1827_LA POLIZIOTTA Italia, 1974. Regia di Steno
L’idea alla base di La poliziotta di Steno è particolarmente interessante: in sostanza si tratta di una sorta di innesto tra il Poliziottesco eversivo e la Commedia Italiana scollacciata, due generi che furoreggiarono negli anni 70. Il titolo sembra appunto una specie di strizzata d’occhio, richiamando proprio quel La polizia ringrazia, film dello stesso Steno, da cui era si originato il Poliziottesco, il poliziesco «de noantri». In realtà, la protagonista de La poliziotta è una vigilessa, anzi, per la precisione una splendida vigilessa a cui Mariangela Melato presta grazie e proverbiale verve. Serve forse precisare che, al tempo, non era in uso la definizione «Polizia Urbana» e, in effetti, nel film ci si riferisce alla protagonista come, appunto, «Vigile Urbano». Il richiamo del titolo ai coevi Poliziotteschi non è però gratuito: questo curioso genere aveva una corrente eversiva che, a conti fatti, anticipò le rivelazioni che arrivarono solo molti anni dopo. Per essere onesti, ne La poliziotta non c’è un disegno così articolato, da parte dei membri corrotti delle istituzioni, ma è anche vero che la portata del malcostume denunciato dal film di Steno è impressionante. La malsana situazione che si trova a fronteggiare l’onesta e ingenua Giovanna, il personaggio della Melato, è enorme, diffusa capillarmente ad ogni livello delle istituzioni sociali e non viene affatto disinnescata dai pur eccessi grotteschi o caricaturali del film, che ci ricordano che siamo anche in una commedia. Spesso, se non quasi sempre, la Commedia Italiana del periodo ha denunciato il malcostume ma, per la verità, più per qualunquismo che con intenti costruttivamente critici. Al contrario, anche e soprattutto per via della magistrale abilità interpretativa della Melato, La poliziotta funziona in modo molto efficace anche come critica sociale.
L’attrice milanese vinse il David di Donatello 1975 per questo suo ruolo e si può certo convenire che fu un premio decisamente meritato. La Melato è la vera mattatrice del film ma trova nei tanti componenti del ricco cast di volta in volta l’adeguata contrapposizione: c’è Renato Pozzetto nei panni di Claudio Ravassi, il fidanzato maschilista, c’è Alberto Lionello in quelli di Tarcisio Monti, l’assessore che si diletta nella scrittura teatrale, e poi Orazio Orlando, Mario Carotenuto, Alvaro Vitali, Umberto Smaila, solo per citare i volti ancora oggi noti. A parte il pretore Patané (interpretato da Orlando), che sembra onesto fosse anche solo per compiacere Giovanna, della quale si è innamorato, il resto dei personaggi, tutti rigorosamente maschi, sono invischiati in una rete di reciproche connivenze che ammanta tutta quanta Ravedrate, la cittadina immaginaria che ben si presta a rappresentare l’Italia. Steno e i suoi autori (Nicola Badalucco, Giuseppe Catalano, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni, all’opera su soggetto e sceneggiatura) hanno un’intuizione a suo modo geniale: la Mafia non è un caso isolato e circoscritto in un’unica area del Paese, ma è semplicemente una declinazione estrema sì, ma di un male assai più diffuso e radicato. La Storia italiana racconta di quanto sia presente la Massoneria lungo lo Stivale e questa è una realtà che ha un tratto cruciale in comune con la Mafia, ovvero il suo essere trasversale ad ogni livello, settore o classe sociale. Ed è proprio questa capacità degli abitanti del Belpaese di costruire associazioni più o meno dichiarate che si interconnettano nei vari ambiti istituzionali ad essere l’ostacolo più grande e, almeno ad oggi, insormontabile per l’emancipazione italiana in senso nazionale. Ravedrate è situata nel Nord Italia, presumibilmente in Lombardia, e non ci sono morti ammazzati, almeno non nel film di Steno, come sarebbe potuto capitare in altri lidi in circostanze simili. Tuttavia la rete di clientelismi, favoritismi, agevolazioni gratuite, che si spinge fino a Roma, mostra in modo emblematico l’italico malcostume di frantumare trasversalmente quella divisione di poteri –da cui dovrebbe derivare una condotta lineare e scrupolosa di ogni cittadino– necessaria alla vita stessa della Democrazia. Steno doveva avere particolarmente a cuore questo argomento, visto che dopo il citato La Polizia ringrazia che, seppure in forma di narrativa di finzione, denunciava esplicitamente la deriva eversiva del Paese, tornava ancora ad occuparsi della questione. Va detto che l’utilizzo dello pseudonimo da parte del regista lascia intendere che La Poliziotta sia da intendere come commedia e niente più, visto che nelle circostanze in cui voleva essere più credibile il cineasta si era firmato con il suo nome per esteso, Stefano Vanzina. In ogni caso, tanto per non lasciare circolare pericolosi dubbi, nei numerosi pseudo-sequel del film il ruolo della poliziotta venne affidato a Edwige Fenech con il compito di convogliare sulle sue curve le attenzioni del pubblico. Non ce ne voglia la bella Edwige, ma la poliziotta da cui accetteremmo volentieri anche una multa, sarà sempre Mariangela.




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