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domenica 14 luglio 2019

CHERNOBYL

379_CHERNOBYL. Stati Uniti, Regno Unito, 2019Regia di Johan Renck

“Qual è il prezzo delle bugie?” Con questo interrogativo si apre la serie Chernobyl della HBO (in Italia trasmessa su Sky Atlantic). A chiederselo è Valerij Legasov (Jared Harris), uno che di bugie ne ha dette e scritte di grosse. Bugie che hanno creato danni immani, proprio come il disastro di Černobyl'. Ma questo avvenne prevalentemente prima della storia raccontata nella miniserie; perché nella serie televisiva Chernobyl Valerij Legasov è l’uomo che dice la verità. Certo, tutta tutta la dice solo alla fine; ma già alla prima riunione a Mosca, presenti tutti i pezzi grossi da Gorbaciov (David Dencik) in giù, è lui che si oppone a liquidare il problema occorso alla centrale nucleare di Černobyl', come una cosa da niente. Mentre nell’impianto il nocciolo scoperto rilasciava nell’aria pesantissime quantità di radioattività, l’apparato dirigente dell’Unione Sovietica stava colpevolmente sottovalutando la cosa. E di brutto. Ma, per fortuna, in quella riunione fu invitato, in qualità di esperto in materia, Valerij Legasov. E’ lui l’uomo che, metaforicamente, i morti, i malati, e i loro parenti, amici e conoscenti devono ringraziare. E che dobbiamo ringraziare anche noi, noi che quando la centrale in Ucraina esplose c’eravamo; lontani certo, ma nemmeno poi così tanto. La nube radioattiva arrivò infatti in piena Europa, anche in Italia. Ma devono ringraziarlo anche quelli che non c’erano, perché se il mondo ogni tanto prova ad essere un posto meno orribile, lo deve a gente come Legasov. Questo lo si capisce bene nell’ultimo, strepitoso, episodio, il quinto, quello in cui gli autori, Craig Mazin e Johan Renck, tirano le fila del loro discorso e chiudono col botto. La serie nel complesso è bellissima, un capolavoro: e il momento culminante, l’episodio finale, è clamorosamente il passaggio migliore. 

Non si può forse dire che l’idea di un racconto filmato sul disastro di Černobyl' sia geniale, ma soltanto perché si tratta di un evento di tale carica drammatica che è quasi naturale pensare di metterlo sullo schermo; ma per averne uno all’altezza son dovuti passare più di trent’anni. Piuttosto, il fatto di ricavarci una miniserie, di cinque episodi di circa un’ora ciascuno, è una scelta azzeccata e, al di là delle mode del momento, anche confacente al risultato finale. Lo sviluppo dei fatti necessita infatti del giusto tempo per avere una resa attendibile una volta partito il flusso di un racconto che presenta una serie di svolte e risvolti sorprendenti. Anche perché il disastro di Černobyl' fu un evento epocale, con ripercussioni anche per l’attuale nostra società ma, soprattutto, perché il film va a sanare, per quanto possa essere attendibile o per quanto non lo sia, il vuoto di quei già citati trenta lunghissimi anni. Per molti spettatori è un evento storico; ma per quelle generazioni che ancora vivono e che, in quei momenti, non ebbero nemmeno il tempo di comprendere più che vagamente che diavolo stava (loro) succedendo, è in fondo un atto dovuto. Volendo, anche una sorta di ricompensa morale per i rischi corsi e subiti. Per questo sono da rispedire al mittente le proteste russe per la pessima figura che viene riservata all’Unione Sovietica dagli autori della serie: è un aspetto di cui avrebbero dovuto preoccuparsi in sede di progettazione delle centrali nucleari o, quantomeno, a disastro appena avvenuto, informando tempestivamente il mondo di quanto era successo. Ma inutile disquisire di quello che, nella piena sostanza, non è mai avvenuto. 


Si è detto che gli autori della miniserie Chernobyl sono il sorprendente Craig Mazin (all’attivo qualche sceneggiatura e un paio di regie, ma niente di trascendentale) ideatore del progetto e sceneggiatore, e il più collaudato Johan Renck (regista di videoclip e serie TV, tra cui Breacking Bad) dietro la macchina da presa. Il primo episodio parte a cannone, è un horror traumatizzante, di grandissimo impatto scenico e con una forza evocativa notevole. L’abilità degli autori è di non calcare la mano con scene da blockbuster hollywoodiano, ma fare leva, con immagini e suoni che possano ambientare il più realisticamente possibile la storia, sulla piena consapevolezza dello spettatore che stia assistendo a qualcosa di realmente accaduto. E che fa quindi davvero paura. Le immagini del disastro sono comunque scioccanti, probabilmente grazie all’esperienza con i video musicali di Renck, visto che si tratta di impressionare lo spettatore con una serie di scene più che intavolare un racconto. La scelta di una messa in scena ipnotica, allucinata, ma costantemente segnata dall’astrazione è perfetta per raccontare questa vicenda: la macchina da presa si muove con circospezione, accompagnata da inquietanti rumori di matrice industriale, su immagini dai continui sfondi di natura astratta, siano essi palazzi, tessuti, pavimentazioni. 


Tutto serve a dirci che si tratta di una  storia dell’assurdo. Un cortocircuito concettuale a cui la radioattività, dalla natura così ambigua, si presta come perfetto elemento di sostegno. Il paradosso più clamoroso è che in un ambito in cui si è arrivati a comprendere la natura delle cose nel più minimo dettaglio, quello atomico, poi accada una cosa a cui nessuno sembra preparato. Si scoprirà che non è proprio così, ma la cosa assume contorni ancora più assurdi, perché significa che scienziati in grado di spaccare l’atomo avevano preso dei rischi calcolandoli malamente; questo concetto rimane anche al netto delle pressioni politiche che subirono. Forse anche loro, ma sarebbe difficile da credere, si fecero ingannare dall’aspetto mansueto della radioattività che, in caso di contaminazione non brutalmente eccessiva, ti uccide si ma lentamente, in modo quasi discreto, magari con un comunissimo tumore. Ma le cose a Černobyl' andarono assai diversamente, e le ustioni subite dai primi intervenuti sul luogo del disastro, avranno conseguenze sui corpi di quei poveri disgraziati che, rimanendo al testo filmico in questione, fanno impallidire qualunque mostro del cinema dell’orrore. 
Nel secondo episodio veniamo a conoscenza, grazie all’intuizione dell’ingegnere nucleare Ulana Khomyuk (Emily Watson) che, in seguito al disastro, se il nucleo sciolto avesse raggiunto alcune cisterne della centrale ci sarebbe stato un autentico finimondo. Un esplosione con un impatto tale da spazzare via la vita su Ucraina e Bielorussia, e comprometterla su svariati altri paesi limitrofi. Il pericolo verrà (ovviamente) scampato, le cisterne verranno svuotate per tempo, sacrificando, almeno a livello di preventivo, la vita di tre uomini. In questa fase del racconto approfondiamo le personalità dei due maggiori protagonisti del film: il citato Valerij Legasov, un chimico che viene incaricato di trovare le soluzioni al disastro, e Boris Shcherbina (Stellan Skarsgård), influente membro del consiglio e chiamato a seguire da vicino da un punto di vista politico le vicende. Legasov in fondo è l’asse portante del film: è con lui che la miniserie si apre, precisamente con il suo suicidio, per procedere poi in un lunghissimo flashback sui tragici avvenimenti. Il suicidio dimostra la crisi di coscienza dello scienziato, e certifica nel contempo che una coscienza morale l’uomo ce l’avesse: come del resto dimostra, a più riprese, nello scorrere degli avvenimenti fino al riscatto finale. 
Può sembrare una considerazione superflua ma, vedendo il comportamento di tanti, troppi, soggetti coinvolti nella questione, non deve passare l’idea che essere un uomo coscienzioso sia un fatto scontato. Tuttavia su di lui pesa, e pesa come un macigno, la rivelazione che fosse a conoscenza delle falle costruttive della centrale nucleare; questo è assai più grave di alcune difficilissime scelte, come utilizzare bio-robot, ovvero uomini, (nello specifico i cosiddetti liquidatori), per fare sgomberare i detriti altamente radioattivi dai tetti degli edifici ancora in piedi vicino al cratere dell’esplosione. In uno scenario in cui nemmeno i veri robot (quelli artificiali) erano in grado di lavorare, per la radioattività che distruggeva qualunque circuito elettronico, per la rimozione dei detriti contaminati vennero così incaricati 3828 soldati, con turni di 90 secondi. 


Per queste come altre decisioni simili, per altro solo suggerite da Legasov che non aveva potere decisionale, vale la giustificazione che non c’erano alternative. Per la realizzazione di una sere di centrali con evidenti limiti, il loro collaudo, la loro messa in funzione pensando, ma verrebbe da dire sperando, per il meglio, non ci sono invece attenuanti. Se Legasov è sin dalla prima scena, quella del suicidio, una sorta di architrave morale della storia, Shcherbina ha il ruolo di riferimento politico anzi, per la precisione politico sovietico: un ruolo che prevede, e che in principio certamente ha, un concentrato di cinismo, arroganza, spavalderia e opportunismo. 

Ma è anch’esso un personaggio eccellente: straordinario Stellan Skarsgård che riesce a far trasparire nel volto del suo personaggio la trasformazione, da risoluto e sprezzante uomo di partito, ad individuo che, vedendo il suo mondo crollargli addosso, riesce, pur nel totale sconforto, a trovare comunque un’encomiabile forza d’animo con cui fronteggiare la situazione. Cruciale, nel processo finale, il suo intervento che impone al giudice e al tribunale, di lasciar continuare Legasov, anche quando questi stava rivelando le falle nel progetto della centrale, da sempre tenute nascoste. 
La trama, oltre allo sviluppo principale, prevede l’intreccio di varie storie minori, con il vigile del fuoco Vasily Ignatenko (Adam Nagaitis) che interviene a spegnere l’incendio, finendo ustionato in modo letale dalla radioattività, o Pavel (Barry Keoghan) un giovane arruolato per abbattere gli animali domestici contaminati. Questi episodi secondari, in particolar modo le scene come quella dove Pavel non se la sente di uccidere una cagna coi suoi cuccioli, servono per dare l’idea dell’immensità di quanto si stava consumando in parallelo, nella storia principale. Sono un termine di paragone: un uomo civile ha problemi morali ad abbattere un animale; suoi simili hanno deliberatamente messo in piedi una situazione che potrebbe sterminare la vita nel raggio di migliaia di chilometri. 

Intanto, dopo il pericolo dell’esplosione delle cisterne, scampato grazie all’intervento dei citati tre volontari, si scopre che il problema successivo è piazzare uno scambiatore di calore sotto il nocciolo nucleare fuso. Vengono incaricati i minatori che, per quanto folcloristici a vedersi sullo schermo, si prodigano da eroi, senza alcuna garanzia, portando a termine l’impresa e scongiurando il pericolo per quel che gli concerneva. Da parte sua, pur tra mille difficoltà delle indagini, in particolar modo messe in campo dal KGB che non ha assolutamente intenzione di far trapelare che ci siano stati errori da parte sovietica, Ulana Khomyuk arriva al dunque: la centrale era difettosa già nel progetto. La rivelazione non coglie però di sorpresa Legasov, e questo è un duro colpo anche per lo spettatore, perché il chimico sembrava (ed è) una delle persone migliori della faccenda. Siamo arrivati al processo e vengono messi sotto accusa i vertici dell’impianto di Černobyl': Anatolij Djatlov (Paul Ritter), assistente capo; Victor Bryukhanov (Con O’Neil), direttore; Nikolai Fomin (Adrian Rawlins), capo ingegnere. A questo punto, nel racconto filmico che tecnicamente è già un enorme flashback, c’è un ulteriore ritorno sui propri passi. Ma la cosa non appesantisce per niente, anzi, è una scelta assai funzionale. Perché ora abbiamo tanti elementi a disposizione: supposizioni, testimonianze, resoconti; mancava ancora però chi ci guidasse nell’escalation degli avvenimenti. 


I momenti drammatici della notte tra il 25 e il 26 aprile vengono intercalati magistralmente con la deposizione di Legasov, che spiega, passo passo, l’evolversi della tragedia, sottolineando le colpe degli imputati. Tre soggetti certamente colpevoli di comportamenti gravemente irresponsabili, e questo a dir poco; ma non gli unici ad esserlo. In un dibattimento praticamente già scritto e che deve sostanzialmente mettere a verbale le responsabilità dei tre imputati, ideali capri espiatori per chiudere la faccenda alla meno peggio, Legasov prende tutti in contropiede e decide di fare davvero chiarezza. 


La sua spiegazione di ciò che accadde a Černobyl' il 26 aprile 1986 è sorprendente per quanto è comprensibile anche per un profano ma, ancora più sorprendente, è la scelta dello scienziato di ammettere che c’erano difetti di progettazione nella centrale, e che non erano stati divulgati nemmeno agli addetti ai lavori. Il disastro era si colpa dell’incoscienza e dell’arrivismo dei responsabili della centrale nucleare, che inanellarono una serie di imprudenze inammissibili ma, a loro parziale, seppur minima, attenuante, va riconosciuto che avevano l’infondata convinzione di poter disporre di una sorta di pulsante di emergenza, l’AZ5. Purtroppo, questo sistema di arresto aveva delle pecche che, in determinate circostanze, potevano incidere in senso fatale. E questa, se per i tre imputati è una pur minima scusante, è invece una condanna totale sul sistema sovietico e su tutti coloro che, per proteggere i propri privilegi, tacquero su quell’argomento, come su altri simili. Perché il disastro di Černobyl' divenne quindi l’evento rivelatore che smascherava un intero mondo, quello sovietico, che si basava sulla menzogna; non che nel sistema di libero mercato sia poi così differente, ma in Unione Sovietica la presunta ragion di stato era una forza capace di schiacciare qualsiasi velleità di verità come raramente si è visto nella storia dell’umanità. 
Il tema delle conseguenze delle bugie, come visto, introduce la serie già nelle prime parole pronunciate da Legasov all’inizio del primo episodio, e i riscontri di un mondo dove non esiste mai la possibilità di scorgere la verità sono disseminati per tutto il racconto filmico. Si tratta di una storia in cui tutti continuano a mentire, per le più svariate ragioni: Legasov, al bar dell’hotel nei pressi della centrale, interpellato da una coppia sulla possibilità che ci sia da preoccuparsi, li tranquillizza pur sapendo dei rischi; Lyudmilla (Jessie Buckley) mente all’infermiera quando nega di essere incinta, e poi mente al marito, allettato in condizioni disperate, su quello che vede dalla finestra dell’ospedale; i russi mentono sui reali valori di radioattività quando chiedono il Joker, il mezzo radiocomandato ai tedeschi e Shcherbina fa una scena fasulla a Legasov quando lo tratta male difendendo l’apparato di governo, perché teme la presenza di cimici; come gli rivela solo più tardi, in strada, mentre è sicuro di non essere ascoltato. Di contro, lo stesso Shcherbina consiglia Legasov di non mentire ai minatori: essi lavorano e vedono al buio, e possono intuire le menzogne. E’ un po’ come dire che l’attitudine di andare in profondità dei minatori possa rompere quel cerchio di menzogne tese a salvare l’apparenza.   

Un cerchio di garanzia, incarnato secondo le stesse parole di Aleksandr Charkov (Alan Williams), vicepresidente del KGB, dallo stesso servizio segreto e che ha il compito di spiare e ascoltare tutto e tutti in ossequio al vecchio motto russo “fidati, ma verifica”. E proprio la mancanza di fiducia reciproca è forse il primo gradino di una scala che in Unione Sovietica verrà salita fino a livelli altrove mai raggiunti. E dalla mancanza di fiducia non poterono che derivare menzogne, dalle quali ancora meno fiducia, in una spirale viziosa simile ad una reazione a catena nucleare. 
Djatlov lo dice apertamente alla Khomyuk “Non c’è nessuna verità. Chieda ai capi: avrà solo menzogne.” Ma, in seguito, la gravità di quello che avvenne fu chiara anche ai vertici: l’importanza del disastro alla centrale nucleare ucraina fu infatti ribadito dallo stesso Mikhail Gorbaciov, Segretario Generale del Partito Comunista Sovietico, se davvero ammise che fu addirittura una delle cause della fine dell’Unione Sovietica stessa. Era solo l’eco del conto delle bugie da pagare e che era già stato saldato al prezzo più alto, vite umane e salute di moltissime persone. E’ infatti questo il tema portante di Chernobyl, il rapporto con la verità; perché, in fondo, nonostante la fedeltà della ricostruzione filmata, è impossibile sapere perfettamente cosa accadde; la narrazione dei fatti nella serie è esaltante, nella sua ferrea logica ma, va ricordato, che le autorità fecero di tutto per insabbiare la cosa. L’ultimo episodio si chiude con una domanda posta da Legasov, “Qual è il prezzo delle bugie?”, la stessa con cui si era aperta la serie. Una circolarità narrativa che ritroviamo anche nella sorte di Legasov, che si suicida esattamente due anni dopo il disastro, lo stesso giorno, il 26 aprile e alla stessa ora, come se volesse pagare simbolicamente per le sue colpe. E che ci fa sorgere il dubbio che, nonostante le rassicurazioni di quegli scienziati che operano nelle centrali atomiche sparse in tutto il pianeta, forse abbiamo girato in tondo, ritrovandoci ancora a quel punto di partenza di una notte di primavera mai tanto velenosa.
Fukushima è li a dimostrarlo.  










Realtà vs finzione









      

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