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mercoledì 26 settembre 2018

PALCOSCENICO

214_PALCOSCENICO (Stage Door). Stati Uniti, 1937;  Regia di Gregory La Cava.

Capolavoro di Gregory La Cava, Palcoscenico è una commedia drammatica, se così si può dire, e la sublime maestria dell’autore è proprio la capacità di reggere due registri, quello leggero e quello più grave, in equilibrio perfetto. Il soggetto è tratto da una pièce teatrale di Edna Ferber e George S. Kaufman, ma La Cava intervenne pesantemente, pare addirittura inventando di sana pianta il personaggio di Jean Maitland che poi sullo schermo una fantastica Ginger Rogers renderà indimenticabile. Perché, come suo consueto, La Cava lascia ai suoi interpreti le briglie lasche in modo da sfruttarne al massimo le capacità recitative. Ginger è affiancata anzi, perlopiù contrastata, da una superba Katharine Hepburn, ma il cast schiera anche Lucille Ball e Andrea Leeds tra le ragazze del pensionato per aspiranti attrici dove è ambientato perlopiù il film; Adolphe Menjou è Powell, impresario della vicenda e unico componente maschile di rilievo. La Cava sfodera una prestazione magistrale nella gestione delle scene corali, dove le ragazze entrano ed escono dallo schermo con delicata sincronia e, contemporaneamente, avvengono più sviluppi narrativi nella stessa inquadratura. A dispetto delle convenzioni del tempo, il regista all’occorrenza muove senza timore la macchina da presa, ma lo fa sempre in modo armonico con la scena complessiva, con una capacità di mise en scène moderna ancora oggi.

Un altro aspetto che è rimasto incredibilmente fresco sono i dialoghi, in particolare quelli taglienti e sarcastici di Jean, il personaggio della Rogers; Ginger al tempo era già una stella famosa per le performance ballerine con Fred Astaire e nel film, in effetti, viene scritturata proprio per un numero di danza. Ma la Jean di Palcoscenico, quando c’è da ballare è troppo distratta da qualche rivale o dalle non gradite avances di qualche intraprendente impresario, e così la Rogers se la gioca maggiormente sulla spiccata simpatia, la battuta sempre pronta, oltre naturalmente al physique du role inappuntabile dalla testa ai piedi.

La Hepburn punta invece un po’ sull’aria zelante e antipatica ma, mancando una controparte maschile con cui battibeccare in eterno, finisce per addolcirsi anche troppo. Naturalmente in La Cava c’è anche il tema del denaro, che l’America che ci racconta il grande regista è sempre piuttosto venale. Ancora una volta, essere ricchi fa la differenza: Terry, il personaggio della Hepburn, non sa recitare, ma otterrà la parte, a discapito della più dotata Kay (Andrea Leeds), perché il paparino è intervenuto di nascosto con del buon foraggio per Powell, l’impresario teatrale. Naturalmente c’è uno sviluppo drammatico, con Kay che si suicida alla fine di una crisi artistico/esistenziale e Terry che, per il senso di colpa, imparerà di colpo a recitare con anima. Ma questo passaggio strettamente narrativo non cambia il senso delle cose: in America, l’acclamata terra delle possibilità per tutti, in realtà le possibilità capitano solo a chi può pagare per averle. E che, anche guardando l’entrata in scena della Hepburn, somiglia moltissimo agli aristocratici europei: in fondo il dollaro altro non è che il sangue blu americano.






Katharine Hepburn




Ginger Rogers







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