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mercoledì 31 gennaio 2018

DRACULA

94_DRACULA  . Stati Uniti, 1931;  Regia di Tod Browning.

Il film Dracula del 1931 è riconosciuto da tutti come il classico dell’orrore che ha aperto la gloriosa stagione dei film horror della Universal, che lo studio porterà avanti, con alterne fortune, fin quasi agli anni sessanta. I meriti specifici della pellicola dedicata al vampiro, tuttavia, sono spesso riconosciuti un po’ a denti stretti, come se il film di Browning non convincesse mai del tutto, almeno non a livello di meritarsi lo status di capolavoro (che invece gli spetta a pieno titolo). In ogni caso, innanzitutto, c’è da rivedere un pochino la questione della paternità di questo Dracula, che è la prima versione ufficiale e dichiarata dedicata al protagonista del libro di Bram Stoker: se il regista indicato ufficialmente dai credits è appunto il validissimo americano Tod Browning, molte fonti vi affiancano (probabilmente con ragione) il nome del direttore della fotografia, il quotato tedesco Karl Freund. E comunque risulta anche che il regista non abbia avuto l’ultima voce in capitolo sull’opera, in quanto venne escluso dal montaggio finale della pellicola. La genesi particolare di questo film è interessante e magari anche cruciale nel produrre l’atmosfera un po’ indefinita che si respira poi nel vederlo sullo schermo: durante la visione dell’opera si avverte, infatti, un sentimento che sfuma nel disagio e nell’inquietudine, più che provare paura o terrore. E forse, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi, i molti elementi che hanno concorso al risultato finale, lo hanno ottenuto in modo casuale, questo risultato. Perlomeno non deve essere coscientemente voluto da un'unica mente, perché, come abbiamo visto, Tod Browning, che in qualità di regista ufficiale è a rigor di logica la persona che ha influenzato maggiormente l’opera, non ebbe però l’ultima parola; e, a onor del vero, mai aveva avuto, nel merito specifico, carta bianca.


Anzi, lo studio eserciterà un controllo attento sull’operato del regista, fino alla scelta, supportata anche dalla testimonianza di un attore (David Manners che nel film è Jonathan Harker), di sostituirlo nel finale con Karl Freund. Lo stesso studio, nei panni nientemeno che del figlio fondatore della Universal stessa, Karl Laemmle Jr., del resto, aveva ingaggiato Bela Lugosi per il ruolo di Dracula, scavalcando ogni velleità del regista di esprimere la propria opinione. Ma va detto che, per questo specifico caso, si trattava di una scelta logica, visto che la Universal aveva acquistato i diritti della versione teatrale di Dracula, una rappresentazione nella quale spiccava in modo eclatante l’interpretazione dell’attore ungherese nel ruolo del conte.

Quindi, l’impianto teatrale, che lo studio ci tenne a non sconfessare, essendo più economico rispetto ai set richiesti da un film più spettacolare, è un primo elemento che deriva dalla scelta del soggetto, ovvero non tanto il libro Dracula di Bram Stoker ma la sua versione adattata al palcoscenico. A questo punto è opportuno considerare l’importanza della presenza di Bela Lugosi nella definizione del personaggio protagonista: la versione elegante, distinta, raffinata, il fascino da gran seduttore, sono tutte caratteristiche da ricondurre all’istrionico attore. Del resto Lugosi era appunto l’interprete anche della rappresentazione teatrale da cui il film fu tratto e quindi la sua influenza sulle connotazioni del vampiro è indiscussa. Per valutarne l’importanza, basta confrontare il suo Dracula con il Nosferatu di Murnau; quello era un vero mostro, mentre il conte di Lugosi è un uomo, soprattutto per le raffinate ragazze inglesi della storia, dannatamente affascinante. Qui forse è il caso di cominciare a parlare dei primi meriti riconoscibili al regista: è probabile che Lugosi avesse la tendenza a enfatizzare eccessivamente queste sue caratteristiche, era pur sempre abituato al teatro, e il rischio di rovinare il tutto con una interpretazione troppo sopra le righe era da considerare. Invece per tutto il film, fatto salvo forse un po’ il finale, lo stile recitativo dell’attore ungherese è trattenuto, sospeso, e questo è uno degli elementi che conferisce maggior sensazione di disagio, di irrequietezza interiore, alla pellicola.

E il fatto che questa scelta stilistica recitativa di Lugosi si integri perfettamente nel quadro generale della messa in scena della pellicola, ci rende lecito pensare che sia merito di Browning. Un altro aspetto importante è la solennità della stessa messa scena, con lenti movimenti di macchina che ci introducono nelle maestose scenografie; Browning rende quindi il nostro approccio alla storia circospetto, ossequioso, intimorito, e in questo gli è di grande aiuto il lavoro di Charles D. Hall, uno scenografo di assoluto valore. Le ambientazioni, soprattutto quelle della prima parte rumena su cui spicca la visita di Renfield (il bravissimo Dwight Frye) al castello, sono vaste, imponenti e, immerse come sono nella loro oscurità, incutono paura di un pericolo ignoto che si può celare in uno dei molti spazi in ombra. Ottima anche la scelta del tema musicale, Il lago dei cigni di Tchaikovsky, sebbene in origine limitata ai titoli di testa: la melodia è infatti perfetta per preparare una leggera increspatura d’inquietudine nello spettatore fin già dall’incipit.

Infine tra i significati dell’opera, la metafora sessuale che viene abitualmente abbinata al mito del vampiro, è certamente sviluppata bene da Browning che dipinge un Dracula seduttore e in apparenza assolutamente rispettabile. Non vengono mai mostrati esplicitamente i morsi alla gola o i canini accentuati del vampiro e nemmeno si insiste sulle due piccole ferite che egli lascia sul collo delle vittime. Il mostro, il diverso, non è così mostrato come qualcosa di deforme (ad esempio il già citato Nosferatu di Murnau) ma nemmeno troppo pittoresco od eccentrico come forse avrebbe finito per essere Lugosi se avesse potuto andare a briglia sciolta. Il male, sembra dirci quindi il regista, si può annidare dietro le apparenze più rispettabili. Ma, al di là di questi significati simbolici e metaforici della storia narrata, il film ha una sua importanza superiore, visto anche nel contesto generale del tempo.



Spesso si cerca una motivazione specifica che giustifichi un determinato film dell’orrore (ad esempio quella citata sessuale per il mito del vampiro) dimenticando, forse, che la paura è un sentimento atavico e innato nell’essere umano. E’ quindi quasi fisiologico che, a fronte di determinati periodi storici, nel pubblico nasca una sorta di necessità di avere paura, di veder cristallizzato, materializzato sullo schermo, qualcosa di cui aver paura per poter sfogare un sentimento interiore crescente ma che non ha ancora avuto modo di sgorgare liberamente. 

Nel 1931 negli Stati Uniti si era nel pieno della Grande Depressione, in Europa ci si preparava, con l’avvento di feroci dittature, ai nefasti tempi della Seconda Guerra Mondiale. Se, a livello cinematografico, l’espressionismo tedesco si era nutrito di questo humus, Dracula di Tod Browning è forse il primo film che utilizza il cinema hollywoodiano di genere horror con lo stesso meccanismo in quella fase storica. Mettere in scena la paura, dare uno sfogo sullo schermo cinematografico alle inquietudini e alle paure del periodo: e, per farlo, non serve cercare chissà quali pretesti narrativi moderni o attuali, si può tranquillamente attingere alla florida tradizione europea o alla letteratura del secolo precedente. Non è tanto importante di cosa si ha paura, ma è necessario sfogarla; per questo, i successivi film Universal degli anni 30, quelli del famoso Dark Universe, sono popolati da mostri provenienti dal folklore europeo (licantropi), dall’antichità (la mummia) o dai romanzi gotici del Romanticismo (Frankenstein), e non da qualche entità più contemporanea o contingente alle reali insidie. E Dracula di Tod Browning assolve alla perfezione al compito di sorta di apripista di questo nuovo corso, perché introduce nello spettatore un inquietudine sottile, quasi preparatoria: il peggio deve ancora venire, sembra sussurrarci il regista. 
E aveva ragione.   

   
Helen Chandler





Frances dade



2 commenti:

  1. proprio ieri sera mi sono riletto "Horror Cico", di Tiziano Sclavi... nel finale il messicano si rivolge ai mostri dicendo loro "e mi raccomando, di tanto in tanto continuate a mettere paura alla gente, che ne ha un gran bisogno"... :))

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