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lunedì 8 luglio 2019

CANNIBAL HOLOCAUST

376_CANNIBAL HOLOCAUST Italia, 1980Regia di Ruggero Deodato.

Non solo è complicato parlare di Cannibal Holocaust, ma è complicato già stabilire se sia il caso di parlarne o meno; che poi è lo stesso dilemma per decidere se accettare di vedere il film o lasciar perdere e chiudere così l’argomento. Quest’ultima scelta è certamente da non escludere, specie se si è un po’ deboli di stomaco. Ma non è certo il terrificante impatto che hanno le immagini del film di Ruggero Deodato il nocciolo del problema, o almeno non solo. Sia chiaro, il film esteticamente è traumatizzante a dir poco, e i primi scrupoli nascono dal fatto che le atrocità commesse a danno degli animali veri, siano filmate con una minuziosità che lascia sgomenti e siano del tutto gratuite. C’è un aneddoto, avvenuto durante le riprese, che aiuta a rendere l’idea in tal senso: c’è una scena in cui viene decapitata (realmente) una povera scimmietta. Sul set erano presenti altre quattro scimmie per eventuali ulteriori ciak ma, assistendo alla scena, morirono tutte di crepacuore. Tuttavia, ciò che disturba è anche e soprattutto il tenore etico dell’opera nel suo insieme.  Deodato disse che il suo era un film di denuncia: il che è evidente e va riconosciuto che non si tratta di un’etichetta posticcia appiccicata per avere la scusa di mostrare un po’ di scene orripilanti. Spesso questa pratica si è vista, al cinema, ma è intuibile la natura falsa di queste operazioni dal fatto che, in genere, i passaggi che provano a giustificare le scene truculente sono corpi un po’ estranei al resto dell’opera. In Cannibal Holocaust no, questo non accade; il film è armonicamente concepito, nella sua struttura, a partire sin dal titolo, come una denuncia che non offra alcun alibi. L’impressione è che, il regista e i suoi collaboratori, avendone compreso la potenza visiva, volessero usare il cannibal-movie per scioccare gli spettatori con un film che fosse estremo anche all’interno di un genere già estremo, mettendo la società occidentale, in generale, e la stampa e l’informazione nello specifico, di fronte alle proprie responsabilità. Il problema, se di problema si tratta, è che Deodato, nell’enfasi trascinante della violenza, mostrata senza risparmio e molto coinvolgente, si lascia prendere la mano, superando ogni limite conosciuto. In genere il superamento dei limiti, nel cinema estremo, provoca un effetto contrario: le scene di umorismo involontario di tanti horror maldestri sono un esempio di questo meccanismo. 


Ruggero Deodato è tutto tranne che un regista maldestro: ha imparato il mestiere, e anche un certo amore per il realismo, nientemeno che da Roberto Rossellini. Quando decide, spronato dalla produzione, di spingere a tutto gas sul pedale dell’iperviolenza, non cade nel ridicolo, ma parte direttamente per la tangente. Verrebbe da dire ‘completamente fuori controllo’, ma invece il controllo, da parte di Deodato, sembra al contrario totale: l’aspetto metalinguistico dell’opera, in sostanza in buona parte nella finzione del film si assiste alla fittizia realizzazione di un documentario, mostra in modo chiarissimo e senza alcun equivoco, il sadico compiacimento dei quattro reporter nel girare scene truculente. Ma è uno sguardo riflesso, proprio in qualità di opera metalinguistica, e quindi è rivolto, al contempo, da Deodato anche a se stesso. Un indizio ulteriore e che non lascia possibilità di dubbi in tal senso, è l’uso della musica. Sulle musiche di Riz Ortolani per Cannibal Holocaust bisognerebbe parlare a parte, perché sono davvero troppo belle per rischiare di venire accantonate da chi decide, non del tutto in modo immotivato, di evitare ogni contatto con un film tanto disturbante. Se già il film cannibalico La montagna del dio cannibale (1978, di Sergio Martino) aveva un commento sonoro di tutto rispetto, con il suo lungometraggio Deodato ribadisce l’intuizione di Martino e rilancia con una colonna sonora altrettanto evocativa e utilizzata in modo superlativo. Il tema principale è senza dubbio da annoverare tra i capolavori della musica, e non solo in ambito cinematografico. Il punto è che, ancora una volta, la funzione di un elemento particolare è esponenzialmente accresciuta all’interno del contesto filmico: l’uso della colonna sonora in Cannibal Holocaust è infatti magistrale. Suadente all’inizio, introduce nel film, con una grazia che lascia un po’ inquieto, il relativamente ignaro spettatore. Possibile che Deodato, dopo averlo rinnegato in Ultimo mondo cannibale (1977), abbia deciso di riprendere quell’aspetto un po’ da fotoromanzo esotico che occhieggiava qua e là nel primo cannibal, Il paese del sesso selvaggio (1972, di Umberto Lenzi)? Nient’affatto. 

Finanche ci sia una scena, quella del bagno nel fiume del professor Harold Monroe (Robert Kerman) con le indigene, in cui l’effetto è riproposto in quei termini, nel resto della pellicola la musica di Ortolani è usata con ben altro spessore. Sottolinea, con suoni inquietanti i momenti di crudeltà gratuita, sia quella reale a danno degli animali che quella nella finzione a danno degli umani. Ma è nel contrasto della melodia dolce e infinitamente triste che accompagna le scene più tragiche e che funge da unica condanna morale a quello che si vede sullo schermo, che quella sonora diventa la colonna portante del film. E’ la musica, a salvare, di fatto Cannibal Holocaust: in fondo, le immagini sono le stesse che vengono realizzate dai quattro sciagurati e criminali reporter, a cui vengono così accomunanti Deodato e la sua troupe, un’associazione messa pericolosamente ma consapevolmente in piedi dallo stesso regista nato a Potenza. Ma l’aggiunta della musica, da un lato enfatizza per contrasto la drammaticità delle immagini, dall’altro, condensando in modo sublime nelle sue note la commozione e lo sgomento dello spettatore, muove una drastica condanna morale, che riscatta (o prova a farlo) l’opera. Un uso dell’accompagnamento musicale d’alta scuola; come tecnicamente è Cannibal Holocaust nel suo insieme. Già il titolo, si diceva, è emblematico: c’è un accostamento tra due concetti tragici, il cannibalismo e l’olocausto, abitualmente veicolanti concetti aberranti l’idea comune di umanità. Ma qui sono messi in contrasto: non giusto vs sbagliato ma sbagliato vs sbagliato. Una questione sin da subito su cui è difficile prendere posizione. L’incipit, dopo che la melodia di Ortolani ci ha accompagnati in volo sopra la giungla, ci fa ritrovare a sorpresa a New York, la giungla d’asfalto per eccellenza. 
E il parallelo è rimarcato ironicamente dal commento introduttivo, che racconta di come la barbarie sia ancora diffusa nel mondo, mentre le immagini mostrano il caos cittadino della Grande Mela. Deodato non sceglie New York a caso, così come non a caso chiude il suo film con una panoramica sulle Torri Gemelle del Word Trade Center: il denaro è il motore della nostra civiltà e, per sottolineare il nostro grado di barbarie, il regista sceglie proprio i luoghi che sono il cuore pulsante del sistema capitalista. Sotto accusa è quindi il denaro; quello stesso denaro, è ormai impossibile non continuare i paralleli comparativi, che viene offerto a Deodato dai produttori tedeschi purché realizzi un cannibal-movie che vada oltre i limiti dei precedenti. Come si vede, l’opera presenta continuamente situazioni controverse che, oggettivamente, non fanno che confermare l’opinione di chi liquidò la pellicola come mero pretesto di fare soldi con spudorato sensazionalismo. Ma se questo è innegabile, che dire allora, per fare un esempio, nel coevo Apocalypse Now, capolavoro riconosciuto di Francis Ford Coppola, della scena dell’uccisione del bufalo, che risulta essere vera? Bastano le giustificazioni che il bue avrebbe fatto comunque quella fine? Perché sono le stesse che additarono Deodato e i suoi, che pare si cibassero davvero degli animali dopo averli uccisi sul set. Chiunque abbia però visto la scena della tartaruga decapitata e sgusciata mentre si muove ancora, passaggio tra i più noti (e censurati) di Cannibal Holocaust, avrà facilmente (e comprensibilmente) ragione di obiettare comunque. C’è un limite a tutto, si usa dire, ma non per Deodato e per il suo Cannibal Holocaust

Comunque, della natura provocatoria e oltre il limite del film si è già detto, anche se rimane uno scoglio morale di difficile gestione per lo spettatore. Ma, per onestà nei confronti dell’autore, va detto che il giudizio è stimolato intrinsecamente dal film: l’idea stessa di come è concepito Cannibal Holocaust sprona lo spettatore a fare un paragone, a confrontare, a farsi un’idea. In effetti il lungometraggio è costituito da due film diversi, addirittura differenti per tipo di pellicola impiegata e con due sottotitoli: The last road to hell, girato in 35 mm racconta della spedizione del citato professor Monroe, e The Green Inferno, in formato 16 mm, con la pellicola graffiata come fosse rovinata, vuole essere il reale reportage dei quattro inviati scomparsi. Già l’idea in sé è geniale, è innegabile. La prima metà del film, The last road to hell, è sostanzialmente un cannibal-movie come i precedenti: c’è la scena antropofaga, c’è lo stupro, ci sono le scene degli animali che lottano e, per non guastare, anche un po’ di reale violenza gratuita a loro danno. A parte questo, il tutto girato con maestria da Deodato, che ne approfitta per chiarire alcuni stilemi del genere: nessuna classica scena da film dell’orrore, si punta forte sul raccapriccio per ciò che è mostrato sullo schermo, mentre per la tensione è la giungla, i suoi rumori ripetuti e ossessivi, l’incombenza della vegetazione, ad inquietare. Il regista sembra snobbare poi l’idea, perseguita da Joe D’Amato e Sergio Martino nelle loro incursioni nel genere, di inserire una presenza femminile di grande fascino e carisma: in Cannibal Holocaust c’è Francesca Ciardi (interpreta Shanda, uno dei quattro reporter), che non può certo essere paragonata a Laura Gemser e men che meno a Ursula Andress. Ma pare che ci sia un ulteriore motivo anche alla base della scelta di un cast composto, e non solo per la sparuto comparto femminile, di volti poco noti. 

Un motivo che indica, da parte di Deodato, l’uso strumentale del suo film, che conferma sia la matrice metalinguistica dell’opera, ma anche la consapevolezza della gravità di quanto stesse facendo. Sembra che l’utilizzo di attori poco conosciuti sia anche legato all’effetto della didascalia enigmatica che chiude il film. A questi attori, in sede di contratto, venne chiesto di sparire dalla circolazione per un certo periodo, dalla realizzazione del film fin oltre alla sua uscita nelle sale. Nel finale di Cannibal Holocaust uno dei produttori della rete televisiva BDC invita l’operatore a gettare al macero il reportage filmato dei quattro reporter, per via della indecenze mostrate. Stando alla didascalia citata, l’operatore in questione non gettò affatto il filmato ma se lo vendette, ricavandoci 250.000 dollari. E, quel filmato, è appunto la base sostanziale di The Green Inferno, lasciando intendere, in questo modo, la veridicità di quanto mostrato nella seconda metà di Cannibal Holocaust. Gli attori dovevano restare in disparte per confermare l’ipotesi che fossero davvero morti nella giungla, e quindi che quanto mostrato sullo schermo fosse reale. Impressione che già Deodato aveva veicolato con una serie di stratagemmi, come il cambio di pellicola, la pellicola stessa rovinata dall’essere stata a lungo in un ambiente non idoneo, l’uso delle riprese a spalla, i frequenti presunti fuori onda. Insomma, The Green Inferno si presenta come un vero e credibile reportage dalla giungla; ma vergine, non montato, ossia non ancora tagliato e preparato ad hoc per il grande pubblico. Una versione integrale, in cui Deodato racconta i terribili dietro le quinte a cui, francamente, nei termini mostrati dal film, è difficile credere. Ha ragione, molto probabilmente, chi sostiene che il regista si sia lasciato prendere la mano dal sensazionalismo: ma ciò non toglie che, a livello di intuizione, sia un vera e propria genialata

Indiscutibilmente The Green Inferno è un vero trauma visivo. Ma è anche il lato oscuro del cinema cannibal: nella prima metà di Cannibal Holocaust assistiamo ad un cannibal, nella seconda ad un ipotetico making of di questo tipo di film. Deodato ha grosso modo sempre sostenuto che Cannibal Holocaust sia un film di denuncia del sistema capitalistico; il che è vero, ma solo in modo indiretto. Il sistema capitalistico, come del resto mostrato proprio nel film in questione, è quel sistema che preveda di produrre qualsiasi cosa purché faccia soldi. Compresi i film scabrosi: i produttori della BDC decidono di gettare il reportage, è vero, ma solo quando vedono l’enormità delle oscenità commesse dai quattro inviati. E’ il livello raggiunto, il limite superato, che li fa desistere dal produrre il film, e non tanto un concetto etico e morale in sé e per sé. Il che suona anche come un indizio, buttato là con furbizia da Deodato, che alimenta il fascino del proibito del suo film: ‘con Cannibal Holocaust vi mostriamo quello che altri non hanno il coraggio di mostrare’. Perché quei produttori della BDC, esponenti tipici del capitalismo, non sono altro che individui come i produttori e gli autori di Cannibal Holocaust. L’unico che si oppone a tutto questo per una scelta motivata e sentita è il professor Monroe, uno studioso, un esponente del mondo della cultura intesa in senso scientifico. Il mondo del cinema, dello spettacolo, dell’informazione, ha invece un ruolo che si fatica a distinguere da quello politico economico che Deodato pretende di criticare con il suo film. Perché Cannibal Holocaust è sì un atto di denuncia: ma dal cinema cannibal, o forse dal cinema in generale, indirizzato alla propria anima oscura.


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