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sabato 25 ottobre 2025

NUOVA GUINEA - L'ISOLA DEI CANNIBALI

1750_NUOVA GUINEA - L'ISOLA DEI CANNIBALI , Italia 1974. Regia di Akira Ide

Misteriosa produzione italo-nipponica, Nuova Guinea, l’isola dei cannibali, si può considerare, a tutti gli effetti, un Mondo movie della corrente del Belpaese. Forse, l’idea di coinvolgere un troupe giapponese, che stando alle scarse notizie reperibili si addentrò nella giungla della Nuova Guinea insieme ad una italiana <https//:www.allcinema.net/cinema/9238 visitata l’ultima volta il 15 aprile 2024>, servì per contenere i costi. Il Giappone era geograficamente più vicino all’obiettivo, e, quindi, la trasferta era di conseguenza più economica; in secondo luogo il film avrebbe avuto un’agevolazione a porsi sul mercato nel paese del sol levante, che era un interessante approdo. O, più probabilmente, l’intervento italiano avvenne successivamente, dal momento che, leggendo nei credits, apprendiamo come tutte le attività ‘sul ‘campo’ furono affidate ad operatori nipponici –a parte Giancarlo Graziano che collaborò alla fotografia– mentre il grosso del contributo dei nostri connazionali si limitò ad interventi successivi. Un esempio in tal ottica è quel che riguarda la traccia audio: il testo di Annibale Roccasecca è letto da Sergio Fiorentini, le musiche di Corrado Demofonti, sono impreziosite dalla canzone Why – musica di Riz Ortolani, parole di Norman Newell, cantata da Jack Henderson. Interventi che potrebbero esser stati realizzati a pellicola già montata. L’impressione generale è quella di un classico Mondo movie; per la verità, Nuova Guinea, l’isola dei cannibali è uno dei più duri, per lo stomaco dello spettatore. La partenza è subito terribile: durante un rito funebre, una donna si ciba dei vermi che si sono formati nel cranio in putrefazione del marito; la voce pastosa di Fiorentini, che nel corso del film scivolerà qualche volta in un ironico paternalismo, ci informa che è una dimostrazione d’amore che non ha eguali nel mondo civilizzato. 

Restando nello stesso ambito, i ‘funerali al vento’ sono altresì tremendi: i corpi vengono lasciati all’aria aperta e le parenti del defunto si cospargono il corpo con le secrezioni del cadavere, e il commento ci informa come il tanfo, nelle loro vicinanze, sia insopportabile. Il riferimento nel titolo ai cannibali è, ovviamente, il piatto forte –si perdoni il gioco di parole– e, nonostante la pratica sia bandita dalla legge, l’esocannibalismo, ovvero cibarsi dei nemici uccisi, era negli anni Settanta ancora una tentazione costante per le popolazioni indigene. Naturalmente non si contano i riti dolorosi e sanguinolenti, così come la violenza inflitta agli animali, ma la popolazione della Nuova Guinea aveva anche una spiccata vocazione figurativa con acconciature appariscenti e di grande impatto scenico. Piume, penne, ossa, accostamenti di colori sgargianti, in Nuova Guinea, l’isola dei cannibali c’è spazio anche per il folclore meno truculento. In assoluto, il passaggio più evocativo è comunque inquietante, sebbene di natura meno estrema, ed è legato ai Asaro, gli uomini di fango, e alla loro silenziosa e sinistra danza. In linea con i cliché dei Mondo un buono spazio viene dedicato all’omosessualità, giustificata, secondo il commento di Roccasecca, dalla cronica mancanza di donne sull’isola. In proposito, Fiorentini racconta –ma la credibilità rimane quella del genere, quindi prossima allo zero– di un caso di un villaggio, in cui, per 96 uomini, ci fossero solo due donne. In effetti si tratta di una curiosa motivazione, peraltro non priva di logica matematica, per spiegare le differenze di gusti in campo sessuale. La voce over, si dovrebbe averlo ormai capito, cerca di alleggerire la visione, come detto piuttosto dura da sostenere, con un’ironia che, forse anche legittimamente, spesso può infastidire, venendo fatta alle spalle di popoli che, ovviamente, vanno rispettati come tutti gli altri. In realtà il testo può essere tacciato di superficialità, più che di reale mancanza di rispetto, ma i Mondo movie non brillarono mai per essere politicamente corretti, questo va riconosciuto.
Ma è appunto questo il motivo per cui, dopo mezzo secolo, sono ancora comunque interessanti.    






           

Al fenomeno dei Mondo Movie, Quando la Città Dorme ha dedicato il secondo volume di studi attraverso il cinema: MONDO MOVIE, AUTOPSIA DI UN GENERE, AUTOPSIA DI PAESE


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giovedì 23 ottobre 2025

LA SFIDA DEI FUORILEGGE

1749_LA SFIDA DEI FUORILEGGE (Hell Canyon Outlaws), Stati Uniti 1957. Regia di Paul Landres

In apparenza, La sfida dei fuorilegge è un filmetto western piuttosto scontato per quanto realizzato con onesto mestiere. E potremmo anche chiudere qui l’analisi, dal momento che Paul Landres non è un regista che rimarrà nella storia del cinema come del resto il suo film, nonostante vi abbiano collaborato tecnici esperti come Floyd Crosby, sua la fotografia in bianco e nero, e il montatore Elmo Williams in sala taglio. E, in effetti, il risultato è che La sfida dei fuorilegge è un film che si lascia guardare e che, ora della fine, rivela almeno un aspetto che merita attenzione. Prima di questo elemento, però, c’è da riconoscere che la storia è piuttosto risaputa: a Golden Ridge, lo sceriffo Caleb Wells (Dale Robertson), grazie alla sua colt, ha fatto pulizia di tutti i fuorilegge che infestavano il paese. Ma ora, il consiglio cittadino, vorrebbe disfarsi di Caleb per avere maggior libertà di manovre, e la scusa trovata è quello che lo sceriffo ha sì pacificato il paese, ma lo ha fatto grazie all’uso della pistola, con la violenza. Lo sceriffo viene quindi sollevato dal suo incarico: mai scelta fu più avventata. La sfida dei fuorilegge è un B-Movie dal budget, anche di tempo, risicato e Landers e i suoi collaboratori non hanno pellicola né giorni di riprese da sprecare: ecco quindi che Happy Waters (Brian Keith) e i suoi sgherri piombano subito in città con il chiaro intento di piantar grane. I maggiorenti di Gold Ridge, tutti omuncoli o mezze tacche, non fanno neanche tempo a pentirsi di aver liquidato Wells, che già si trovano nei pasticci. A cominciare dal volenteroso Bert (Alexander Lockwood) che si è preso la briga di assumere la carica di nuovo sceriffo: purtroppo i suoi raffinati metodi diplomatici non hanno alcuna valenza con gentaglia come Waters e i suoi. La violenza, in America, abbiamo imparato essere necessaria per sconfiggere la violenza: paradossale, certo, ma tant’è. Come visto il soggetto non è particolarmente originale ma è tuttavia interessante come Landers utilizzi il cast per stilizzare il suo racconto, dandogli maggior forza espressiva. 

Dale Robertson, il protagonista, era un attore professionale ma non troppo espressivo. La sua figura impettita è congeniale a quella del cavaliere senza macchia e senza paura, giusto e retto esattamente come la postura che mantiene per tutto il film. A suo fianco, da un lato il più pacioso vicesceriffo Bear (Charles Fredericks) e dall’altro la bella e platinata Maria (l’italiana Rossana Rory ai tempi del suo tentativo di aver successo ad Hollywood). In quest’ottica, l’aspetto più interessante del film è la maggior attenzione che viene data per la scelta degli interpreti per la banda di fuorilegge a cui si riferisce il titolo. Sono in quattro, due vestono interamente di nero, uno di nero ha solo il cappello mentre il quarto veste molto scuro e ha il cappello chiaro: più o meno viene rispettato il cliché vestiario dei cattivi. Ma ad impressionare è la loro imponenza: Stan (Buddy Baer), Nels (Mike Lane) e Walt (Don Megowan) superano tutti il metro e novanta che, in un film del 1957, li rende davvero giganteschi. Il capoccia, Happy Waters, al loro confronto, sembra un ragazzino: e dire che Brian Keith, che lo interpreta, era comunque alto un metro e ottantacinque. Queste singolari scelte evidenziano alcuni aspetti poi confermati dalla scarna trama: i cattivi sono semplicemente dei bulli, prepotenti senza arte né parte che approfittano del loro essere grandi e forti per fare i propri porci comodi. Il più interessante è, naturalmente, il personaggio di Keith: come detto, al cospetto dei suoi scagnozzi sembra un ragazzino, un banale teppista, e anche questo è un elemento che caratterizza in sottrazione la figura del cattivo. Non ci sono, in sostanza, ragioni psicologiche, sociologiche o altre raffinatezze per motivare la violenza: bastano superficialità, noncuranza e indolenza. Il capobanda, peraltro, dimostra più volte di conoscere il valore morale delle sue azioni: vuole pagare il conto all’emporio, cerca di non uccidere il giovane e sciocco Smiley (Dick Kallman), propone una soluzione leale per il duello finale con Caleb. Il villain Happy Waters, interpretato in modo efficace da Brian Keith è, in sostanza, un preciso ritratto del personaggio cattivo, senza retoriche sociologiche. Stilizzato, certo, ma, proprio per la bravura dell’attore e l’attenzione degli autori, assai funzionale a descrivere come essere malvagi non è tanto un’indole ma una scelta, deliberata e libera.   



Rossana Rory 



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martedì 21 ottobre 2025

NOTTE DI BIVACCO

1748_NOTTE DI BIVACCO (Cheyenne), Stati Uniti 1947. Regia di Raoul Walsh 

Negli anni Quaranta Raoul Walsh aveva la mano caldissima e, in quel 1947, aveva già messo a referto l’interessantissimo Io amo [The Man I Love], noir con una sontuosa Ida Lupino, e il capolavoro Notte senza fine [Pursued], un tenebroso western con Robert Mitchum. Comunque, siccome era un regista svelto, prima della fine dell’anno riuscì a realizzare un altro western romantico, Notte di bivacco, opera certamente minore ma comunque interessante. Il film è un tipico esemplare della corrente del genere western di quel decennio e la storia sentimentale non solo è al centro del racconto ma le beghe di cuore sono in realtà finemente intessute con la trama. E i personaggi in gioco non sono solo i due protagonisti della love story, il gambler James Wylie (Dennis Morgan, non troppo a suo agio) e l’ambigua ma elegantissima Ann Kincaid (Jane Wyman, meno convincente di altre volte) ma hanno un ruolo anche la ballerina e cantante da saloon Emily Carson (Janis Paige) e il villain della vicenda, Ed Landers (Bruce Bennett), ovvero il «Poeta». Questi è un astuto rapinatore di diligenze che riesce misteriosamente a far sparire il contenuto delle cassette di valori in viaggio, lasciando una poesia come ricordo in luogo del bottino. Wylie, come detto, è un gambler, e non si sognerebbe certo di giocare a guardia e ladri ma, con un pretesto non troppo elaborato, viene costretto a dare la caccia al Poeta per poter vedersi scagionare da ogni pendenza con la Legge. Come si vede, uno dei tipici cliché dei Western Romantici è rispettato: il protagonista è un fuorilegge, seppur non sia certo un ammazzasette. La forte presenza femminile è naturalmente un’altra delle caratteristiche dei Western degli anni Quaranta e qui abbiamo Jane Wyman, un’attrice importante di Hollywood, e Janis Paige, interprete con non riuscì mai realmente ad imporsi ma, proprio in Notte di bivacco, si mette particolarmente in mostra. 

In parte questo è dovuto al fatto che la Wyman, certamente star di altro rango, non sembrava particolarmente a suo agio nei western, benché avesse già interpretato I tre moschettieri del Missouri [Bad Men of Missouri, Ray Enright, 1941] proprio insieme a Dennis Morgan, lo stesso coprotagonista di Notte di bivacco. Eppure non si nota alcuna scintilla particolare o quantomeno un’intesa significativa, tra i due nel film di Walsh, tanto che questo rimane uno degli elementi che ne tarpa le ali. Nel Western Romantico la figura femminile era determinante per il successo del film, sebbene poi lo sviluppo dell’eroe fosse legato al protagonista maschile, e su questi aspetti Notte di bivacco non riesce a cogliere pienamente nel segno. Come accennato, la vicenda narrata verte su una serie di rapine alle diligenze in cui entra in gioco anche il bandito Jim Younger (Arthur Kennedy) ma senza dare particolarmente senso alla storia. Arthur Kennedy era un ottimo cattivo dei western ma, in questo caso, patisce che la sua banda sia tenuta in scacco da figure non troppo convincenti come lo stesso protagonista e il Poeta, un villain decisamente scialbo. Tuttavia, nonostante i tanti limiti, Notte di bivacco non è un brutto film, perché Walsh in regia riusciva a trainare qualsiasi racconto con un piglio narrativo accattivante. La confezione formale dell’opera è comunque del livello che garantiva la Hollywood dell’epoca, sebbene qualche dettaglio desti qualche perplessità: ad esempio, ad ogni apparizione della diligenza si riaccendono le note musicali del commento di Max Steiner in modo talmente enfatico da sembrare un registro narrativo comico. Tuttavia è proprio la musica a garantire i momenti migliori del film. Da buon Western Romantico, Notte di bivacco si concede, infatti, un paio di godibili passaggi musicali, nei quali Janis Paige sciorina un physique du rôle invidiabile. Memorabile la sua interpretazione di Going to Old Cheyenne [Musica di Max Steiner, testo di Ted Koehler], una canzone molto bella, a cui Walsh dedica tutta l’attenzione dovuta al momento clou dell’opera. Può bastare per salvare il film? Ringraziando Raoul Walsh per la solida mano in regia e canticchiando Going to Old Cheyenne, e pensando alle gambe della Paige, si può dire di sì. 





Janis Paige



 Jane Wyman 


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domenica 19 ottobre 2025

LA CASA DEI FANTASMI

1747_LA CASA DEI FANTASMI (House on Haunted Hill), Stati Uniti 1959. Regia di William Castle

Spesso l’horror di culto La casa dei fantasmi di William Castle viene definito in modo quanto mai efficace con il termine «Camp». Che, letteralmente, significa “qualcosa di ostentato, esagerato, teatrale, autoironico e sofisticato” per attenerci alle parole che ne dà l’AI di Google. In sostanza una descrizione di quello che era il cinema, almeno quello horror, per William Castle, cineasta che non esitava a sciorinare qualunque espediente, qualunque colpo basso, pur di raggiungere il suo scopo. Per La casa dei fantasmi Castle ideò uno dei suoi più celebri trucchi promozionali: Emergo. Si trattava di uno scheletro –finto, naturalmente– che con un sistema di cavi e carrucole veniva issato e fatto passare sopra gli spettatori durante le proiezioni del film, in corrispondenza della scena in cui uno scheletro usciva da una vasca di acido. Castle credeva molto in questi espedienti e per il coevo Il mostro di sangue, inventò Percepto, un’altra diavoleria simile, a suo modo altrettanto efficace. Perché, per quanto possa sembrare strano, questo approccio ruspante e privo di ogni pudore artistico, funzionava alla grande, al punto che persino Hitchcock, per il suo celebre Psyco, ne trasse ispirazione per fare una promozione pubblicitaria inconsueta. La differenza, a voler essere onesti, era poi sul film vero e proprio, perché il maestro inglese si adoperò per realizzare un capolavoro anche sotto il profilo prettamente artistico e autoriale mentre Castle, coerente con la sua poetica, infarciva le sue opere di stratagemmi narrativi triti e ritriti, utilizzandoli oltretutto con piglio strumentale ma facendo tutto quanto in modo intelligente. La casa dei fantasmi, infatti, non presenta alcuna novità e il citato Emergo era appunto quel qualcosa di cui si sarebbe potuta avvertire la mancanza all’epoca. Lo spettatore a cui avessero chiesto com’era il film di Castle, cosa poteva infatti riferire? Una tipica storia dell’orrore, su una casa in cui si manifestano presenze inquietanti, fatta con solido mestiere ma senza alcuna scena davvero memorabile nel senso di realmente innovativa. 

A questo serviva l’apparizione dello scheletro di Emergo, che rendeva il film un evento imperdibile. Col passare degli anni, il citato sfacciato gusto «Camp» ha sostituito la funzione dello scheletro sopra le teste degli spettatori ed è divenuto il valore aggiunto che rende La casa dei fantasmi un film di culto dalla visione davvero godibile. La pellicola, come detto, è coerente con la politica promozionale e si basa su una storia non troppo originale, un gruppo di persone chiuse dentro una casa infestata –la casa dei fantasmi, appunto– con un qualunque pretesto e una serie di eventi spaventosi conditi da due omicidi a spaventare personaggi e pubblico. Tra gli attori, a far da mattatore c’è Vincent Price, sornione e autocompiaciuto come non mai, che interpreta Frederick Loren, il facoltoso signore che organizza il singolare party al centro del racconto. La festa è in onore della sua bellissima moglie, Annabelle (Carol Ohmart), e prevede che insieme ai Loren ci siano cinque sconosciuti, due donne e tre uomini, per passare l’intera notte in una casa infestata. Chi resisterà fino al mattino avrà in premio 10.000 dollari; la mezzanotte è il limite massimo entro il quale si può ritirarsi dalla competizione e abbandonare la dimora e i verdoni annessi. Appare già evidente che, come situazione, non sia del tutto plausibile e, in effetti, la cosa è anche manifestata in alcuni dialoghi. Tuttavia La casa dei fantasmi non insegue certo la verosimiglianza per cui non è certo difficile soprassedere su qualche perplessità che possa insorgere. Vincent Price, con il suo egocentrico carisma, domina in modo naturale le scene mentre Carol Ohmart ha il physique du rôle ma le manca un pizzico di quell’allure tipico delle gran dive per reggere davvero bene la parte. Tra gli altri, bene Elisha Cook nel ruolo di Watson Pritchard, il nevrotico e pauroso padrone di casa che ha perso il fratello dentro quelle mure domestiche e crede che siano davvero maledette. La sorella di Robert Mitchum, Julie, è Ruth Bridgers e si intuisce come, se avesse avuto una presenza scenica soltanto un filo di maggiore impatto, avrebbe avuto ben altra carriera. Più ordinari Alan Marshal (è il dottor Trent), Carolyn Craig (è Nora Manning) e Richard Long (è Lance Schroeder). Il racconto si snoda mettendo in fila i colpi di scena e i classici trucchi del mestiere sorretti adeguatamente da una musica perfettamente a tempo che i momenti clou: niente di più di quanto possa essere prevedibile in un horror su una casa infestata, ma anche niente di meno. 













Carol Ohmart



Julie Mitchum


Carolyn Craig 


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