere la situazione. 

Perché è un fatto che qualcosa, in parte l’incapacità pratica a delinquere ma non solo, sembra fermare o almeno rallentare, i protagonisti di questo insano sequestro: all’uomo prigioniero, per dire, viene pure data dell’acqua (da Jim) quando la speranza ufficiale era che morisse in fretta. La vicenda continua a ingarbugliarsi: Harry telefona da Manchester dicendo che i giornali hanno pubblicato la notizia che l’uccisore di bambine è un'altra persona, nel frattempo Jill trova Seeley e lo libera, Jim scopre la tresca tra la moglie e il figlio e va fuori di cervello, aggredendoli brutalmente. Carol, che è pur sempre interpretata dalla Collins (il che è un vantaggio anche nel passaggio in mutandine e reggiseno), trova la prontezza di spirito di rompere una brocca in testa al marito: Lee le offre di fuggire insieme e, a quel punto, va bene anche quello. 

Quando Jim si riprende, nello scantinato ritrova Seeley, che è tornato a cercare i suoi occhiali, persi in una delle fasi della prigionia: allora il locandiere prova a sistemare la situazione, vista l’innocenza dell’uomo, accudendolo, offrendogli un bagno, del cibo e del denaro per compensarlo dei disagi subiti. Seeley è stranamente taciturno e il suo comportamento conferma la sensazione di disagio che aveva dato anche la sua reazione spropositata nel raccontare la scena dello stupro, che sembrò turbarlo più per l’unione carnale che per la violenza. Quando Jim esce di casa, e arriva una bambinetta a cercare Jill, si ha la conferma che questi indizi, e i sospetti iniziali, erano attendibili: Seeley è il maniaco. Jim torna per tempo e finisce l’uomo a coltellate, prima di costituirsi. Ma non è questo atto in sé, sebbene sia il primo a cui assistiamo dalla vaga forma legale, ad essere interessante. Quello che emerge, e viene descritto in modo abbastanza convincente, è che la vendetta provoca sconquassi a cui l’uomo non è in grado di resistere. E non dipendono dalla colpevolezza o meno di chi viene punito: lo stato, la condizione, vera o presunta, di Seeley passa da sospettato a innocente a colpevole ma la coscienza dei suoi aguzzini subisce sempre e comunque pesanti turbamenti. E non è necessario nemmeno essere persone evolute moralmente o eticamente, attitudini di cui i protagonisti del film sono sostanzialmente carenti. La coscienza è qualcosa, sembra dirci questo Il passo dell’assassino che, se ci macchiamo di un crimine grave, ci tormenterà comunque. E per un film che si intitola Revenge, ed ha appunto come tema la vendetta, nell’Inghilterra dei tesissimi primi anni settanta, non è cosa da poco. 




Joan Collins









2 commenti:

  1. tematica molto interessante... fra l'altro io guardo spesso video su questi argomenti psicologici... oggi ne ho visto uno in cui si diceva che il trovarsi di fronte a un altro essere umano provoca sempre delle reazioni, fosse anche "solo" un mendicante che sta lì in attesa di un'offerta, se non gli diamo nulla ci sentiamo in dovere di giustificarci...

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  2. Beh, sul nostro innato senso di colpa ci hanno fondato una religione.

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