1830_TUTTI POSSONO ARRICCHIRE TRANNE I POVERI Italia, 1976. Regia di Mauro Severino
Debolissima commedia che probabilmente vorrebbe, almeno nelle intenzioni, fare della satira sociale, Tutti possono arricchire tranne i poveri è un film nel quale c’è davvero poco da salvare. Il soggetto –tratto addirittura da un libro, il romanzo omonimo di Italo Terzoli ed Enrico Vaime– è piuttosto scontato: Giovanni Renzelli (Enrico Montesano), un comune centralinista, vince 800 milioni di lire, al tempo una gran cifra, al totocalcio. I suoi vani tentativi, insieme alla moglie Viviana (Anna Mazzamauro), di farsi accettare dall’alta società, dovrebbero –il condizionale è d’obbligo– dare effetti esilaranti. La coppia viene infine convinta a comprare uno sperduto isolotto, nell’ottica di una sorta di speculazione finanziaria che si rivela, come prevedibile, una fregatura. Il finale, con Montesano che malmena malamente la Mazzamauro, che prova comunque a replicare, chiude letteralmente in bruttezza un film sconclusionato, mal fatto e mai divertente. Dal canto loro, i due interpreti citati provano a fare la loro parte, grosso modo restando nelle proprie corde, ma se quella di Montesano sembra una prestazione di routine, la Mazzamauro appare un poco svilita. In ogni caso è da registrare quanto poco incidano in positivo nell’economia generale dell’opera. Soprattutto se li si paragona alla terza protagonista, Barbara Bouchet nel ruolo della contessa Federici: non è che l’attrice italo-tedesca faccia poi questa grande interpretazione, ma la sua presenza scenica, negli eleganti e sensualissimi vestiti della nobildonna, è di fatto l’unico elemento degno di nota del film. Tra l’altro, sebbene la Bouchet abbia dimostrato in altre occasioni di avere talento artistico, se oltre alla sua bellezza, che merita sempre e comunque, si volesse salvare qualcos’altro nel film, ci sarebbe quell’ambiguità di intenti che la biondissima attrice è deliziosa nel suggerire. Perché, se stiamo alla trama del racconto, la vendita dell’isola non è fatta in completa malafede; e anche l’idea di lasciarvi i Renzelli è legata alla convinzione, da parte della contessa, che questi abbiano il motoscafo a disposizione. Certamente la Federici è una donna con pochi scrupoli, basti ricordare la scena della pistola, tra le tante, ma, come ricorda anche Viviana, è lei che si interessa per far scarcerare Giovanni. Intendiamoci: la nobildonna è un pessimo soggetto, bieco e opportunista, e la bravura della Bouchet consiste proprio nel renderlo comunque adorabile, impresa comunque piuttosto semplice viste le sue doti estetiche. Tuttavia si può annotare la capacità di conferire al suo personaggio quella nonchalance tipica di certe persone altolocate che sono talmente inconsapevoli dei loro privilegi da poter quasi esser definite ingenue. Ecco, forse proprio questo delicato equilibrio, per cui si finisce per essere attratti comunque da una donna che al contempo si trovi detestabile, è il vero piccolo valore di Tutti possono arricchire tranne i poveri. Di contro, il punto peggiore del film, finale a parte, è un passaggio in cui Giovanni si dichiara contento perchè viene scambiato per uno dei suoi camerieri. Il concetto, in parte reso del tutto esplicitamente, è che i ricchi non abbiano niente di umano, al contrario delle classi umili. Peccato che per tutto il film i poveri siano stati dipinti in modo del tutto denigratorio: dai parenti di Giovanni, approfittatori e interessati unicamente al proprio tornaconto, allo stesso Giovanni che, alla prima occasione, si comporta da despota nei confronti dei suoi cuochi. Insomma, meno male che c’è la Bouchet, diversamente Tutti possono arricchire tranne i poveri sarebbe completamente da cestinare.





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