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mercoledì 12 agosto 2026

BRUCE LEE DALLA CINA CON FURORE

1849_BRUCE LEE DALLA CINA CON FURORE (Dìyù wú mén)  Hong Kong 1980. Regia di Hark Tsui

Ancora una volta la precedenza in sede di analisi di un film d’importazione la usurpano i distributori italiani con una scelta davvero scellerata e che necessita subito di essere stigmatizzata onde evitare equivoci. Bruce Lee, la celebre star protagonista di tanti film sul kung fu, non ha nulla a che vedere con questa pellicola di Hark Tsui. Se proprio si vuole trovare un nesso, si può osservare che Lee fosse originario di Hong Kong, proprio come il film in questione e il suo regista. Tuttavia, intitolare un lungometraggio Bruce Lee dalla Cina con Furore, unendo il nome dell’attore ad uno dei suoi film più famosi, Dalla Cina con furore [Dalla Cina con furore (Jing wu men/The Chinese Connection), Lo Wei, 1972] dove non c’è traccia né dell’attore in questione e nemmeno della Cina, è davvero deprecabile. Il film, in effetti, è appunto prodotto ad Hong Kong e solo in parte è ascrivibile al gongfu, termine con cui è conosciuto il genere dei film di kung fu. In realtà Bruce Lee dalla Cina con furore è una commedia horror o qualcosa di simile, il cui titolo originale cinese Dìyù wú mén, che significa L’inferno non ha porte, non è molto più utile di quello italiano, ad essere onesti. Più indicativo, per farsi un’idea di cosa tratti il film, è il modo in cui gli anglosassoni l’hanno reso relativamente noto a livello internazionale: We Gonna Eat You. In effetti siamo di fronte ad uno strampalato ma divertente film coi cannibali. Come già intuibile, si tratta di un’opera che contamina molti generi: la base è una sorta di poliziesco venato con elementi tipici delle storie di spionaggio, con un agente in borghese alla caccia di un criminale e l’azione non manca, ovviamente a base di arti marziali, ma è costantemente condita da una verve umoristica efficace. Il protagonista è l’agente 999 (Norman Chu) che è sulle tracce di Rolex (Melvin Wong), quando capita su un’isola in cui si pratica il cannibalismo. Il capo del villaggio (Eddy Ko) è un elemento ben peggiore di Rolex e, a quel punto, l’agente 999 si allea proprio con il criminale ricercato per combattere il despota e tutta la sua cricca di terrificanti uomini mascherati. Che non sono gli unici cannibali della storia. Gli abitanti del villaggio, tenuti in condizione di totale sudditanza e povertà, hanno infatti l’unico momento di gioia quando capita da quelle parti qualche forestiero che finisce per essere smembrato dagli sgherri mascherati e poi diviso e distribuito per essere mangiato dall’intera collettività. Sembra un soggetto assurdo? E lo è. Ma, a suo modo, è anche un classico bizzarro film dell’estremo oriente. 

La vicenda è intrisa del tipico humor orientale che fa costantemente capolino nel frenetico e caotico ritmo impresso da Hark Tsui al racconto filmico. Ci sono peraltro personaggi, come il ladro vagabondo dagli occhiali scuri (Kwok-Choi Hon), che si dedicano interamente alla traccia follemente ironica, sebbene il campione in questo ambito sia un singolare rappresentante del gentil sesso. A questo proposito, si può dire che la componente femminile non sembri avere particolare rilevanza, nell’economia del film. Certo, la graziosa Michelle Yim, nel film interpreta Ah Lin, riesce sempre a ghermire l’attenzione, quando si palesa sullo schermo. Ma la storia verte principalmente sui combattimenti di arti marziali, le scene truculente, inevitabili in un cannibal movie, e le gag assurde che non servono a alleggerire il ritmo dell’azione ma, semmai, ad imprimergli ulteriori impennate, per quanto totalmente dissennate. Eppure, sono due ragazze, per quanto una sia diciamo così un po’ sui generis, ad avere i momenti più memorabili del film. La scena finale, che lascia di stucco i tre maschi sopravvissuti, è da antologia del cinema splatter estremo: l’agente 999 e il ladruncolo dagli occhiali scuri sono alfine riusciti a sfuggire ai cannibali, abbandonando l’isola insieme a Ah Lin e a un altro ragazzo del villaggio (Tin Sao Lung). Questi, in genere, è indicato genericamente come fratello di Lin, che è un altro personaggio femminile del racconto, diverso da Ah Lin che è più centrale nella trama e riesce a salvarsi insieme ai due protagonisti. Per quanto può essere possibile qualunque cosa, soprattutto in un film come Bruce Lee dalla Cina con furore, è difficile pensare che con essi si sia salvato il fratello di una ragazza che è stata invece abbandonata sull’isola; avrebbe più senso narrativo che sua sorella sia appunto Ah Lin, la giovane che è tratta con lui in salvo dall’agente 999. Tuttavia, nella confusione narrativa creata anche ad arte da Hark Tsui, è difficile stabilire bene questi dettagli per via del ritmo indiavolato e del caos che regnano sovrani sulla vicenda, sugli snodi narrativi e sulle relazioni dei personaggi. In ogni caso, l’improvvisata zattera con i quattro fuggitivi subisce un ultimo attacco da uno dei cannibali mascherati ma l’agente 999 riesce finalmente a chiudere la partita e, nel farlo, finisce per inzuppare di sangue dell’aggressore la povera Ah Lin. Lieto fine, finalmente? Quasi, perché Ah Lin si rialza tutta insanguinata reggendo con le mani giunte il cuore umano ancora pulsante che ha strappato dal petto dell’aggressore, offrendolo ai commensali, ops, ai compagni di fuga. La scena è di notevole impatto, al punto da essere spesso usata sulle locandine e i manifesti del film e getta nella disperazione i tre uomini superstiti che si accorgono di aver salvato non una dolce e graziosa fanciulla ma piuttosto una cannibale convinta. Un finale degno del film che sorprende e ha una deriva assurdamente ironica e disturbante. In ogni caso si era accennato ad un altro personaggio che si può intendere come femminile e che, più che di una singola scena, attraversa la storia con un carico di follia anche superiore al resto del lungometraggio. Indicata dai credits del sito IMDb come la “figlia del capo villaggio” la «ragazza» in questione è interpretata da Chin Hsiao, un caratterista del cinema di Hong Kong noto per la sua enorme statura. Nel film di Hark Sui, il personaggio di Chin Hsiao cerca di giacere con qualsiasi maschio le capiti a tiro e il tema dei travestiti ben poco femminili era un tipico cliché di certo cinema di Hong Kong, sempre alla ricerca di qualche contrasto per enfatizzare il carattere assurdo e destabilizzante delle loro opere. Riuscendoci appieno, almeno in questo caso.  



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