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sabato 4 luglio 2026

IL CASO 137

1836_IL CASO 137 (Dossier 137Francia, 2025. Regia di Dominik Moll

Il tema centrale del film Il caso 137 è reso esplicito da uno dei suoi protagonisti, il giovanissimo Victor (Solàn Machado-Graner), che chiede conto alla madre Stéphanie Bertrand (Léa Drucker) sul perché la gente non ami la Polizia. Domanda lecita e pertinente: la donna, infatti, è una poliziotta. Anzi, per la verità, lo è al quadrato, visto che dirige un reparto della IGPN, l’organismo che si occupa di verificare la condotta delle stesse forze dell’ordine; “la Polizia della Polizia”, per usare una definizione usata nel film. Siamo in Francia, a Parigi, nel 2018, durante i disordini dei cosiddetti «Gilet Gialli» e uno dei manifestanti si è preso in testa un proiettile di Flash-Ball, un’arma antisommossa, rimanendo gravemente ferito, con pesanti danni che saranno permanenti. La madre del giovane, Joёlle Girard (Sandra Colombo), una donna che arriva dalla periferia delle classi meno agiate, sporge denuncia e Stéphanie comincia un’approfondita indagine, con qualche risvolto giallo degno di un poliziesco, che la porterà a scoprire pesanti responsabilità da parte di un gruppo di agenti in borghese della BAC, la Brigata Anti Criminalità, un corpo speciale impiegato per sedare i disordini più accesi nel Paese transalpino. Con un pregevole intarsio narrativo, Stéphanie viene in possesso di un video ripreso da un cellulare in cui si vedono due di questi agenti in borghese, tratti parzialmente in inganno dalle circostanze, sparare deliberatamente con i famigerati LBD (Lanceur de Balle de Défense) contro due manifestanti. Uno di essi, Guillaume Girad (Côme Péronnet), figlio della signora Joёlle, rimane steso sul terreno. I poliziotti non sembrano però affatto preoccupati da ciò, al punto che uno di loro lo scalcia, mentre questi giace inerme sull’asfalto. Non si tratta di un colpo portato con particolare violenza, eppure è perfino più significativo di quello sparato con l’LBD. Infatti, come detto, gli agenti avevano una piccola e assai parziale giustificazione per aver utilizzato in modo tanto avventato i loro fucili antisommossa, visto che poco prima erano stati fatti bersaglio da alcuni manifestanti. Questi ultimi si erano dileguati alla svelta mentre, una volta svoltato l’angolo, gli uomini in borghese della BAC si erano trovati di fronte due Gilet Gialli, Guillaume e il suo amico, e avevano subito pensato di aver a che fare con gli stessi individui. Giustificazione nel complesso inaccettabile tanto sul piano morale che su quello legale; peraltro, per quest’ultimo aspetto si vedrà, anche in questo caso, come sull’operato delle Forze dell’Ordine si preferisca spesso chiudere non un occhio ma tutti e due avendo avuto l’accortezza di tapparsi anche le orecchie. Ma torniamo al calcetto rifilato al povero Guillaume che, alle prese con un pesante trauma cranico, nemmeno lo avrà avvertito. Questo colpo, dato con disprezzo più che con violenza, segna ed esplicita in modo inequivocabile come l’agente non abbia in realtà una minima attenuante, i suoi colleghi con lui e tutti coloro si dannino l’anima –letteralmente, sia chiaro– per minimizzare il gesto, compresi. Colpire l’avversario a terra, invece di verificare se abbia bisogno di soccorso, è un comportamento che sconfessa secoli di civiltà –che hanno elaborato concetti quali lo spirito cavalleresco e il rispetto per il nemico– e certifica che quando si parla di imbarbarimento della società non si devono citare solo i crimini in aumento o i disordini diffusi ma cominciare dal comportamento, troppe volte denunciato e troppe poche volte sanzionato, delle Forze dell’Ordine. Per capirci: se restiamo nel cinema, basti citare Minsk, il capolavoro di Boris Guts del 2022 e ambientato durante la cosiddetta Rivolta delle Ciabatte nella capitale Bielorussa, oppure Detroit della bravissima Kathryn Bygelow, che riporta fatti risalenti al 1967, d’accordo, ma è argutamente realizzato nel 2017, o ancora il nostrano ACAB – All Cops Are Bastards di Stefano Sollima, che utilizza nel titolo un acronimo citato anche nel film e, non a caso, noto praticamente a tutti. 

Ma sono davvero tutti «bastardi», i poliziotti, come recita appunto questa espressione e come, in modo assai più edulcorato, chiede Victor a sua madre, nella scena a cui ci si riferisce in apertura di questa recensione? Beh, è difficile dimenticare le immagini dell’incursione della Polizia nella scuola di Genova, durante il G8 del 2001, così come le morti di Stefano Cucchi o Andrea Soldi, sebbene quello che è realmente impossibile scordarsi sono stati i tentativi di insabbiare o negare queste scomode verità. E allora dobbiamo rispondere di sì, che sono tutte persone negativ, gli appartenenti alle Forze dell’ordine? A prescindere che le generalizzazioni sono sempre fuorvianti e fallaci, il film ci dà una sorta di ricetta per comprendere meglio la situazione senza lasciarsi andare in giudizi trancianti e qualunquisti. Ogni persona, in divisa o meno, ha diritto di veder valutato il proprio operato senza alcun pregiudizio. Tornando alla trama del lungometraggio, quasi in principio del racconto filmico, Stéphanie trova un micetto rinchiuso dietro una grata, nel garage condominiale; lo libera, lo rifocilla e lo lava e, almeno temporaneamente, decide di tenerlo. Non è un caso che l’animale salvato sia un micio: il tema dei gattini è infatti uno dei classici cliché di internet. Per intenderci, i piccoli felini sono i tipici protagonisti di filmati innocenti e innocui, proprio quelli che guarda la madre della protagonista, rimproverata, per questo modo superficiale di perdere il tempo, dal marito. In ogni caso, il gattino rimane a casa Bertrand e, quando Stéphanie e Victor si recano dai nonni di quest’ultimo, l’animale viene sistemato in auto nell’apposita gabbietta. Il felino si lamenta, di questa nuova prigionia, tanto che la cosa è sottolineata nei dialoghi del film. Il caso 137 è un film francese, d’accordo, per cui alcuni dettagli superflui di vita quotidiana sono inseriti, come ha insegnato la Nouvelle Vague, per rendere la vicenda maggiormente realistica. Ma questo particolare non sembra poi così gratuito: ci dice che, all’occorrenza, l’autorità, in questo caso simboleggiata da Stéphanie, dopo essersi presa cura dell’individuo, il gattino, a volte deve necessariamente prendere misure, come dire, antipatiche o comunque poco comprensibili agli occhi di quest’ultimo. Una certa severità, il ricorso al rigore, è, in sostanza, ineluttabile da chi deve garantire il corretto svolgersi della vita civile. Anche perché non si può pretendere che l’individuo non abbia qualche debolezza o che non commetta qualcosa di sbagliato, e la scena con il gatto, nel finale, che ruba la cena di Stéphanie, lasciata incustodita, è un altro passaggio abbastanza evidente nel suo essere simbolico. Prima della chiusura definitiva, dedicata giustamente a Guillaume e alla sua triste parabola, il regista si premura di chiudere la metafora dei gattini: Stéphanie è a casa e si consola proprio come faceva sua madre, guardando video brevi di teneri gattini sullo smartphone. La donna è evidentemente scoraggiata e delusa: redarguita dai colleghi –persino dall’ex marito– come dai superiori per il suo mettere sotto accusa le Forze dell’Ordine impegnate “a difendere la Repubblica”, accusata di essersi lasciata condizionare dal fatto di provenire dalla stessa area periferica dei Girard, Stéphanie sembra rifugiarsi in un passatempo innocuo che la distragga, le impedisca di pensare alla situazione praticamente senza uscita in cui si è ficcata la società. L’accusa che non ha negato, mossagli dalla sua superiore, è di essersi lasciata coinvolgere a livello umano dai Girard, dalla disperazione anche scortese di Joёlle: perché proprio questo è il punto. Il film, acutamente, si intitola Il caso 137, nell’originale Dossier 137, perché da anni ci insegnano ad essere distaccati, impersonali, neutrali. E cosa c’è di più impersonale di un numero? Il problema è che le persone non sono numeri e non possono e, soprattutto, non devono essere trattate come tali. Ha ragione da vendere Stéphanie quando ammette di essersi presa a cuore la faccenda di questo giovane figlio che la madre si è ritrovata rovinato per tutta la vita. In risposta all’accusa, la protagonista, ammette amaramente, semmai, che se i Girard fossero provenuti da una zona a lei estranea, forse avrebbe indagato con meno efficacia, con meno insistenza. Perché quello è casomai il suo errore; e non l’aver approfondito un caso su cui c’erano palesi irregolarità da portare alla luce. È un passaggio cruciale e illuminante del film di Domink Moll, in un tempo in cui, persino in faccende amene come il calcio, si professa l’assai presunta infallibilità delle sentenze «automatiche» di quelle diavolerie tecnologiche che abbiamo l’assurda pretesa possano sostituire il discernimento umano. Il nostro mondo è finito in un Cul de Sac e forse non resta davvero che fare come Stéphanie e guardare i Reels dei micetti, sorridendo beati al cellulare. Come detto, siamo alla fine del film e Victor, che è poco più di un ragazzino, sembra turbato dal comportamento di sua madre e, in un certo senso, la richiama all’ordine. La donna è separata, non sembra avere relazioni all’orizzonte e, anche dal punto di vista lavorativo, ha preso una brutta botta. Non tanto professionalmente, che il Sistema sa aggiustare le cose in modo ipocrita senza scontentare nessuno, ovviamente tra quelli che hanno una qualche voce in capitolo –leggi, i Girard si arrangino– ma moralmente la faccenda di Guillaume è un macigno che schiaccia ogni possibile fiducia nella società. E Stéphanie, con il figlio ormai prossimo ad essere in grado di divenire autonomo, può anche avere la tentazione di lasciar perdere tutto quanto, proprio come sua madre che, opportunisticamente, evita di dirle qualcosa che possa risultare scomodo. Victor, tuttavia, è un tipo che pone e si pone delle domande, il che non è poco, nell’indifferenza generalizzata di questa epoca. E, quindi, quando la scorge sorridere beota guardando il telefono, non vede una donna serena in certa di un onesto svago, ma una persona disperata, senza speranza. E questo, da sua madre, da una donna che guidava un reparto della Polizia della Polizia, non lo può accettare. Stéphanie, scossa dallo sguardo del figlio, gli sorride ma adesso questo sorriso, appena accennato, è molto più convincente: è la promessa di non arrendersi all’ingiustizia, anche quando questa indossi l’uniforme e sembri inattaccabile.      






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