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mercoledì 12 settembre 2018

SCANDALO INTERNAZIONALE

207_SCANDALO INTERNAZIONALE (A foreign affair). Stati Uniti 1948;  Regia di Billy Wilder.

Marlene Dietrich è stata qualcosa di unico nella storia del cinema. Spesso accostata alla Garbo, in una gara per chi meritasse maggiormente il titolo di divina, era però l’unica donna che, ai tempi, potesse apparire sullo schermo nell’atto di sputare, senza sembrare volgare. D’accordo, non si tratta di saliva e neppure di un vero e proprio sputo, Marlene si sta semplicemente lavando i denti, però il suo ingresso in scena in Scandalo internazionale di quel geniaccio di Billy Wilder, è qualcosa che solo la diva di origine tedesca poteva permettersi. Naturalmente, essendoci di mezzo Wilder, non si tratta di una cosa gratuita: è l’adeguato biglietto da visita del personaggio interpretato dalla Dietrich, Erika von Schlutow, una maliarda che pare fosse invischiata col nazismo prima della conquista alleata di Berlino. Oltretutto la ragazza ora si esibisce per gli americani come cantante in un night, il che, unito anche ad una certa sua disinvoltura sessuale facilmente intuibile, la dipinge come un personaggio non del tutto irreprensibile. Ma è Marlene, sembra dirci Wilder, e a lei, come anche irrompere sullo schermo con la bocca piena di schiuma di dentifricio, tutto è concesso. Perché la diva aveva un tale carisma, un tale charme, che era tra l’altro difficile, in un certo senso, da gestire; tant’è che Wilder manco ci prova, lasciando che l’attrice stessa si occupi delle luci di scena quando deve recitare. La Dietrich potrebbe anche essere una sorta di corpo estraneo nel film, sebbene inserito in modo credibile.

Scandalo internazionale è in effetti un film che gioca sulle contrapposizioni: una commedia sentimentale, con la storia d’amore tra l’impenitente don giovanni (il capitano John Pringle, interpretato da John Lund) e l’irreprensibile ragazza per bene (Jean Arthur è Phoebe Frost, membro del congresso americano), viene ambientata in un contesto fortemente storico come la Berlino distrutta dai bombardamenti della guerra. Ed è significativo che i protagonisti di questa prevedibile storiella d’amore siano due americani, un militare ed un politico che, in un certo senso, vengono ad imporre la propria semplice ideologia nel cuore dell’Europa. Ed è altrettanto emblematico che Wilder, pur essendo un esule ebreo della guerra, simpatizzi maggiormente col militare; come dire che, se l’azione bellica in questo caso è accettabile di buon grado, quella perbenista e bigotta di cui sono intrise le istituzioni americane (di cui la Frost interpretata dalla Arthur è portavoce) molto, molto meno.

La storia sentimentale è ben condotta da Wilder, che ci regala alcune scene magistrali come quella tra gli schedari dell’archivio; ma l’elemento di vero interesse è legato al contrasto tra Jean Arthur e Marlene Dietrich sullo schermo. Per enfatizzare questo contrasto, per Marlene viene addirittura ingaggiato come pianista il compositore delle musiche de L’Angelo Azzurro, il film che consacrò la diva; la performance canora della Arthur è invece lo sconsolante inno dell’Iowa. E poco prima, le due donne sono apparse nella stessa inquadratura, con un bilancio disastroso per l’attrice americana.
Wilder sembra quindi metterci in guardia: d’accordo, il nazismo è stato tremendo, ma guardando la Arthur (a fianco della Dietrich) si poteva intuire dove ci avrebbe portato il puritanesimo americano.
E adesso lo sappiamo: perbenismo e politically correct fino alla nausea.
Ma, come abbiamo potuto costatare, le cose sarebbero poi peggiorate.








Marlene Dietrich














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