Translate

sabato 31 gennaio 2026

L'UOMO DALLE DUE OMBRE

1787_L'UOMO DALLE DUE OMBRE (De la part des copains)Italia, Francia, Belgio, 1970 Regia di Terence Young

È davvero un pastiche curioso, L’uomo dalle due ombre: per dire, è una produzione franco-belga-italiana, eppure i protagonisti sono americani, britannici e norvegesi. Tra i comprimari ci sono in effetti un paio di francesi, Jean Topart (è Katanga) e Michel Costantin (è Vermont), e un italiano, Luigi Pistilli (è Fausto). Bravi attori, ma più che altro caratteristi e non proprio interpreti adeguati a ruoli più importanti. Che nel film sono appannaggio di Charles Bronson (è Joe Martin o Joe Moran? col punto di domanda ben motivato dal soggetto), Liv Ullmann (è Fabienne, moglie di Joe) e James Mason (è il capitano Ross). La presenza nel cast di Charles Bronson è un elemento decisamente ingombrante per gli equilibri del film: l’attore americano aveva appena cristallizzato la figura del vendicatore solitario in Città violenta di Sergio Sollima [Città violenta, Sergio Sollima, 1970], un ruolo che diverrà poi una sua sorta di alter-ego sullo schermo, a partire dalla saga de Il Giustiziere della Notte ma che interpreterà in molti altri film. Se a questo si aggiunge che dietro la macchina da presa c’è Terence Young, a cui si devono le regie dei primissimi film di James Bond, è chiaro che L’uomo dalle due ombre possa essere ritenuto un solido film d’azione. In realtà, l’ambientazione mediterranea, il tono narrativo e anche lo stesso coinvolgimento di Bronson e Young nell’operazione, potrebbero anche far pensare ad una sorta di Poliziottesco spurio, o, meglio, uno di quei tostissimi film d’azione che si giravano nel Belpaese al tempo. Del resto, come detto, la Produzione era in parte italiana, gli argomenti sono inerenti, e ci sono alcuni cliché, dettagli imprescindibili nel cinema di genere di casa nostra, come lo spettacolare inseguimento o l’attenzione, rimarcata anche nei dialoghi, all’importanza delle auto. In questo caso a rimanere negli occhi è una splendida Opel Commodore GS/E Coupé rosso fiammante che si rende protagonista di un lungo viaggio a tavoletta sulle impervie stradine delle Alpi Marittime francesi, merito di Rémy Julienne, coordinatore delle acrobazie automobilistiche. Il Ballantine’s Scotch Whisky che ostenta il protagonista nelle scene iniziali – anziché il tipico J. & B. Whisky, vero e proprio marchio di fabbrica del cinema di cassetta italiano– potrebbe in tal senso sembrare una svista o una coincidenza. La scena metalinguistica in apertura di film, con Fabienne che guarda uno Spaghetti-Western –taroccato manco fosse una sorta di cartone animato– chiarisce però il significato di tutti questi segnali. 

La donna, rivolgendosi al marito, gli chiede cosa succederebbe se a venir ammazzato, nel classico duello finale, fosse il protagonista: Joe risponde sornione “Migliorerebbero il programma”. Quindi, se si prende questo indizio metalinguistico come spunto per comprenderne il senso, si potrebbe ritenere che, per quanto abbia le sembianze di un film di cassetta, L’uomo dalle due ombre si differenzia dalle opere di questo genere grazie a un finale differente.  Intanto, si è sorvolato su un’altra domanda che deve necessariamente sorgere spontanea già guardando l’incipit del film: che diamine c’entra Liv Ullmann nel ruolo di protagonista femminile in una simile operazione? Al tempo, l’attrice norvegese aveva un florido sodalizio artistico con il regista Ingmar Bergman, del quale interpretò numerosi capolavori spesso come interprete principale. E il cinema di Bergman era difficilmente accostabile agli action movie commerciali, siano essi italiani o meno. Non che questo crei qualche inconveniente a L’uomo dalle due ombre, sia chiaro, perché la Ullmann è attrice eccellente e versatile e tiene in modo sontuoso la scena anche accanto ad un mastino come Bronson. Tuttavia è una presenza inaspettata, o comunque certo non prevedibile come quella di Jill Ireland (nel film è Moira), al tempo moglie di Bronson e sua abituale spalla in molti film d’azione. 

Ma, probabilmente, la cosa più intrigante de L’uomo dalle due ombre è che prenda spunto dal romanzo di Richard Matheson Cavalca l’incubo che si muoveva però su presupposti ben diversi. Nel libro, il protagonista è un raffinato venditore di dischi e non un ex soldato erculeo come il personaggio di Bronson. Quando si presentano i vecchi amici di Chris, questo il nome del personaggio principale di Cavalca l’incubo, c’è lo stupore di come questo individuo acculturato e di buon gusto possa aver avuto dei trascorsi tanto torbidi. L’impressione è come se il protagonista fosse inghiottito dal proprio passato, e il suo dibattersi –il suo «cavalcare», come da titolo– fosse necessario per sfuggire a questa terribile morsa, a questo «incubo», appunto. Bronson, che forse sforzandosi potrebbe anche avere qualche turbamento in comune col protagonista del libro, si adegua piuttosto al clima lineare del film e, per quanto si dica preoccupato per moglie e figlia, non sembra mai sconvolgersi più di tanto. Se il romanzo è un noir plumbeo al punto da poter essere scambiato per un horror, L’uomo dalle due ombre è un film in cui scorre adrenalina dovuta all’azione pura ma praticamente mai è solcato da veri brividi di paura. La trama del film prevede che Joe Martin, nome sotto cui si nasconde Joe Moran, sia un ex soldato americano che faccia ora il noleggiatore di barche a Nizza, nel sud della Francia. Durante il servizio nella Guerra di Corea era finito agli arresti per aver colpito un ufficiale, “il più farabutto dei colonnelli”, per usare le parole di Joe. Passare due anni in galera per una motivazione ingiusta, almeno ai suoi occhi, l’aveva spinto ad accettare il piano di evasione di alcuni suoi compagni di cella: il capitano Ross, Fausto e Vermont, a cui si aggiunse Katanga, l’uomo che dall’esterno avrebbe agevolato la loro fuga. Quest’ultimo è uno psicopatico ex membro della Legione Straniera che, al primo intoppo, una guardia troppo curiosa, non aveva esitato a dare prova della sua follia, eliminandola freddamente. Joe, che era già al volante dell’auto predisposta per la fuga, vedendo la pessima piega che aveva preso la cosa, aveva lasciato in asso i compari che, una volta abbandonati, erano stati presto ricatturati e condannati per l’omicidio della guardia. E ora, nonostante gli anni passati, avevano alfine trovato Joe per fargliela pagare. Il soggetto, pur con i passaggi chiave che possono essere ritenuti quelli originali del romanzo, cambia però sostanzialmente in alcuni approcci fondamentali. E allora si torna alla curiosità iniziale: perché prendere un romanzo di Matheson per poi trasformalo in un racconto basato più sull’azione che sull’angoscia, che ne era l’ingrediente principale? La riposta potrebbe essere che, anche in questo modo, la storia regge molto bene e il film è godibilissimo. In sostanza, viene sviluppato un aspetto secondario, rispetto a quello principale sfruttato dal libro, che comunque era già presente nel soggetto. Sembra quasi che Terence Young si renda conto del valore che Richard Matheson aveva infuso nel testo, ma, forse consapevole della difficoltà, provi a stemperarne la gravità, quasi che il cinema –o forse bisognerebbe dire il suo cinema– non possa rivaleggiare con la solennità della letteratura. E, mettiamoci pure un altro forse, ma è in questo modo che trovano spiegazione i dubbi citati in precedenza, sul finale che provi ad essere diverso e sul motivo alla base della scelta di Liv Ullmann come personaggio della moglie del protagonista. Perché ciò che contraddistingue l’arte di Matheson non è il suo prediligere tematiche horror o inquietanti, ma il suo approccio morale. In Cavalca l’incubo l’aspetto rilevante è come ci si ponga rispetto ai propri errori, ovvero se si abbia intenzione di fare ammenda o si cerchi piuttosto di scantonare e farla franca. Chris, il citato negoziante di dischi del libro, non è in grado, da solo, di ammettere i propri sbagli e di denunciarsi alla polizia. E anche sua moglie, al netto del fastidio per l’inganno subito tanto a lungo, non è poi così rigorosa; la paura per l’incolumità della figlia finisce poi per farle spostare l’attenzione, ma occorre tempo e il superamento di una vicenda terribile affinché la coppia sembri pronta ad accettare la giustizia e le sue conseguenze. Questo era l’aspetto più caratteristico di Matheson nel merito di questa vicenda e non tanto l’atmosfera cupa. Il film di Young sprizza energia e, come detto, non è particolarmente angosciante, al punto che il villain principale, il capitano Ross, finisce quasi per essere visto benevolmente e solamente il folle Katanga si fa carico, nel concitato finale, di reggere la parte del cattivo. Per risolvere la questione, L’uomo dalle due ombre riprende alcuni elementi del romanzo, il capanno isolato, la corsa a prendere un medico, l’espediente dell’appiccare fuoco alle sterpaglie –sempre l’anello un po’ debole di tutte quante le versioni, in verità– e ne aggiunge di originali, come la morte di Katanga colpito da un razzo di segnalazione per barche. In definitiva, i cattivi vengono liquidati, la famiglia, Joe, Fabianne e la figlioletta sopravvivono, ma la valigetta col denaro, vero McGuffin che simboleggia il Male nella storia, finisce doppiamente distrutta: bruciata e poi in fondo al mare. La questione si può quindi dirsi chiusa? I nostri non hanno propriamente trionfato, il denaro è andato perduto quando, al contrario, in un film più commerciale avrebbero potuto salvarne un poco almeno come premio di consolazione. 

Nel soggetto originale, il romanzo di Matheson, in verità, il protagonista andava a costituirsi, proprio per via del valore morale dell’opera. Charles Bronson, come interprete, ci ha abituato che i suoi personaggi non si fanno tutti questi scrupoli. Tuttavia il Joe di L’uomo dalle due ombre, un dubbio lo espone alla moglie: “Credo che dovrei andare alla Polizia a parlare di Vermont [Il primo dei suoi ex compagni, ucciso in apertura di film dallo stesso Joe]. Oppure aspettare che la Polizia mi acciuffi”. Che una riflessione di questo tipo avvenga nel bel mezzo della città in festa, è infatti il 14 Luglio e in Francia ricorre La Presa della Bastiglia, la dice lunga sul tenore della risposta in arrivo. In pratica, Charles Bronson, l’eroe di tanti film d’azione, chiede a Liv Ullmann, musa del cinema introspettivo del maestro Ingmar Bergman, se debba pagare moralmente per i morti di cui si è reso responsabile. La donna risponde scherzando che, nel caso, anche lei e la figlioletta dovrebbero finire in galera per incendio doloso. La chiusa poi è ulteriormente stemperata, con un poliziotto che riconosce la Opel Commodore e vorrebbe mettere al fresco sei mesi l’incosciente che l’aveva guidata nel pomeriggio. Joe, che era al volante nella sua escursione alla ricerca del medico, la prende scherzosamente come risposta ai suoi dubbi sull’ipotesi di costituirsi e soppesa la cosa, ironizzandone con Fabienne. Non è, quindi, tanto l’annosa questione se sia deludente o meno una riduzione cinematografica di un libro. Il punto è che Matheson, con il suo romanzo pulp e quindi pienamente popolare, cercava comunque di far compiere al lettore un salto di qualità morale. Provare a fargli sentire il dovere di pagare per i propri debiti di coscienza. Young e i suoi interpreti, al contrario, sostengono che il cinema sia uno strumento per farci pace, con la coscienza: se il risoluto Joe ha ammazzato un uomo, lo ha fatto per legittima difesa mentre l’innocente Fabianne ha peraltro appiccato un incendio; di questo passo, è chiaro che chiunque abbia inevitabilmente commesso qualche peccato. Il cinema, sembra voler ribadire Terence Young, chiedendo conforto alla Ullmann in rappresentanza dell’illustre arte di Bergman, riguarda la vita delle persone normali e non di quelle figure fumettistiche che si trovano negli Spaghetti Western o nei Poliziotteschi. Persone normali, ovvero quelle che, tra le mille traversie della vita, dovevano cercare di cavarsela e pazienza se ci siano stati «effetti collaterali». Un approccio moralmente diverso da quello più stilizzato degli Spaghetti Western o dei Poliziotteschi. Ma differente anche da quello di Matheson, abituato a parlare al lato oscuro anche e soprattutto di quelle persone considerate «normali», cercando di offrire loro, al contrario di Young e Bronson, qualche spunto per conoscersi e migliorare.    










Nessun commento:

Posta un commento