1785_L'ARMATA A CAVALLO (Csillagosok, katonàk). Ungheria, Unione Sovietica, 1968; Regia di Miklòs Jancsò
Nel pieno della formazione del suo stile cinematografico, il
regista ungherese Miklós Jancsó dirige L’Armata
a Cavallo, un film ambientato nella cosiddetta guerra sovietico/polacca.
Come in molte altre storie belliche che si svolgono dopo la caduta del regime
zarista, anche qui la lotta di potere è tra bianchi
e rossi. I riferimenti storici che ci
fornisce Jancsó sono però minimi: è chiaro che i bianchi sono per la restaurazione di un regime tradizionale mentre
i rossi sono i bolscevichi
rivoluzionari, ma il racconto non aggiunge niente in quest’ottica. La costante
presenza del fiume Volga sullo schermo, unita a qualche riferimento negli
asciutti dialoghi e alla didascalia iniziale, ci conferma che gli eventi si
svolgono in Russia, ciononostante la presenza di ungheresi nelle truppe
schierate è folta. La dinamica degli avvenimenti è fortemente stilizzata e, in
un certo senso, ricorda quella di un balletto: i rossi sorprendono i bianchi,
ne stanno decidendo la sorte quando, sopraggiungono altri bianchi e la situazione si ribalta. E via di questo passo. Gli
ungheresi sono prigionieri di guerra e vengono arruolati nelle armate rosse, ma
la loro presenza in un simile contesto è lasciata senza motivazione anche se
appare evidente che L’Armata a Cavallo
non sia un’opera dalla quale pretendere di farsi un’idea nel merito storico dei
fatti. I dialoghi scarni, spesso semplici ordini ripetuti in modo meccanico da
esponenti ora di una ora dell’altra fazione, manifestano la mancanza di senso
di tutta quanta la vicenda. Persino le infermiere vengono coinvolte nelle beghe
militari, costrette a collaborare e poi punite per averlo fatto. La violenza e
il sopruso, l’uso della forza come metodo per relazionarsi con l’altro, sono ostentanti in modo
esplicito. Jancsó non supera mai un certo limite, nel mostrarne gli eccessi,
almeno non esplicitamente ma, avendo il film una matrice fortemente simbolica,
l’idea che ne scaturisce è alquanto vivida. Il ripetersi delle stesse
situazioni per tutta la durata del film dovrebbe, in linea teorica, venire a
noia ma questo pericolo è scongiurato dalla superba messa in scena del regista.
I suoi piani sequenza, i movimenti della sua macchina da presa, il notevole
bianco e nero della pellicola in grande formato, le coreografie delle masse
sullo schermo: il risultato è praticamente ipnotico. Il suggello di questa
eccellente mise-en-scène è il finale,
con la battaglia che sembra davvero una coreografia studiata a tavolino e il
successo delle armate bianche che appare
inevitabile e che, in effetti, ottusamente non viene evitato dai rossi. Un’ ulteriore negazione della
Storia. Aver rispetto per la quale, evidentemente, Jancsó riteneva meno
rilevante in confronto all’esporre il suo essere priva di senso.





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