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domenica 22 novembre 2020

LE ORME

671_LE ORME . Italia; 1975. Regia di Luigi Bazzoni.

Di Stephanie Sack; 16 agosto 2020.
Non sono mai stata più sola di quando sono stata con altre persone. Questo è uno dei peggiori sentimenti nei mondi conosciuti e sconosciuti.
Se sei da qualche parte dentro o vicino o ti stai avvicinando a quel corridoio di freddo doloroso, per qualsiasi motivo, adesso, ti capisco. Lo capisco. È orribile. No grazie.
Si parla molto di solitudine in questi giorni. Questi sono tempi solitari, eccezionalmente così. Il potere della solitudine, necrotica e nevrotica, ha solo iniziato ad essere studiato come diagnosi piuttosto che come definizione.
Persone sole di ogni provenienza si identificano attraverso una sorta di un codice hanky, un codice fazzoletto. Questi tipi di indizi sono, sorprendentemente, ovunque. Le fedi nuziali, ad esempio, sono la versione eteronormativa di un codice fazzoletto. È divertente osservare chi indossa e chi non indossa una fede nuziale, sia in un film che altrove. Sono informazioni sul loro rapporto con la solitudine.
Un intero nuovo movimento di uomini solitari ha abbracciato la propria alienazione come identità, brandendo il loro impotente grido di guerra attraverso un linguaggio sintetico stranamente simile al gergo velenoso di 1984 e alla calunnia shakespeariana in Arancia meccanica. Dalle espressioni colloquiali sottotitolate della neolingua di Orwell alla cacofonia tinta di slavo di Nadsat, gruppi isolati si affidano ad un linguaggio privato per riconoscere la solitudine negli altri; se questa lingua sia o meno ulteriormente impiegata dagli Incels e dai loro simili per discutere in modo efficiente della solitudine è ancora da determinare.
Persino Dio ha un uomo solitario, un uomo solo con solo pioggia, desiderio e oscurità a tenergli compagnia mentre combatte una battaglia solitaria del dopoguerra contro le macchine di Manhattan, sia attraverso il taxi che pilota teso che il gruppo politico su cui si fissa concisamente. L'implacabile intimità di questo isolamento attraverso la tecnologia, che sia automobilistica o automatizzata, è assolutamente reale.
La solitudine al cinema, se fatta bene, è sublime.

Come deve sentirsi solo il dottor Harford nel suo costume di cattivo gusto in quel più rococò dei cocktail party. Quanto deve sentirsi solo Jeffrey Beaumont in quell'armadio, improvvisamente spinto ulteriormente in misteri pericolosi per i quali gli manca del tutto l’innato linguaggio per poterli descrivere. Com'è solitario Travis Bickle nel taxi, nel teatro porno, allo specchio.
Queste sono immagini potenti e provocatorie.
E queste immagini torreggianti di epica solitudine cinematografica sono tutte di uomini.
Uomini bellissimi. Uomini complicati. Uomini intelligenti. Uomini che stanno cambiando. Uomini che vogliono essere buoni. Uomini che si comportano in modo folle.

Ho passato molto tempo con questi uomini sullo schermo. Ho passato molto tempo con questi uomini fuori dallo schermo. Mi piace passare il tempo con entrambi.
Certamente, la solitudine vive precariamente vicino alla disperazione nelle teste e negli ologrammi di ogni genere e genetica. La solitudine di un uomo, invece, è un'esperienza diversa e quindi un'espressione diversa da quella di una donna. Mentre la topografia butterata della solitudine maschile viene regolarmente fotografata da registi pluripremiati e celebrata da serie di podcast rivoluzionarie, le coordinate della solitudine sono percepite e ricevute in modo diverso dalle donne e, come tali, sono impresse in modo diverso sulle pellicole dei film.
La solitudine di una donna è sottile e vaporosa, sussurrata e fragile, ed è spesso profondamente fraintesa per tutti i tipi di ragioni strazianti sia da lei che da coloro che ama di più, di solito i più vicini a lei. Bambini. Mariti. Partner. Amanti. Genitori. Amici. Famiglia. Tutti.
La solitudine delle donne sospira mentre si dispiega. È diffusa, senza direzione, drenante. È vergognosa. È noiosa. È estenuante. È alienante. È soffocante. Le conversazioni iniziano e finiscono, ma finiscono male. Le domande vengono scambiate per accuse. Tutto è sbagliato, ma niente è sbagliato e tutto fa male. Ed è uno stato sfuggente di cui non si parla spesso, figuriamoci catturato da registi di qualsiasi epoca / credo / lignaggio.
E quando questo luogo informemente femminile della solitudine priva di ossigeno viene autenticamente catturato ai confini di un film, specialmente quando è osservato, rivelato e preservato da un uomo, è oltre il sublime.
È trascendente.

Nel Giallo Le Orme di Luigi Bazzoni del 1975, le urla silenziose di un astronauta deliberatamente abbandonato da un diabolico e infido dottore per soffocare sulla luna, infestano i giorni e le notti di una donna che sembra essere l'unica a conoscenza di un mistero angosciante su chi è adesso e chi era.
Rilasciato a metà del decennio più celebre del genere, Le Orme offre le idee alla base dei Gialli di depistaggio narrativo e ruminazioni ossessive come concetti intrecciati sia visivamente che tematicamente. Splendidamente fotografato in Turchia da Vittorio Storaro, uno dei direttori della fotografia più esperti e sensibili d'Italia, con il blu succulento e i magnifici verde-acqua accostati a sfumature incandescenti di giallo, collegando piacevolmente i punti della trama attraverso l'aperta dipendenza del film da paesaggi saturi di sole e colori ricoperti di caramello, per telegrafare segretamente la confusione e l'isolamento di una donna.
Sorprendentemente, tuttavia, l'esame di questo film sulla solitudine di una donna è incorniciato sia dalla rappresentazione che dall'immaginario della fantascienza del dopoguerra. L'idea di scienziati pazzi che arenano i cosmonauti su una desolata superficie lunare parla delle ansie dell'era dei jet per il carburante per missili della corsa allo spazio proveniente direttamente dal più segreto dei laboratori dell'Europa centrale. Il fatto che il personaggio principale del film abbia visto questa storia in televisione da bambina rivela anche non solo la profondità di queste preoccupazioni nel dopoguerra, ma anche la loro ampiezza nel corso dei decenni. Queste paure sono diventate, negli anni della formazione di questa donna, così onnipresenti da essere foraggio per la tivù a tarda notte.

Traduttrice di lingue, Alice Cespi (la straordinaria Florinda Bolkan) è abituata ad uno stile di vita solitario in città grazie alla sua capacità di trasformare efficacemente le parole in pensieri, i pensieri in idiomi e gli idiomi in parole. Vive da sola, svolge i suoi incarichi di lavoro da sola e, prima di andare a letto da sola, prende delle pillole, apparentemente per affrontare l'insonnia in corso. Una donna intelligente e capace che fa affidamento sul suo intelletto per garantire la sua indipendenza, Alice ha persino i mezzi per ottenere scorciatoie artificiali come il dolce narcotico del sonno. La sua solitudine la tiene sveglia fino a tarda notte, altrimenti.
I suoi bellissimi occhi scuri, a mandorla e imperturbabili, sono offuscati sia dalla trasparenza della medicina che dall'opacità della malinconia ("Ho scelto te perché i tuoi occhi hanno conosciuto la fame", disse una volta un regista italiano dopo il casting a Ms Bolkan). I suoi capelli scoloriti sono tagliati in modo conservativo, la sua figura femminile è avvolta in un abito grigio professionale. Questa è una vita da sola con comodità urbane ed eleganti posacenere per i compagni più intimi.
Il lento e strano viaggio di Alice da e verso le sue impronte lunari include una manciata di figure retoriche tipiche dei Gialli; un paio di forbici impugnate giocano un ruolo in un impulso di violenza improvviso dopo un lungo atto di intimità dilatato e una parrucca trovata in un'alcova boscosa funge da catalizzatore in un mondo Déjà Vu in cui i vestiti di ragnatela del sole più dolce sembrano abbinarsi ai suoi riccioli un tempo fluenti di rosso tiziano. Le inquietanti alleanze visive e le storie nebulose tra l'Occidente e l'Oriente diffondono ulteriormente il mutevole senso di sé di Alice tra le ombre mentre si siede e medita in una nauseabonda solitudine vicino al mare bizantino.

In uno dei finali più scoraggiati del genere, la narrativa lineare del film implode con un taglio incruento ma brutale, condannando e dissipando il crescente senso di desolazione di Alice con un'incisione strutturale così clinica e crudele che potrebbe essere eguagliata solo dagli ordini spietati una volta dati contro astronauti abbandonati da sadici scienziati dell'era spaziale. Ciò che prima era codificato con ambivalenza ellittica è ora messo in luce come plausibilità dolorosa. Forse le pillole che Alice prese non erano soporifere ma antipsicotici. Forse le forbici erano quelle che furono poi usate per tagliare le sue ciocche rosse una volta fluenti e femminili mentre veniva scortata involontariamente a lasciare le sue impronte sulla luna.
Questa è l'anima di una donna che si frantuma nell'interpretazione senz'aria del proprio isolamento. È qui che la sua solitudine sconfina e poi trascende i confini deprimenti e diluiti della realtà.
Ed è sublime.



[Traduzione di Giorgio Vernocchi; spero di avere reso, almeno in minima parte, la potenza evocativa del pezzo originale di Stephanie, che ringrazio calorosamente per il suo prezioso contributo a QuandolacittàDorme. Grazie Stephanie! ]

Stephanie Sack, AKA voluptuousrobot, identifies as a Cosmic Hostess, gothy AF, Chicago native, hot yoga junkie, UFO valet, film snob, and total weirdo.


Le Orme , Italia 1975; di Luigi Bazzoni

La prima immagine è un punto azzurro nel blu; un carrello in avvicinamento ci permette di capire che quella palla che si ingrandisce sempre più è la luna. Già qualcosa non torna: le immagini sono a colori ma sembrano la semplice colorazione monocromatica di un bianco e nero. Poi compare una navicella spaziale che procede all’allunaggio. L’immagine successiva è ulteriormente spiazzante: le gambe di un astronauta, si capisce dalla tuta spaziale, sono trascinate lasciando due solchi sulla polvere lunare. La luna è da sempre associata alla camminata, dal famoso passo di Armstrong in poi; tutto ci si può attendere tranne che un uomo sia trasportato di peso sul nostro satellite. Qualcosa deve essere andato storto nelle fasi di perlustrazione, è probabilmente il primo pensiero che può venire in mente allo spettatore, e ora l’astronauta ancora sano soccorre il collega. Una missione lunare non lascerebbe intendere troppe possibilità narrative in questo frangente; invece siamo di fronte ad un’altra soluzione inaspettata. L’uomo privo di sensi è infatti deliberatamente lasciato sulla Luna dal compagno, che ora se ne va a bordo dell’astronave. E se la grave musica classica può sembrare più consona ad un’ambientazione spaziale e quindi fornire almeno una sponda abituale allo spettatore, quando il significato delle immagini assume un tono inquietante si fa strada lo splendido e dolce tema musicale opera di Nicola Piovani che, visto il contesto, ci riserva sorprendentemente un disagio sottile. Quello descritto è l’incipit dello splendido Le orme di Luigi Bazzoni che, in pochi minuti, condensa un saggio dell’atmosfera straniante e depistante dell’intero lungometraggio a seguire. 

E’ un film che non lascia appigli, quello di Bazzoni, e non fornisce àncore di salvezza o salvagenti, nemmeno l’eventuale spiegazione finale in luogo di un lieto fine di cui ovviamente non v’è traccia. A suo tempo, il cinema di genere italiano dei Settanta era snobbato dalla critica; ingiustamente, sia chiaro. Negli anni il costante lavorio di alcuni appassionati, critici di professione o semplici fan, ha sdoganato questi film anche in un’ottica culturalmente alta. Un’opera certamente meritoria ma, in qualche momento forse anche eccessiva: spesso si è letto, ad esempio, di un parallelismo tra opere di Dario Argento e Michelangelo Antonioni tuttavia, nel complesso, l’idea è di considerare il cinema di genere italiano del periodo non un semplice prodotto di cassetta. Sono certamente analisi fondate ma che necessitano sempre di approfondimenti o spiegazioni per comprendere analogie o rimandi che, diversamente, spesso si possono legittimamente anche non cogliere. Le orme, in questo senso, sembra differente: il film di Bazzoni è esplicitamente un film di caratura autoriale, perché il senso di angoscia che lascia nello spettatore è più profondo della maggior parte dei gialli dei settanta. Non deriva, infatti, tanto dai cliché narrativi, che ci sono per rispettare i crismi del film di mero intrattenimento, ma dal senso di spaesamento, di estraneità alla realtà, di angosciosa solitudine della protagonista. 



Il regista emiliano rimarca i suoi ammiccamenti al cinema di genere con alcuni inserti in bianco e nero che rimandano ad opere di matrice fantascientifica, mentre la trama sfrutta la tensione e le ansie che il thriller all’italiana al tempo aveva così ben saputo interpretare. Anche nei film più leggeri del genere, questi elementi mostravano, in modo indiretto, i lati più drammatici della solitudine dell’uomo moderno che diventano invece il fulcro di Le orme. Che è, per la verità, una definizione un po’ impropria, perché Bazzoni dimostra anche di essere in grado di cogliere i temi del suo tempo visto che come protagonista della sua storia prende una donna moderna (e non un uomo). 

E che donna, Florinda Bolkan; ottima attrice, donna bellissima, era anche un’icona del thriller all’italiana (per questo le bastano Una lucertola con la pelle di donna, 1971 e Non si sevizia un paperino, 1972, lavori notevoli di Lucio Fulci), la cui sola presenza rafforza l’appartenenza al genere dell’opera. E in quest'ottica si può considerare la presenza di Nicoletta Elmi (Chi l'ha vista morire? di Aldo Lado e altri thriller nel suo precocissimo curriculum) nei panni della piccola Paola. Il film nel film (inesistente) che, metalinguisticamente, istilla il sogno ad Alice, questo l’adattissimo nome della nostra protagonista, si intitola Orme sulla Luna: ma la nostra ragazza cercherà piuttosto di ritrovare sé stessa con un’indagine che sembra riportarla indietro nel tempo, all’epoca dello stile liberty, a Garma, città turca di fantasia (non a caso) che dà l’idea di aleggiare nel passato. Il cortocircuito epocale, lo sconforto generazionale che le contestazioni e i terribili anni di piombo nel 1975 ormai pienamente sbocciati, avevano lasciato sono quindi perfettamente interpretati da Bazzoni e il suo Le orme, a cui la Bolcan, con il suo sguardo smarrito ma ugualmente affascinante, conferisce il perfetto connubio. Florinda è il perno centrale su cui si poggia l’imbastitura del film e riesce a reggere alla grande il compito: è una donna bellissima ma ha una sponda inquietante che manca a molte altre sue colleghe. Ed è proprio questa sua anima che cristallizza in modo sublime il lavoro di Bazzoni: la modernità che, al netto dei contrasti diffusi, proprio negli anni 70 sanciva il proprio trionfo, trovava nella solitudine della figura femminile, culturalmente da sempre ambasciatrice del concetto primario di società (la famiglia), il suo punto nevralgico. La rivoluzione sessantottina lasciava già alcuni frutti della sua eredità: donne indipendenti, autonome. Sole.
Benvenute.  

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