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venerdì 19 gennaio 2018

JOHNNY GUITAR

88_JHONNY GUITAR . Stati Uniti, 1954;  Regia di Nicholas Ray.

I titoli di testa di Johnny Guitar di Nicholas Ray sono abbastanza semplici, almeno in apparenza: scritte gialle su sfondo blu. Ma se un particolare curioso può passare inosservato, ce n’è almeno un altro che salta subito all’occhio: è infatti insolito che in un film che ha per titolo l’appellativo di uno dei personaggi, questo non sia quello interpretato dalla star più importante, (che per di più poi si scoprirà essere la vera protagonista della storia). E i titoli di testa evidenziano bene questa anomalia: il nome di Joan Crawford appare subito dopo quello della produzione ed è scritto in grande; solo poi arriva Johnny Guitar, il titolo del film, scritto meno in grande. E' Sterling Hayden l’attore a cui spetta il ruolo di Jonny Guitar, eppure il suo nome è messo in seguito, insieme ad altri coprotagonisti, in caratteri ancora più piccoli. E’ chiaro che la protagonista del film è Vienna, il personaggio della Crawford; ma allora perché la pellicola si intitola Johnny Guitar? E a questo punto tanto vale notare, sebbene sia un particolare di cui è difficile accorgersi senza la dritta giusta, come sia curioso che lo sfondo di questi titoli di testa sia proprio un bel blu intenso, quando in tutto il lungometraggio il regista Nicholas Ray ha praticamente bandito quel colore, per via dei problemi tecnici legati all’uso del Tru-color nella fotografia della pellicola. Perché Ray in Johnny Guitar lavora molto sui colori: ad esempio con gli abiti di Vienna, che si cambia nel corso della storia ben sei volte e i cui colori indossati, sgargianti o cupi, aiutano ad ambientare il tenore della scena. Impressionante, in tal senso, la resa del largo vestito bianco con la quale, durante la notte, la donna finisce al cappio e sta per essere impiccata (!).

Lo stesso Johnny Guitar le fa osservare come la si noti come se fosse una lampada accesa. Ma torniamo al principio, ai titoli di testa. Da questi pochi particolari possiamo subito dedurre come Ray sia da una parte fuorviante, dall’altra molto scrupoloso nel non lasciare nulla al caso. Lo si può ben dire perché poi tutta la pellicola conferma quei due piccoli indizi, che diversamente sarebbero trascurabili. Innanzitutto la protagonista è una donna, Vienna, il che è un fatto insolito per un western; ma ancora più singolare è che anche la sua rivale sia di sesso femminile: Mercedes McCambridge nel ruolo di Emma. Gli uomini sono relegati al ruolo di contorno, compreso il Johnny Guitar che presta il nome al lungometraggio. 

Che poi in realtà non è il vero nome, in quanto il nostro si chiama Johnny Logan; quindi il nome che da’ il titolo al film è quello di uno soprannome, il che non sarebbe nemmeno strano, in un western. La cosa strana è che Johnny si spaccia per Guitar solo nella prima sequenza, ma già nella quale sostanzialmente parcheggia la chitarra per tornare ad usare i tipici strumenti del far west, ovvero le mani e la pistola. Ma non possiamo già liquidare la questione femminile di cui abbiamo solo accennato: in realtà, se Vienna è una donna (e che donna, è nientemeno Johan Crawford, la diva degli anni 30 e 40) ad un certo punto uno dei suoi dipendenti dice: mai vista una donna più uomo di lei. E qui si aprono quindi altre diramazioni nell’architettura di questa sorta di labirinto di scatole cinesi che è una storia che non lascia mai allo spettatore la possibilità di accettare pacificamente le apparenze.

Perché abbiamo un western, genere maschile per eccellenza, con protagonista una donna, (ed è donna anche l’antagonista), ma non è una donna qualunque, è una diva, sebbene un po’ attempata (50 candeline per la Crawford) ma ci dicono che non se ne è mai vista una più uomo di lei. Una serie di stranezze e contraddizioni sancita dall’ultima affermazione. E l’attore che ci confessa questa cosa, guarda nella macchina da presa: non è un particolare da poco, sottintende una matrice metalinguistica dell’opera. In pratica il regista si rivolge allo spettatore tramite il suo personaggio; ma è una consuetudine che a Hollywood non è affatto frequente, se non in casi particolari come, ad esempio, nelle comiche di Stanlio e Ollio. Non è certo comune in un film classico come un western. Insomma, tutta la pellicola è intrisa da questo tipo di contraddizioni: per fare altri esempi, le scene girate all’aperto non danno mai la sensazione di libertà tipica del western, anzi, si potrebbe dire che sono claustrofobiche. 

Il luogo che ospita la vicenda è chiuso da un lato da una montagna, che oltretutto si presenta subito minacciosa per via delle frane causate dalle esplosioni per i lavori della ferrovia. Poi c’è il locale di Vienna, addossato ad una roccia; e quando vi arriviamo con Johnny Guitar all’inizio del film, c’è una tempesta di sabbia che impedisce di vedere alcunché. Il gruppo di Ballerino Kid (uno dei personaggi della vicenda, interpretato da Scott Brady e che in lingua originale è Dancin’ Kid, soprannome che suona decisamente meglio rispetto alla traduzione italiana) ha per covo una miniera in cui vi si arriva da un passaggio sotto una cascata, e non ha altre vie di fuga. Di contro, il saloon di Vienna, dove si svolgono molte scene d’interno, sembra ampio; sebbene la parete di roccia che lo caratterizza è un elemento completamente fuori posto e contribuisce ad una sensazione straniante.

Insomma, Ray non vuole favori, non si affida a nulla di quanto già previsto, consueto, oliato, codificato. Il cinema non è questo, sembra volerci dire, non è nelle regole dei generi, nelle consuetudini che, se rispettate, permettono di imbastire un film praticamente senza sforzo e senza metterci un minimo di creatività. Ray azzera tutto, gira un western, che è il più classico dei generi, ma non rispetta nessuna regola. Nemmeno quelle narrative degli sceneggiatori di Hollywood, perché la sua storia lascia tantissimi punti interrogativi: chi ha fatto la rapina alla diligenza? Cosa successe tra Johnny e Vienna? Perché Emma odia in modo così feroce Vienna? Ci sono imbeccate, rimandi, ma niente di preciso; a Nicholas Ray non interessa tutto ciò.
Al regista americano interessa il cinema, interessa, ad esempio, la dimostrazione di come la capacità di interpretazione possa cambiare completamente il valore di una scena. Come nella scena notturna, dove Johnny chiede a Vienna di ripetergli quelle frasi amorose che un tempo i due si scambiavano; e la Crawford le recita meccanicamente, con tutta l’altera freddezza di cui è capace. Ma poi la scena prosegue e Vienna rivela, lacrime agli occhi, che i suoi sentimenti non sono cambiati. Un passaggio di grandissima intensità, in cui la diva sfoggia tutto il suo talento. Oppure a Ray interessa sottolineare l’importanza dei caratteristi, quando Tom (e il bravo John Carradine che lo interpreta, insieme a lui) prende tragicamente il centro della scena e, metalinguisticamente, si compiace per una volta di essere il protagonista. Un bel tributo a quegli attori che rendono credibili e piacevoli i film, senza avere mai la soddisfazione di finire sotto i riflettori. 


E sono tanti i momenti alti, nel film, con l’incendio del locale di Vienna, la tentata impiccagione della stessa o il duello finale che oppone le due donne della pellicola. Ma per capire la grandezza dell’opera basta la prima strepitosa sequenza, composta, tanto per cambiare, da una serie di fatti insoliti e bizzarri: Johnny Guitar arriva a cavallo e rischia di venire travolto dai massi scaturiti da esplosioni su un costone; poi ode uno sparo e, da un’altura, assiste, senza intervenire, ad una rapina alla diligenza. Quindi, nel mezzo di una tempesta di sabbia, giunge al saloon di Vienna, che trova deserto, senza avventori. Nel locale arrivano poi gli uomini capeggiati da Emma, che portano il cadavere di suo fratello; infine giunge Ballerino Kid con i suoi scagnozzi (tra cui Bart, ovvero Ernest Borgnine). La sequenza è piena di suspense e tensione, volano accuse, il morto è stato ucciso dai rapinatori della diligenza e gli incolpati sono Vienna e gli uomini di Ballerino Kid. Non ci sono prove, ma Emma sprona il boss del paese McIvers (un ottuso Ward Bond) e lo sceriffo ad arrestare i presunti colpevoli; la tensione sale alle stelle, anche per via dell’odio che scorre platealmente tra Vienna ed Emma.

Da un momento all’altro, si scatenerà l’inferno, basterà la minima scintilla; i personaggi lo sanno e i loro occhi saettano a destra e sinistra cercando il più piccolo pretesto per attaccare il concerto calibro 45. Eccolo: un bicchiere cade e rotola in circolo sul bancone, si capisce che al giro successivo finirà per terra. Sarà quello il segnale che farà scattare i nervi tesissimi degli astanti? Il bicchiere compie il secondo giro, supera il bordo del bancone del saloon e cade: una mano arriva lesta e salva il bicchiere e evita la sparatoria. E’ Johnny Guitar che proviene dalla cucina dove stava beatamente mangiando e, prendendo in giro un po’ tutti, stempera momentaneamente la tensione accumulata precedentemente, mentre ne introduce di nuova.
Una sequenza da urlo di puro cinema: il cinema secondo Nicholas Ray.


Joan Crawford








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