1824_NEL BEL MEZZO DI UN GELIDO INVERNO (In the Bleak Midwinter). Stati Uniti, 1995. Regia di Kenneth Branagh
Nella filmografia di Kenneth Branagh, Nel bel mezzo di un gelido inverno è posto simbolicamente tra Frankenstein di Mary Shelley e Hamlet. Al di là dell’esplicito riferimento all’origine letteraria, il primo è una mega Produzione cinematografica –del resto la creatura è ormai un’autentica icona della Settima arte– con i tipici limiti per il regista che questo comporta. Il secondo, per quanto sia stato anch’esso un vero e proprio colossal, mantiene ben più saldo il rimando a Shakespeare e, di conseguenza, al teatro. Branagh, in ogni caso, si era già connotato come autore shakespiriano, sin dal suo esordio in regia con Enrico V, sempre tratto da un’opera del Bardo. Il cineasta nordirlandese, insomma, ha sempre manifestato il suo amore per il teatro utilizzando il grande schermo cinematografico come sorta di palcoscenico virtuale per ambientarvi le storiche pièce teatrali. Nel corso della carriera, Branagh dimostrerà una sorprendente pluralità dei propri riferimenti, traendo ispirazione dalle fiabe, dal cinema d’animazione, dai comics, dai romanzi gialli e perfino da opere musicali piuttosto particolari come nel caso de Il Flauto Magico. Tuttavia, soprattutto nei suoi primi anni da regista, Branagh aveva due coordinate principali, teatro e cinema alle quali non sembra effettivamente dare la stessa importanza. In questo senso Nel bel mezzo di un gelido inverno è una sorta di manifesto che proclama la superiorità morale, per così dire, del primo sul secondo. Non che questo finisca per essere un limite per il film, sia chiaro, perché qui sta la vera forza del cinema ma non divaghiamo. La pellicola, ispirata in parte al cinema di Woody Allen, è spassosa e commovente, sorprendente e trascinante, oltre che immortalata in un bianco e nero (Fotografia di Roger Lanser) evocativo e funzionale. Joe Harper (Michael Maloney), un attore squattrinato, dopo l’ennesimo due di picche ricevuto da Hollywood, decide di allestire una rappresentazione teatrale in proprio. Senza soldi ma armato di buona volontà e amore per Shakespeare, sceglie infatti Amleto, una tragedia non esattamente adeguata ad una rappresentazione natalizia, da allestire in una vecchia chiesa di Hope, sperduto paesino della periferia inglese.
Il casting rivela subito la natura esilarante dell’operazione, dal momento che gli attori che si lasciano coinvolgere in un progetto tanto sconclusionato sono tutti personaggi quantomeno pittoreschi. I problemi di varia natura –convivenza tra gli interpreti, economici a vario titolo e anche solo per la difficoltà dell’operazione in sé stessa– mettono più e più volte in crisi tanto Harper che gli altri membri dell’improvvisata compagnia. Eppure, nonostante le debolezze, i tentennamenti, le liti, gli impicci, il teatro e Shakespeare compiono infine la loro magia: improvvisamente, alla vigilia della Prima, lo spettacolo sembra avere preso corpo e, clamorosamente, funziona. E funziona anche il film di Branagh, tra l’altro, che rivela come la stessa magia del teatro la possegga anche il cinema e proprio Nel bel mezzo di un gelido inverno ne è una splendida testimonianza. Tornando a Hope, tutto sembra filare finalmente per il verso giusto, senonché irrompe sulla scena Margaretta D’Arcy (Joan Collins sfavillante come suo solito), agente di Harper, per portargli una notizia-bomba: è stato ingaggiato per una trilogia di fantascienza hollywoodiana! Il rovescio della medaglia è che deve partire subito, lasciando la compagnia senza regista e primo attore proprio sul più bello. Lo spettacolo è talmente alternativo che Amleto potrebbe anche interpretarlo la sorella di Harper, Molly (Hetta Charnely) ma c’è la questione sentimentale con Nina (Julia Sawalha) che sembra assai più spinosa. Gli altri attori cercano di convincere la ragazza che Harper non può lasciarsi scappare quest’occasione e che, se lei lo ama d’avvero, dovrebbe semmai essere contenta. In realtà in ballo c’è altro: la questione è tra la passione genuina e disinteressata per il teatro e il mondo dello showbusiness di Hollywood che non guarda in faccia a nessuno. Il punto di vista di Branagh, che è l’evidente alter ego di Joe Harper, è ovvio, anche perché, come accennato, il regista nato a Belfast era stato giusto l’anno prima sottoposto a notevoli pressioni di natura commerciale dirigendo il citato Frankenstein di Mary Shelley. Del resto il ruolo di Joan Collins è un preciso indizio in quest’ottica: lei stessa, o meglio Margaretta, il suo personaggio, ammette di interpretare il ruolo di «cattiva», nel senso che consiglia caldamente Harper di lasciare l’amato teatro per andare a recitare in un insulso blockbuster in California. Branagh disse che la Collins rappresentava perfettamente lo showbiz ma la presenza dell’attrice inglese era ben più significativa. Joan aveva sempre amato il teatro, sin dall’inizio della carriera e, dopo il successo planetario avuto con Dynasty in televisione, era tornata negli anni 90 a calcare il palcoscenico. Dopo un’assenza di una quindicina d’anni, nel 1994, era anche riapparsa anche sul grande schermo, ma l’aveva fatto con Decadence, un’opera di esplicita matrice teatrale. Nel bel mezzo di un gelido inverno, rispetto a quella di Steven Berkoff era sicuramente un’opera più cinematografica, ma verteva sulla messa in scena dell’Amleto manifestando, al contempo, la superiorità morale –e quindi artistica– del teatro sul cinema. Insomma, se Branagh, col suo cinema, sembra più che altro cercare di dare lustro all’arte del palcoscenico, Joan Collins si trova certamente d’accordo ma pare avere un conto aperto con il grande schermo. E non è tipo da fare sconti.
Il cinema di Joan Collins è al centro della quarta uscita di Quando la città dorme, ALEXIS & CO, I MILLE VOLTI DI JOAN COLLINS.


.jpeg)



Nessun commento:
Posta un commento