1848_L'ASINO D'ORO: PROCESSO PER FATTI STRANI CONTRO LUCIUS APULEIUS CITTADINO ROMANO, Italia, Algeria, 1970. Regia di Sergio Spina
Oggi questo film è sostanzialmente misconosciuto ma anche al tempo della
sua uscita nelle sale non godette di eccessiva popolarità. L’asino d’oro:
processo per fatti strani contro Lucius Apuleius cittadino romano, regia di
Sergio Spina, non convinse nemmeno la critica che liquidò anche la colta ispirazione
alle Metamorfosi di Lucio Apuleio considerandola “Un pretesto per
mettere insieme un racconto comico-licenzioso”. [a.val, Dolce vita con Apuleio, Stampa
Sera, 1 e 2 settembre 1970]. Qualcosa da salvare venne comunque trovato,
dal recensore di Stampa Sera: “Non manca però un impegno produttivo che ha
permesso al regista di girare su sfondi appropriati, specie quelli africani, e
di dare una innegabile omogeneità visiva, se non narrativa, al racconto”. [Ibidem]. Ben più severo,
prevedibilmente, il gesuita Nazareno Taddei, grande esperto di comunicazione
massmediale che, nel suo Schedario Enciclopedico, stroncò senza appello alcuno
il film di Spina: “Una farsa frammentata e caotica che distorce completamente
il significato dell’opera di partenza, senza mai riuscire a integrare in modo
armonioso gli elementi fiabeschi con quelli realistici. Privo di leggerezza e
grazia, il film è segnato da numerosi momenti di autentica volgarità, mentre i
frequenti riferimenti a temi e situazioni contemporanee non riescono a
costruire un discorso satirico coerente e incisivo, risultando invece
fastidiosamente fuori luogo e ambiziosi senza una reale giustificazione. Il film
si concentra esclusivamente sulle avventure erotiche del protagonista, che
vengono presentate con una gratuità eccessiva. È pieno di situazioni
boccaccesche trattate con un gusto pessimo, e culmina in una sequenza
interamente dedicata a una parodia dolorosa del martirio che, per la sua
irriverenza, sfiora il limite della blasfemia” [Taddei Nazareno, Schedario cinematografico.
Enciclopedia a schede antologico-monografica del cinema degli anni '70,
EDAV, gennaio 1962, tramite la Tesi di Laurea Il filone erotico porno peplum
italiano a partire degli anni 70, relatore Prof. Claudio Bisoni,
correlatore Tristan Venturi, presentata da Luca Spica]. Naturalmente la
prospettiva religiosa dell’epoca della recensione di Taddei va tenuta in
considerazione, per cui la citata scena cabarettistica di Paolo Poli, che
secondo lo studioso sarebbe quasi tacciabile di essere blasfema, secondo i
canoni odierni non è nemmeno sconveniente. Tuttavia è innegabile che L’asino
d’oro: processo per fatti strani contro Lucius Apuleius cittadino romano
manchi di coerenza interna e che rimangano troppo poco amalgamati i vari
elementi aggiunti un po’ come si fosse alla ricerca di una formula magica senza
trovarne poi l’armonia d’insieme. Intanto già l’idea di un titolo tanto lungo e
bislacco sembra suggerire che il regista Sergio Spina e i produttori cercassero
una certa complicità con critica e pubblico. All’epoca questi titoli
interminabili erano una moda che aveva un che di snob e forse il tentativo era
quello dare un po’ di tono al film in quell’ottica. Alla stessa stregua si
possono considerare gli ironici riferimenti al fascismo o il citato inserto
cabarettistico di Paolo Poli, inviso al pubblico di ispirazione cattolica ma,
anche solo per questo, prevedibilmente ben accolto dalla controparte di idee
progressiste. Come visto, la vicenda è ispirata alle opere di Lucio Apuleio, in
particolare alle Metamorfosi, ed è di conseguenza ambientata nel II
secolo a.C. nella Mauretania, una provincia romana dell’Africa del Nord. Dopo il
contrasto dei titoli di testa, una carrellata su mosaici d’epoca romana è
accompagnata da una marcia che ricorda inevitabilmente All’armi! All’armi!
All’armi siam fascisti!, nell’incipit della storia il proconsole (Enzo
Fieramonte) spara a mitraglia una serie di battute, da “Me ne frego” a “Quando
c’era chi intendo io…”, dalla comicità piuttosto prevedibile e scontata. E,
tutto sommato, anche la citata scena teatrale di Poli, nel ruolo della martire
cristiana, è certamente più divertente, ma estranea al contesto e comunque dal
sapore ruffiano nei riguardi della nostrana intellighenzia. Se già questi
elementi non strappino certo applausi, il resto del film è effettivamente un
mero pretesto per mostrare le grazie delle attrici protagoniste. Il che non
depone, nemmeno tutt’oggi, a favore del film, ma ci sono almeno un paio di
osservazioni che vale comunque la pena prendere in considerazione. Innanzitutto,
tra le citate interpreti, a cui spetta il compito di rendere visivamente
piacevole il film, c’è una giovanissima e splendida Barbara Bouchet negli
audaci panni di Pudentilla. Tra l’altro, la Bouchet, pur non essendo appunto
chiamata a chissà quale difficoltà interpretativa, se la cava sempre dimostrando
di conoscere il mestiere oltre che con l’innata insuperabile classe. Tuttavia,
il cast rimane comunque uno dei punti deboli del film, con i protagonisti
maschili, Samy Pavel (è Lucio Apuleio) e John Steiner (Aristomene), che non
incidono quanto dovuto considerato il loro ruolo centrale. Ma il rammarico
maggiore che si può imputare al film è quello di non aver creduto maggiormente
nelle potenzialità che si intravvedono nell’opera. Ad esempio, tutta quanta la
faccenda della veglia del cadavere, con inventario dei componenti del corpo del
defunto, è intrigante e già in questo modo abbastanza divertente oltre che
inquietante. Lucio Apuleio si offre infatti di sorvegliare il cadavere di Milone
(Steffen Zacharias), marito di Potentilla, senza dar troppo peso alle dicerie
che raccontano che le streghe che infestano quelle zone si vendichino mutilando
i cadaveri di coloro non si opposero all’occupazione imperiale. E stando alle
credenze, un corpo non integro sarebbe condannato alla dannazione eterna. L’aspetto
curioso della faccenda è che, qualora la mattina dovesse mancare qualcosa al
cadavere, il guardiano sarà tenuto a risarcirlo con parti del proprio corpo;
inutile dire di cosa si troverà ad essere sprovvisto il povero Milone al
momento del controllo mattiniero. Tra gli aspetti che rendono questo passaggio
particolarmente ben congeniato, c’è il fatto che la ricompensa per la veglia è
la mano della moglie del morto, la bellissima Potentilla che già aveva flirtato
con Apuleio, o il fatto che tra le streghe accusate di queste manovre si
trovino appunto la stessa vedova di Milone e la sua ancella Panfilia (Anna
Zinneman). Ma in questo caso le due donne sono estranee all’osceno vilipendio
del cadavere, di cui sono invece responsabili alcuni inquietanti cavalieri che
piombano nell’antica città nottetempo. L’evirazione viene fatta da quello che
sembra essere uno strano insetto –l’effetto speciale davvero dozzinale non
permette di capire bene di che si tratti– ma la scena ha un suo fascino morboso
perché si vedono Putentilia e Apuleio trascorrere una notte d’amore giusto
accanto al cadavere di Milone. Tra gli altri passaggi di un certo impatto c’è
quella di Aristomene che si sgozza volontariamente, dando corpo alla
maledizione di Panfilia, di cui in precedenza si è assistito all’efficace rito
malefico. Insomma, le critiche, anche quelle più dure, possono essere
condivisibili, perché L’asino d’oro: processo per fatti strani contro Lucius
Apuleius cittadino romano è effettivamente un film troppo sconclusionato.
Ma non si può dire che manchino gli spunti di interesse, a partire dalla
presenza di Barbara Bouchet.


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