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domenica 25 gennaio 2026

L'ARMATA A CAVALLO

1785_L'ARMATA A CAVALLO (Csillagosok, katonàk). Ungheria, Unione Sovietica, 1968; Regia di Miklòs Jancsò

Nel pieno della formazione del suo stile cinematografico, il regista ungherese Miklós Jancsó dirige L’Armata a Cavallo, un film ambientato nella cosiddetta guerra sovietico/polacca. Come in molte altre storie belliche che si svolgono dopo la caduta del regime zarista, anche qui la lotta di potere è tra bianchi e rossi. I riferimenti storici che ci fornisce Jancsó sono però minimi: è chiaro che i bianchi sono per la restaurazione di un regime tradizionale mentre i rossi sono i bolscevichi rivoluzionari, ma il racconto non aggiunge niente in quest’ottica. La costante presenza del fiume Volga sullo schermo, unita a qualche riferimento negli asciutti dialoghi e alla didascalia iniziale, ci conferma che gli eventi si svolgono in Russia, ciononostante la presenza di ungheresi nelle truppe schierate è folta. La dinamica degli avvenimenti è fortemente stilizzata e, in un certo senso, ricorda quella di un balletto: i rossi sorprendono i bianchi, ne stanno decidendo la sorte quando, sopraggiungono altri bianchi e la situazione si ribalta. E via di questo passo. Gli ungheresi sono prigionieri di guerra e vengono arruolati nelle armate rosse, ma la loro presenza in un simile contesto è lasciata senza motivazione anche se appare evidente che L’Armata a Cavallo non sia un’opera dalla quale pretendere di farsi un’idea nel merito storico dei fatti. I dialoghi scarni, spesso semplici ordini ripetuti in modo meccanico da esponenti ora di una ora dell’altra fazione, manifestano la mancanza di senso di tutta quanta la vicenda. Persino le infermiere vengono coinvolte nelle beghe militari, costrette a collaborare e poi punite per averlo fatto. La violenza e il sopruso, l’uso della forza come metodo per relazionarsi con l’altro, sono ostentanti in modo esplicito. Jancsó non supera mai un certo limite, nel mostrarne gli eccessi, almeno non esplicitamente ma, avendo il film una matrice fortemente simbolica, l’idea che ne scaturisce è alquanto vivida. Il ripetersi delle stesse situazioni per tutta la durata del film dovrebbe, in linea teorica, venire a noia ma questo pericolo è scongiurato dalla superba messa in scena del regista. I suoi piani sequenza, i movimenti della sua macchina da presa, il notevole bianco e nero della pellicola in grande formato, le coreografie delle masse sullo schermo: il risultato è praticamente ipnotico. Il suggello di questa eccellente mise-en-scène è il finale, con la battaglia che sembra davvero una coreografia studiata a tavolino e il successo delle armate bianche che appare inevitabile e che, in effetti, ottusamente non viene evitato dai rossi. Un’ ulteriore negazione della Storia. Aver rispetto per la quale, evidentemente, Jancsó riteneva meno rilevante in confronto all’esporre il suo essere priva di senso.  






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