1846_LA MOGLIE DEL SOLDATO (The Crying Game), Regno Unito 1992. Regia di Neil Jordan
A rivederlo
oggi, La moglie del soldato di Neil Jordan, c’è da rimanere sbigottiti, ricordando
la prima visione nella sala cinematografica del 1992. Perché, adesso, il primo
dubbio di natura sessuale sul personaggio di Dil (Jaye Davidson) sorge appena
il soldato Jody (Forest Whitaker) mostra al suo rapitore, il volontario
dell’IRA Fergus (Stephen Rea), la foto della sua «ragazza». Certo,
ormai c’è la consapevolezza della trama e del suo colpo di scena e quindi può
sembrare ovvio; tuttavia viene da pensare che in oltre trent’anni il tema della
fluidità di genere sessuale sia stato in qualche modo affrontato e ora ci sia
più dimestichezza sull’argomento. In ogni caso, a suo tempo, la visione di Dil
nuda, con tanto di pene, fu un vero choc, paragonabile a quello che coglie
Fergus, che si precipita in bagno a vomitare. Non si tratta, per altro, di una
reazione di tipo personale ma collettiva, di tutto il pubblico in sala e di
tutte le sale: fu il frutto dell’abile regia di Jordan e di un’incredibile
campagna pubblicitaria dello studio che riuscì a tenere nascosto questo
dettaglio della trama. Non è, per altro, un mero stratagemma sensazionalistico
ma dell’esigenza da parte del regista di far vivere in prima persona allo
spettatore ciò che accade al suo protagonista. Il presupposto della storia è
che Forest si innamori di Dil senza sospettare minimamente che questi sia un
ragazzo travestito e il passaggio cruciale è che, quando finalmente se ne
accorge, si trovi di fronte ad un conflitto interiore. Se, fino ad un attimo
prima, era attratto da questa persona ora avrebbe dovuto negare il fatto a sé
stesso? O bastava la vista del pene di Dil a cancellare tutto? Il problema, o
meglio uno dei problemi, è che l’attrazione sessuale nella nostra vita
quotidiana non può utilizzare gli organi genitali esponendoli e, di
conseguenza, in realtà è supportata in modo concreto da altre parti e
caratteristiche del corpo umano.

Pertanto, se Fergus è attratto dal fascino,
dal portamento, dalle gambe, dalle linee della figura, e su questa visione,
unita ovviamente alla personalità di Dil, si è costruito il proprio desiderio
per la ragazza, il dettaglio dell’organo genitale di quest’ultima è senz’altro
incongruente con le aspettative dell’uomo ma non può smentirne i presupposti.
Ed è una patata bollente che Jordan, con il suo film, rifila direttamente nelle
mani del suo pubblico. Certo, per molti è prevedibile che la scena di Forest
che corre in bagno a vomitare sia una scappatoia sufficiente a tamponare alla
bell’e meglio ma, di fatto, Jordan fece ammettere agli spettatori di tutto il
mondo che le regole accettate abitualmente in materia di attrazione sessuale si
basano meramente su convenzioni fittizie. L’importanza del film è che il
regista irlandese organizza una storia volutamente «superficiale», e qui
cominciamo ad entrare più nel vivo del discorso cinematografico, poco
approfondita: la storia è quasi stilizzata, appena abbozzata, d’altra parte
Jordan, autore anche di soggetto e sceneggiatura, deve orchestrare tutto quanto
per arrivare allo snodo cruciale e quello è il suo obiettivo, non certo le
ragioni o i torti dell’IRA. Anche i rapporti tra i personaggi non vengono
sviluppati, del resto ci sono un sacco di paratie, tende, schermi, che si
frappongono continuamente tra loro. E al Metro, il bar dove si incontrano,
Fergus e Dil parlano praticamente sempre utilizzando il barista Col (Jim
Broadbent) come intermediario: sembra una schermaglia romantica da adolescenti,
ma sottolinea la difficoltà di approfondire la conoscenza con l’altro. A
livello narrativo questo giustifica l’equivoco in cui incappa il protagonista
ma, ad un altro livello, ci conferma che il tema del racconto è l’attrazione
sessuale fisica, e non psicologica, se mai sia possibile fare un distinguo. Nel
senso: che ci si possa innamorare di un individuo dello stesso sesso per via
della sua personalità, del suo carisma, delle sue doti morali, è cosa più
accettata di essere esserne attratti fisicamente. Per dire, spesso possiamo
sentire un giornalista o un commentatore dire testualmente di essere innamorato
di un tal giocatore di calcio: è chiaro che è una semplice iperbole ma fatta in
una materia, come in parte già visto, particolarmente delicata. Jordan, quindi,
non vuole che si possa accampare questo alibi: non vuole, cioè, che possa
passare il concetto che Fergus si innamori di Dil per le sue doti morali o di
personalità o almeno su questo elemento non scava sufficientemente a fondo.
Vero è che la ragazza –perché di ragazza si tratta, genitali o meno– ha una
forma di candore, una tenerezza nascosta e protetta dalla corazza resa necessaria
dalla sua difficile esistenza, che lascia intravvedere una qualità d’animo superiore.
E, forse, Fergus, che appare totalmente frastornato da quanto gli è accaduto in
precedenza, riesce persino ad entrare in contatto con questo piano esistenziale
della giovane, proprio per il suo essere estraniato dalla realtà e dal proprio
abituale contesto.
In ogni caso, l’esuberanza eccessiva, il trucco pesante
–sottolineato in un dialogo– i vestiti attillati e scosciati, i lustrini e le
paiellettes dozzinali, ancorano senza tema di smentita la loro storia
sentimentale ad un’attrazione assai più prosaica. Per comprendere come Fergus
arrivi ad incontrare Dil in quella citata condizione di smarrimento, occorre
una breve sinossi del film. L’incipit de La moglie del soldato è in
terra nordirlandese, a Belfast, dove un commando dell’IRA, un’organizzazione
militare che combatteva contro l’occupazione britannica dell’Ulster, rapisce il
soldato inglese Jody. L’idea di Peter (Adrian Dubar) è di barattare il militare
con un prigioniero irlandese prima che questi possa parlare rivelando ai
britannici qualche dato sensibile. Un dettaglio che rivela la ricercatezza dell’architettura
narrativa della trama è che Jody è attirato in trappola da Jude (Miranda
Richardson), una bionda ragazza di facili costumi. Jody, quindi, è presentato
come un normale etero attratto dall’avvenenza della giovane, un particolare
ambivalente. Sul piano narrativo è un depistaggio, dal momento che lascia
intendere che il militare sia appunto «normale»; su quello che realmente interessa
a Jordan, ci dice che la situazione in materia sessuale è assai più fluida di quanto
ci piaccia pensare. Per la verità, almeno in modo simbolicamente scherzoso, la
trama ci avvisa quasi subito dell’indole quantomeno bisex di Jody. Nel film il
soldato deve urinare due volte: nel primo caso un mantiene stretta la mano Jude
e nell’altro, essendo a mani legate, si fa aiutare da Fergus. Come dire che l’uomo,
quando deve usare il membro, non faccia particolari distinzioni di genere
sessuale, ma lì per lì la cosa passa come un dettaglio di umorismo corporale
ininfluente. In seguito, quando Fergus scopre il segreto di Dil, apprende che,
ovviamente, Jody ne era a conoscenza; tuttavia quando Dil, vede Jude, divenuta
mora nel frattempo, intuisce come a far cadere in tentazione il suo amato Jody
siano stati le tette e il culo di questa; di fatto, non l’organo sessuale ma
due, diciamo così, accessori. Insomma, non un quadro dai contorni esattamente
netti e precisi. Tornando alla trama dell’incipit, Fergus si scontra
ripetutamente con gli altri membri del commando perché fraternizza
eccessivamente con il povero prigioniero: del resto è nella sua natura, come
nota lo stesso Jody, raccontandogli la storia della rana incauta e dello
scorpione che non può sottrarsi alla propria indole. È in questo momento che Jody
mostra la fotografia della sua ragazza a Fergus, chiedendogli di andare a
portarle un ultimo messaggio d’amore. In effetti lo scambio di prigionieri non
è più possibile visto che l’irlandese in mano britannica ha cantato e per il
soldato britannico non c’è più speranza. Crudelmente Peter incarica proprio Fergus
di uccidere Jody, forse per estirpargli le sue debolezze umanitarie. Fergus non
riesce nell’arduo compito, tuttavia, mentre Jody fugge finisce comunque ucciso,
travolto dai blindati britannici che stanno giusto facendo un blitz contro la
postazione dell’IRA. Fergus si salva e arriva a Londra, intenzionato a sparire
per un po’ e a rispettare la promessa fatta a Jody. La pista geopolitica
interessa relativamente a Jordan, irlandese e, di conseguenza, inevitabilmente
coinvolto nella questione. Su questo piano ci sono giusto un paio di
considerazioni che si possono rilevare: la principale è la netta presa di
distanze dai metodi violenti dell’IRA, i cui membri sono mostrati dal film
senza accondiscendenza ma semmai alla stregua di volgari terroristi. Ma,
significativamente, la trama avventurosa del racconto si chiude su una battuta
di Fergus rivolta alla foto di Jody, incolpandolo di aver accettato di unirsi
all’esercito britannico d’occupazione. Se il ragazzo morto fosse rimasto a
Londra, dalla sua Dil, si sarebbero risparmiati tutta quella tragica faccenda. In
fondo in fondo, l’occupazione britannica è comunque condannata da Jordan che,
tuttavia, in questo caso se ne usa in modo strumentale per raccontare altro. La
distanza tra inglesi e irlandesi, acuita dal conflitto in corso, serve al
regista per far piombare Fergus in un mondo in cui, nonostante non abbia
particolari problemi di lingua o integrazione, si senta alieno. Letteralmente,
quando l’uomo si reca da un trafficante per attraversare il Mare D’Irlanda e
recarsi in Inghilterra, gli chiede di “passare dall’altra parte”. Jordan è
ancora al lavoro sulla doppia traccia: intanto evidenzia come le due isole,
l’Irlanda e la Gran Bretagna, siano divise da un punto di vista geopolitico,
stando su due fronti contrapposti. E poi, ovviamente, la frase può essere
facilmente interpretata come un cambio nei gusti sessuali, come scherzosamente
si usa in genere dire. Tornando al capillare lavoro di costruzione
dell’intreccio, tutta la faccenda della condanna a morte di Jody, serve per
rendere Fergus moralmente in debito, un debito enorme, verso l’uomo di cui ha
cagionato in un modo o nell’altro la morte. Non può esserci una grande
amicizia, tra i due, visto che la prigionia del soldato è durata pochissimi
giorni e, allora, narrativamente, serviva un motivo più forte per mettere in
obbligo l’irredentista irlandese. Ecco quindi che Fergus decide, anche per
sottrarsi alle ritorsioni dell’IRA per il pasticcio che ha contribuito a
creare, di andare a Londra, a saldare il suo debito con Jody. Qui, partendo dal
presupposto che quest’ultimo sia etero, visto il suo approccio con Jude, non si
rende conto della vera natura di Dil e finisce per innamorarsene. La cosa più
sorprendente, ne La moglie del soldato, non è però l’organo genitale
maschile della ragazza, ma il fatto che Jordan usi un film basato su una fortissima
divisione geopolitica, costellato da schermi che nascondono, celano, si frappongono
tra le persone, per dirci che in realtà siamo come vasi intercomunicanti.
Letteralmente: Jody, presumibilmente gay, varca il confine e si reca dall’altra
parte e va con una donna. Fergus, etero, lo vediamo infatti flirtare con Jude,
varca il confine nell’altro senso per mettersi con una persona che ha sì l’aspetto
femminile ma è di sesso maschile; in ogni caso, tanto per rendere più chiara la
cosa, le taglia i capelli e la veste da uomo. Il gioco dei ribaltamenti è poi
esplicitato in modo inequivocabile dai momenti in cui viene narrata la citata
storiella della rana e dello scorpione. Un omosessuale prigioniero la recita ad
un etero che gli sta davanti ed è libero, nel momento in cui Joy è sorvegliato
da Fergus nella postazione IRA. Il film si chiude con lo stesso Fergus,
formalmente ancora eterosessuale –non chiamarmi «amore» continua a ripetere a Dil–
in prigione, che la racconta alla stessa ragazza, venuta premurosamente a
trovarlo. A proposito, la morale della storiella in questione, è evidente,
ognuno è quel che è non è possibile modificare la propria natura per rispondere
alle esigenze del conformismo sociale ma ce n’è un’altra, di storiella, raccontata
stavolta da Fergus, forse anche più calzante. “Quando ero bambino pensavo come
un bambino. Poi sono cresciuto e ho smesso”. Ecco, forse si dovrebbe anche
ricominciare a ragionare senza quegli steccati che l’educazione sociale ci ha
imposto. Un po’ come fa Dil che nella sua dolce e sensibile intima personalità ha
il vero segreto nascosto.