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venerdì 5 gennaio 2018

COLAZIONE DA TIFFANY

81_COLAZIONE DA TIFFANY (Breakfast at Tiffany's). Stati Uniti, 1961;  Regia di Blake Edwards.

Alla base di Colazione da Tiffany c’è il romanzo di Truman Capote, e l’autore del libro fu una delle voci più critiche nei confronti della pellicola di Blake Edwards che, al contrario, in genere è sempre stata gradita sia al pubblico che alla critica. Il romanzo è certamente più diretto ed esplicito, ma Edwards in esso vi colse più che altro quegli aspetti utili per farne una commedia sofisticata e sentimentale, che avrebbero potuto avere una maggiore condivisione con il grande pubblico, come in genere è deputato ad un film quando traduce su pellicola un libro. Questi elementi, che erano per altro piuttosto superficiali, vengono sfruttati magistralmente dal regista statunitense per farne proprio il perno dell’opera, cogliendo quindi pienamente nel segno lo spirito della commedia americana che, per essere degna di questo nome, deve sempre avere un lato in qualche modo graffiante sotteso ad uno più frivolo. Accompagnandola ad un commento sonoro d’eccezione, opera di Herny Mancini (fantastica la canzone Moon river, tema dell’intero lungometraggio), nella pellicola il regista mette sotto la lente dissacrante del suo obiettivo quella stessa protagonista nel medesimo tempo in cui sembra cucirle addosso la perfetta storia che incarni l’essenza più moderna della femminilità, sia nelle sfumature classiche che in quelle più innovative e legate agli anni 60 appena cominciati. La protagonista del film è Audrey Hepburn che già con la sola presenza pone in campo quelle ambiguità che l’attrice inglese aveva naturalmente in dote: pur essendo molto bella, Audrey lo era finanche in modo eccessivamente pudico, e in lei era davvero difficile scorgere allusioni sessuali.

Se fino allora era stato questo suo aspetto ad essere esaltato, si pensi a Vacanze romane che le valse l’Oscar per la sua ingenua interpretazione priva di malizia, oppure al  guardaroba chic e alla moda di Sabrina, fino alla riuscita interpretazione di una suora in Storia di una monaca, Edwards è forse il primo che coglie la contraddizione di fondo che l’immagine della Hepburn veicola. Perché la figura praticamente asessuata, a cui la ragazza poteva rispondere perfettamente coi capelli corti alla maschietto o con l’assenza di curve, era certamente l’ideale delle esigenze censorie come anche di un certo gusto glamour, e perfino alle istanze moralistiche o femministe; ma erano tutte visioni in qualche modo ipocrite in quanto il sesso è una componente della vita e non solo del cinema o della moda. 

E l’ammiccante figura di Audrey Hepburn, tanto bella quanto innocente, donna d’alta moda ma anche sbarazzina come un maschietto, era infatti un’immagine ambigua, che diceva e non diceva, che tirava il sasso e nascondeva la mano; ma poteva efficacemente essere usata anche nella direzione opposta rispetto a quanto fatto fin’ora. Ed ecco che Edwards ce la propone quindi come squillo di lusso, come accompagnatrice sofisticata, e bastano solo pochi fotogrammi per far entrare questa nuova versione di Audrey Hepburn nella storia dell’iconografia hollywoodiana su un piano nettamente più elevato rispetto a tutte le precedenti apparizioni dell’attrice. Per la verità l’immagine più riuscita e soprattutto più efficace è quella del manifesto, che è un disegno che coglie tutte le potenzialità ed è al contempo tanto superficiale (in sostanza è solo una sorta di messaggio pubblicitario) interpretando in questo esattamente lo spirito dell’operazione di Edwards. La superficialità è infatti il tema portante del film: evocata già dal rimando nel titolo (Tiffany, la famosa gioielleria, che nell’opera è contrapposta e surclassa, almeno nell’ottica proposta, la biblioteca) è continuamente richiamata, dai tanti riflessi (nelle vetrine della gioielleria in primis), e da tutte le grandi superfici di poco spessore, come le lenti dei grandi occhiali scuri, le tende e i separé degli appartamenti dei due protagonisti.


E qui dovremmo dire il nome dei due personaggi, ovvero Holly Golightly (la Hepburn) e l’inquilino del piano di sopra Paul Varjak (George Peppard), sperando che siano quelli buoni visto che per tutto il film i nomi vengono cambiati e, ad esempio, nel momento critico, quando l’uomo deve telefonare ad un amico di Holly per cavarla dai guai, questi lo riconosce solo quando il nostro Paul gli si presenta sotto il nome di ‘Fred bello’. Del resto ad un certo punto i nostri si procurano delle maschere per bambini (rubandole, proprio come ragazzini), di un cane per lui e di un gatto per lei: vi si può leggere un riferimento all’immaturità (rimarcato poi dall’incapacità della giovane a reggere la cattiva notizia che le verrà comunicata in seguito) e alla superficialità per cui i due individui (ma l’attenzione è focalizzata maggiormente su Holly che mette alla prova l’uomo su un’azione tanto infantile) non sono che mascherine. E naturalmente simbolo di questo superficiale modo di rapportarsi è il gatto della donna, che è esplicitamente e volutamente lasciato senza nome. 


Lo stesso comportamento non-sense della ragazza è un altro aspetto che rimarca l’estrema frivolezza di un certo mondo, dove si fanno le cose senza un motivo specifico se non quello di non averle mai fatte. L’inconsistenza della donna è poi definita anche dal suo rimanere costantemente in moto, il suo spostarsi da un luogo all’altro quando le situazioni, sviluppandosi, inevitabilmente si complicano un po’ (il marito che arriva a reclamarla indietro in California) e perdono la connotazione superficiale tanto cara alla ragazza. In questo senso funziona anche la continua ripetizione della perdita delle chiavi del portoncino del palazzo (che comporta ogni volta il coinvolgimento dell’inquilino di origine asiatica dell’ultimo piano che, arrabbiandosi sempre di più, permette di alleggerire il tono romantico con intermezzi umoristici). 

Se quindi la Hepburn incarna alla perfezione un ideale più moderno di donna, meno legata al sesso, come il suo fisico nella quasi assenza di curve evidenzia (cosa rimarcata più volte nel film stesso), la trasformazione non sembra convincere Edwards, che nel suo racconto filmico anzi demolisce, seppure a suon di mezzi sorrisi, la figura incarnata dell’attrice. E allora il lieto fine, che tanto non piacque a Truman Capote, l’autore del romanzo, e che può far storcere la bocca a coloro i quali non amano i finali sentimentali, diventa invece il pezzo forte dell’intera opera.
Su un taxi, in direzione aeroporto, a cui si reca per imbarcarsi verso il Brasile, Holly abbandona il fedele gatto in un vicolo sotto la pioggia battente e respinge l’ultima offerta di Paul, che esce dalla vettura e dalla vita della donna. Ma poi, finalmente, qualcosa si muove anche dentro la ragazza, che compie l’unica decisione sentita del suo film: scende anch’essa dal taxi, e sotto l’acqua corre a ritrovare l’uomo e il povero felino. E Audrey Hepburn, sotto la pioggia scrosciante che le bagna i capelli, il viso, i vestiti, mostra finalmente la sua fulgida, vera e sensuale bellezza.

Audrey Hepburn









1 commento:

  1. un classico...
    il finale con il gatto è commovente :-)

    hai voluto giocare con breve anticipo rispetto all'anniversario del film ;)

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