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giovedì 4 luglio 2019

ULTIMO MONDO CANNIBALE

374_ULTIMO MONDO CANNIBALE Italia, 1977Regia di Ruggero Deodato.

I produttori italiani avevano capito relativamente in fretta, dopo Il paese del sesso selvaggio (di Umberto Lenzi, 1972), le potenzialità di quelli che sarebbero in seguito definiti cannibal-movie, ma dovettero passare ben cinque anni prima che questo genere vedesse la successiva e definitiva consacrazione. In origine si pensò di confermare la squadra all’opera nel capostipite, poi con Lenzi non fu trovato l’accordo e venne ingaggiato, per la regia, Ruggero Deodato. Deodato era stato fino allora un autore di secondo piano del cinema di genere italiano, messo spesso in ombra dalla bellezza della moglie, l’attrice Silvia Dioniso; i recenti Ondata di piacere e Uomini si nasce, poliziotti si muore avevano però destato l’attenzione di pubblico e produttori. Ma è con Ultimo mondo cannibale che Ruggero Deodato piazza il primo colpo d’ala alla sua carriera registica: surclassa nelle peculiarità del genere il precursore lenziano e, a conti fatti, non fa assolutamente rimpiangere la scelta della produzione di ingaggiarlo come sostituto del validissimo regista toscano. Innanzitutto va detto che Ultimo mondo cannibale porta comunque in dote le violenze esplicite e realistiche inflitte a veri animali: una pratica abituale nei cannibal, spesso una delle radici del successo del filone cinematografico che sfruttava il compiacimento degli spettatori di fronte alla violenza gratuita. Quella della violenza sugli animali filmando esplicitamente scene realistiche, è una tara comune dei film sui cannibali, ed è una colpa che, per gli addetti ai lavori, non trova alcuna scusante e nemmeno attenuanti. 
Neppure quella di una comunità, quella italiana, fortemente intrisa di violenza; non essendo una violenza fittizia, ma reale, quella a danno degli animali dei film cannibalici si andava semmai a sommare a quella dilagante della società. Se è possibile andare oltre a questo aspetto, Ultimo mondo cannibale è poi un film di rara potenza, brutale, senza fronzoli, ma avvincente e coinvolgente. Deodato filma con grande efficacia la foresta, racconta una storia dura, ma è anche in grado di organizzare la sua messa in scena con alcuni spunti di grande consapevolezza del lavoro in corso. Sembra chiaro che il regista stia definendo le regole di un nuovo sottogenere e, mentre procede col suo racconto, organizza e pianifica le nuove coordinate. 
Da questo punto di vista il lavoro di Deodato è addirittura eccellente. Innanzitutto viene esemplificata, all’interno del film stesso, la natura del genere dei cannibal-movie: in avvio gli stilemi sono quelli puri dell’horror, con le scene notturne e la suspense che avvolge l’aereo atterrato su uno spiazzo erboso di un campo base dell’isola Mindanao, nelle Filippine. L’equipaggio, composto da Rolf (Ivan Rassimov), Robert (Massimo Foschi), e due asiatici, il pilota e una ragazza, costata che il campo è deserto e la minaccia degli indigeni cannibali incombente. I quattro si apprestano a passare la notte chiusi nell’abitacolo dell’aereo; è buio, Rolf e Robert discutono, quando il volto di un indigeno compare per un attimo attraverso un finestrino. Un tipico stratagemma narrativo del cinema dell’orrore. Poi, durante quella notte, Swan, la ragazza asiatica della spedizione, esce dall’abitacolo dell’aereo e nell’oscurità viene aggredita. Il cannibal, infatti, tecnicamente nasce come branchia dell’horror, e l’inizio di Ultimo mondo cannibale si muove su questo binario. 


Ultimo mondo cannibale, dopo un avvio da horror classico che sfrutta la paura più atavica di tutte, quella del buio, muove poi i suoi passi nella foresta, resa in modo sontuosamente inquietante ed incombente da Deodato. In fondo il bosco è il luogo dove si ambientano le scene paurose delle favole. Nel titolo del film è però inserita la parola mondo, che richiama i mondo-movie, ascendente un po’ deplorevole del genere, che verrà effettivamente rispettato da Deodato. I mondo movie erano caratterizzati dall’esibizione della violenza e dalle scene efferate. Questa deriva cruda porta Ultimo mondo cannibale ad un tipo di horror caratterizzato dal raccapriccio, una corrente che aveva già i suoi interpreti nello splatter e nel gore

La trama avventurosa, ascrivibile ad un filone cinematografico comunque estremo e conosciuto come survival-movie, funge da collante per armonizzare il tutto. Alcuni passaggi sono di rara raffinatezza narrativa: innanzitutto la questione J&B viene sbolognata velocemente da Deodato, che la utilizza per sancire simbolicamente una netta presa di distanza del genere cannibal dal thriller all’italiana, un concetto opposto a quello che, in Il paese del sesso selvaggio, era invece stato fatto passare da Lenzi. E’ il pilota filippino durante il volo ad offrire ai due occidentali il whisky della marca più amata del thriller italico (insolitamente in bottiglia piatta), ma i due rifiutano. 
Non sono, evidentemente, frequentatori dei gialli del nostro cinema. Anche se, sebbene poco riconoscibile, Rolf sia proprio quell’Ivan Rassimov, interprete sia di qualche valido thriller che, come già detto, de Il paese del sesso selvaggio. Se in quel film Rassimov era un fotografo e lo si vedeva immortalare gli indigeni e gli aspetti culturali di Bangkok, in questo è addirittura un antropologo: un po’ come se per il protagonista scelto da Lenzi fosse quindi confermato un approccio sociologico al genere. Per Ultimo mondo cannibale, Deodato punta invece sull’altro personaggio, Robert che fa, molto più prosaicamente, il ricercatore petrolifero. Interpretato da Foschi, attore al contrario di Rassimov meno abituale del nostro cinema di genere e, in quel senso, vergine, è quindi più adatto ad incarnare il protagonista di un filone nuovo e indipendente. 
Nel corso della storia, Rolf scompare quasi in principio, lasciando il solo Robert alle prese con i cannibali: cattura, prigionia (torture annesse) e fuga. Come ne Il paese del sesso selvaggio, che Deodato tiene sempre ben presente, c’è l’incontro tra il protagonista occidentale e Me Me Lay (qui è Palen), anche se in questa circostanza di momenti da fotoromanzo rosa non ve n’è traccia. Il sesso in Ultimo mondo cannibale è brutale e, anzi, è solo prendendo con foga violenta Palen che Robert la conquista, riuscendo quindi a farsi aiutare spontaneamente dalla ragazza nella fuga e nella sopravvivenza nella giungla. 
Tantissime le scene di nudo, femminile ma anche maschile, e insistiti, anche se con un certo piglio realistico più che maliziosamente pruriginoso, i riferimenti alla sessualità, come nel tentativo di masturbazione di Palen a Robert quando questi è imprigionato. Verso la fine del racconto, con Robert e Palen in fuga, Rolf ricompare sulla scena, seppure assai malconcio: bello il suo escamotage di raccogliere il veleno dal serpente, che permetterà poi all’amico di prevalere nello spietato scontro con il capo dei cannibali. Una volta ucciso il rivale, Robert lo sventra e gli mangia il fegato, di fronte agli attoniti cannibali, per una volta passati da commensali a pietanza. 



La scena è, almeno simbolicamente, (visto che vede un occidentale civilizzato nel ruolo di cannibale), anche peggiore della precedente, nella quale gli indigeni sventrano e preparano con grande cura il corpo della povera Palen divenuto il loro pranzo collettivo. In questa fase, coi nostri in fuga, il fiume rappresenta l’unica speranza di salvezza (sebbene fosse stato la causa della loro separazione in precedenza). Certo che vedere Robert che fa di tutto per riportare Rolf sul fiume, da cui poi rientrare nella civiltà, non può non rammentare un altro corso d’acqua, quello in cui un altro personaggio interpretato da Rassimov sceglieva al contrario di restare tra gli indigeni, proprio ne Il paese del sesso selvaggio. Deodato opera quindi un’ulteriore correzione al precedente  cannibal-movie: via quell’ottica illuminista del buon selvaggio, a vantaggio di un maggiore realismo anche nelle scelte narrative. Guardando Ultimo mondo cannibale si rimane perciò con un rammarico. Sarebbe un gran bel film, appassionante, fatto con cura e attenzione, con la non sottovalutabile capacità di gettare consapevolmente le basi per un sottogenere. Non capita tanto spesso di vedere un simile risultato. Peccato sia sporcato e svilito dall’inutile e gratuita violenza reale sugli animali.  




Me Me Lay



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