1850_IL DOTTOR X (Dottor X) Stati Uniti 1932. Regia di Michael Curtiz
Nell’ambito
della cinematografia americana, gli anni dal 1930 al 1934 vengono in genere definiti
«pre-codice», nonostante
il Production Code, un codice di autocontrollo degli studi cinematografici,
fosse già entrato teoricamente in vigore il 31 marzo 1930. Nel concreto però le
case cinematografiche ignorarono le restrizioni del codice provocando una
reazioni dei movimenti di opinione, come alcune organizzazioni cattoliche, che
trovavano sconvenienti i film prodotti in quegli anni, definendoli violenti e
razzisti. Il senatore Will H. Hays alla guida del MPPDA (Motion Picture
Production and Distributors Association) si fece promotore quindi di un
ulteriore codice, noto come Codice Hays, appunto, molto più restrittivo e dove
ogni singola pellicola doveva essere approvata dall’associazione. Ad essere
presi particolarmente di mira da questi fenomeni censori erano in particolare i
temi quali il sesso e la violenza che, di fatto, verranno quindi limitati dal
1934 per almeno un ventennio, per quanto il definitivo superamento del Codice
Hays avvenne solo nel 1968. Tra i tanti temi che erano assolutamente messi al
bando c’era quello del cannibalismo. I codici di autoregolamentazione non
facevano esplicito riferimento alla pratica antropofaga tuttavia le restrizioni
nell’ambito della violenza estrema e delle perversioni sessuali di fatto la
includevano senza alcun dubbio. Nel 1932, come detto, si era però in quella
situazione nota come Pre-Code e, pertanto, un film come Il dottor X poté
uscire nelle sale cinematografiche facendo esplicito riferimento ad un serial
killer che uccide e poi sbrana le sue vittime. Trattandosi di un’opera degli
anni 30, la pellicola non è ovviamente cruda e i riferimenti più scabrosi sono
solo accennati ma nel complesso il racconto è molto impressionante. Michael
Curtiz era già un regista esperto e padroneggia la materia orrorifica in modo
sapiente dando la giusta importanza alla confezione formale. La Warner Bros.
decise di girare due versioni, una in bianco e nero e l’altra a colori, in
bicromia, ed è proprio quest’ultima ad esaltare al massimo il lavoro di Curtiz
in regia e di Ray Rennahan alla fotografia. Avendo a disposizione una pellicola
Technicolor a due colori, rosso e verde, i due cineasti cercano di convertire
il limite tecnico in un punto a favore del film, riuscendo alla perfezione
nell’intento. Il verde, un colore che ben si addice al tema orrorifico, viene
ulteriormente enfatizzato e il rosso, in realtà quasi sempre virato su tonalità
di marrone, fa giusto da contrappunto, per una visione onirica e suadente. Le
architetture Art Déco e le strumentazioni da fantascienza dell’epoca
contribuiscono a rendere l’atmosfera affascinante e, grazie alle luci
impressioniste e all’ottima regia in sintonia di Curtiz, sottilmente
inquietante. Il dottor Xavier (Lionel Atwill), il dr. X del titolo, ottiene 48
ore per poter svolgere in proprio e con rivoluzionari metodi scientifici le
indagini per scoprire chi è l’assassino che, nelle notti di luna piena, uccide
e divora le sue vittime nei dintorni del suo istituto scientifico. Secondo la
polizia, il killer è uno tra gli sparuti studiosi dell’accademia scientifica
presieduta dal dottor X e, tra questi, vi è perfino un esperto di cannibalismo,
il dottor Wells (Preston Foster), su cui si puntano inevitabilmente i primi
sospetti. Il problema è che Wels è monco e, visto che l’assassino uccide le sue
vittime strangolandole, diventa anche il primo ad essere escluso dalla lista
dei sospettati. Nei suoi esperimenti tesi a scoprire il colpevole, il dottor
Xavier incatena i sospettati, e quindi anche sé stesso, alle sedie e questo è
un utile stratagemma in ottica narrativa, con la suspense che cresce man mano
che il momento fatidico si avvicina e i personaggi sono bloccati senza poter
agire. Il compito di alleggerire la tensione è appannaggio di Lee Taylor (Lee
Tracy) un maldestro ma spudorato giornalista che, per mantenere il posto di
lavoro, deve scoprire cosa bolle in pentola all’accademia scientifica. A fargli
da sparring partner, un personaggio che si occupa invece della deriva
romantica: Joanne Xavier (Fay Wray) cerca di contenere le invadenti manovre del
reporter ma finisce per dargli corda per imbastire una sorta di love story che
corre parallela alla traccia horror. In ogni caso, Fay Wray fa il suo solito
figurone, bellissima e slanciata in perfetto stile con gli arredi e le
scenografie, producendosi, tra l’altro, con il suo pezzo forte: il grido di
terrore dell’unica e inimitabile Scream Queen.
Fay Wray







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