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venerdì 25 gennaio 2019

LA SETTIMA STANZA

292_LA SETTIMA STANZA (Siódmy pokój); Italia, Francia, Polonia, Ungheria 1995;  Regia di Márta Mészáros.

La regista ungherese Márta Mészáros ha dichiarato che, nel cinema, ci sono pochi autori geniali: Welles, Fellini, Antonioni, Godard… Non c’è, quindi, almeno stando alle sue parole, Fred Zinnemann, che forse non era effettivamente un genio nel senso inteso dalla Mészáros ma certamente era regista di solidissimo mestiere e spesso di arte cinematografica sopraffina. Perché il pregevole La settima stanza, film appunto di Márta Mészáros, un po’ ricorda, almeno superficialmente, La storia di una monaca del regista di origine austriaca. Poi, certo, La settima stanza è incentrato sulla vicenda di Edith Stein, in seguito proclamata Santa Teresa Benedetta della Croce, una figura storicamente molto più interessante di quella protagonista di The nun’s story. Ma, l’estremo rigore formale della messa in scena, soprattutto nelle scene dell’ambito monastico, la geometria delle inquadrature, l’attenzione ad ogni singolo fotogramma, un poco ci portano alla mente il dramma hollywoodiano con Audrey Hepburn. Così come lo ricordano le analogie tra le difficoltà incontrate nella vita claustrale dalle protagoniste, qua una filosofa di intelligenza superiore, là una donna di eccellenti cognizioni mediche, troppo legate al mondo scientifico per accettare serenamente le dure regole del convento. Ma, va detto che, questi aspetti, costituivano l’essenza completa del film di Zinnemann, e sono invece unicamente la base di partenza (per così dire) del lavoro della Mészáros, dal momento che il nocciolo di La settima stanza è reso sullo schermo in modo più intenso. 
La Stein fu una donna di capacità intellettiva sicuramente fuori dall’ordinario e, per restare al testo della Mészáros, ovviamente non è possibile comprenderne l’importanza guardando un semplice film. Al cinema forse non è neanche deputato un simile approfondimento, non ce ne sarebbe il modo essendo piuttosto un’esperienza prevalentemente emotiva piuttosto che celebrale; o perlomeno riferendosi all’opera di intellettuali di caratura della donna di origine ebrea in questione. Ma certamente la vita di Edith Stein, anche su piani di più agevole approccio, non fa mancare alla regista ungherese spunti degni di interesse: ad esempio la condizione femminile del tempo o la questione ebraica, non solo riferita al nazismo ma anche con la sua contrapposizione alla religione cattolica, poi abbracciata dalla donna. 

Punto culminante dell’opera, incute un certo timore il paragone che la regista osa tra il campo di Auschwitz Birkenau e il castello di Santa Teresa d’Avila, dove si trovava la settima stanza, quella del definitivo congiungimento con Dio. Nell’arrivo all’orribile sito nazista, la posizione fetale assunta da Edith, in uno spoglio locale inondato di luce bianca, e la visione dell’immagine del materno abbraccio della madre, sembrano chiudere in un cerchio la vita della donna, che così ritorna al contempo col suo creatore divino. Per chi ha poca dimestichezza con le complesse tematiche teologiche e non è in grado di accedere ai livelli superiori dell’argomento, il campo di sterminio assume comunque la semplice valenza della vita da affrontare sempre con la forza dell’amore nel cuore, senza paura, senza timore.

In ogni caso, stando alla santificazione della donna da parte della Chiesa, si tratta di una prova che la Stein superò in modo assolutamente degno della massima ammirazione anche in ambito strettamente religioso. Ma Edith Stein fu una personalità eccezionale anche se prendessimo la sua vita in ambito esclusivamente laico e, per restare al testo filmico in oggetto, ammirevole nel coraggio e nella coerenza di affrontare il proprio destino senza farsi piegare dal fato avverso. La Germania è la mia patria, ripete spesso la Stein manifestando la volontà di non ricorrere ad un comodo esilio all’estero; per un’ebrea ai tempi di Hitler, anche solo questo passaggio, può bastare per avere un posto di rilievo nella Storia dell’Umanità. E il cinema, nello specifico questo valido film di Márta Mészáros, le rende un doveroso tributo. 




   
Maia Morgenstern






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