1847_COLPO ROVENTE, Italia 1969. Regia di Piero Zuffi
Per prima cosa, a proposito di Colpo rovente, va detto che il
risultato in genere fruibile, nonché quello che uscì al tempo nelle sale, è
pesantemente monco. Il totale dei tagli della censura ammonta infatti a ben venticinque
minuti ed è quindi evidente come il risultato rimasto sul nastro della
pellicola sia abbastanza diverso da quanto previsto da Piero Zuffi, nella sua
unica prova nel ruolo di regista. Zuffi, polivalente decoratore affascinato
dall’arte figurativa, in ambito cinematografico aveva avuto alcune esperienze
come scenografo e, in effetti, la cura estetica e formale del film rivela
questa sua attitudine. Accreditato anche come autore del soggetto del film, per
la stesura della sceneggiatura si fece aiutare da Ennio Flaiano. Di questo
lavoro, guardando la versione corta del film, quella da quasi ottanta minuti,
si può apprezzare poco, perché i «buchi» presenti nella trama
costringono lo spettatore ad un continuo sforzo di immaginazione. Tuttavia lo
stile lisergico e ipnotico della pellicola aiuta a non formalizzarsi troppo sui
dettagli dell’intreccio narrativo. Un notevole contributo, alla scorrevolezza
del film nonostante questi salti logici, è fornito dalla colonna sonora, opera
del grande Piero Piccioni che, in ambito di psichedelia, può scatenare la sua
proverbiale verve musicale. In quest’ottica, a sorprendere, tra gli interpreti
coinvolti, è una giovanissima Barbara Bouchet, qui al suo esordio nel cinema di
genere italiano. In effetti Colpo rovente è ambientato a New York, negli
Stati Uniti, come molti altri film italiani dell’epoca, dal momento che il
nostro cinema stava cercando di assumere gli stilemi di generi che, fino
all’ora, erano stati perlopiù importati dai Paesi angloamericani. In ogni caso,
la Bouchet, per l’occasione bruna, sciorina una serie di look che esaltano la
sua bellezza glaciale ma, nel corso del film, dimostra di conoscere molto bene
il mestiere di attrice, sfoderando alcuni passaggi molto intensi. In effetti, in
carriera l’interprete di origine tedesca aveva già recitato in oltre dieci
film, tra i quali vale la pena almeno ricordare Prima vittoria, dove
duetta nientemeno con Kirk Douglas, e una puntata di Star Treck. Il
registro interpretativo di Barbara è, in sostanza, quello che meglio incarna lo
spirito psichedelico del film, che si muove tra immagini ammalianti e scene al
cardiopalma. Tra gli altri, l’unico a reggere bene questo difficile clima
narrativo è Carmelo Bene nel ruolo del killer Billy Desco mentre il resto del
cast, a partire dal protagonista, Michael Reardon, ha uno stile più ordinario. Ovviamente,
non è possibile dare una valutazione ponderata ad un film che si vede privato
di un quarto della propria durata, per recuperare il quale occorre guardare
visioni recuperate in qualche modo nella migliore delle ipotesi. Per assurdo, la
chiave stilizzata dell’opera risente in modo relativamente minore dei tagli,
con gli avvenimenti che a volte piombano nella trama all’improvviso alimentandone
la sensazione straniante ma in un certo senso anche iperrealistica. Per quanto
raffazzonata dalle sforbiciate della censura, la trama prevede che il capitano
Frank Berin (Reardon) sia sulle tracce dell’assassino di un boss mafioso attivo
nel traffico degli stupefacenti. Nonostante il cartello della malavita
organizzata si adoperi per intralciare le indagini, che si dilungano in una
serie di passaggi resi di non semplice comprensione dai citati tagli, il colpo
di scena finale lascia abbastanza atterriti ed è indiscutibilmente ricercato
dagli autori. Davvero Zuffi credeva che un finale del genere potesse essere
accettabile? Qui non si vuole mettere in discussione la plausibilità della
scelta narrativa, perfettamente legittima, ma il tono del racconto lascia
intendere che l’idea di farsi giustizia da sé sia un’opzione condivisibile. Ma
se in opere come Il giustiziere della notte, successiva di oltre quattro
anni, questo avveniva alla luce del sole, ed è comunque un’ipotesi discutibile,
l’idea che il capitano Berin agisca vigliaccamente di nascosto come un volgare
sicario mette i brividi. È indubbio che la malavita organizzata abbia la
capacità di eludere i tentativi della Legge di mettere le mani sui responsabili
di tale attività, ma questo non può giustificare in nessun modo l’omicidio a
sangue freddo. Neanche in un film di genere.




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