1722_INNER WARS, Ucraina, Francia 2020. Regia di Masha Kondakova
Il
significato del titolo del documentario di Masha Kondakova Inner Wars è «guerre
interiori», il che, essendo il film ambientato nell’Ucraina orientale dove
infuria la Guerra del Donbas è quantomeno curioso. Ma alla regista del
conflitto con i separatisti interessa relativamente, c’è una didascalia in
chiusura che ricorda la situazione geopolitica dell’area: quello che preme alla
Kondakova è rivendicare il contribuito delle donne impegnate in guerra e la
loro importanza, ingiustamente sottovalutata, nell’esercito ucraino. Queste
sono le «guerre interiori» di cui ci racconta Inner Wars. Quella di Olena,
soprannominata Witch, strega, combattente indomita, tra una sigaretta e l’altra,
con due figli lasciati a casa; quella di Lera, che ha lasciato il suo lavoro di
giornalista per sparare col mortaio e si è messa contro i superiori per restare
in prima linea: o quella di Iryna, una veterana che ha perso due gambe e un
occhio al fronte e che, nella sua personale battaglia per rivendicare il
riconoscimento del contributo bellico femminile, forse è quella che meglio
incarna lo spirito del film. Sebbene sia proprio lei a “sfidare Kondakova sulle
sue reali intenzioni dietro il film” per usare le parole di Redmon Bacon sul
sito Dirty Movies. [Dal sito Dirty Movies, pagina web https://dmovies.org/2021/11/30/inner-wars/,
visitata l’ultima volta il 19 dicembre 2024]. Secondo il recensore, proprio la
scelta della regista di non smussare questa divergenza con una delle
protagoniste, è indice dell’onestà d’intenti dell’opera.
Il che è certamente condivisibile, come anche l’idea che alle donne debba
essere riconosciuto parità di trattamento anche in ambito militare e tutto quanto
il resto si possa immaginare in quest’ottica. Tuttavia, c’è qualcosa che non
torna, che non quadra proprio alla perfezione. Nel senso: la guerra è la
peggiore delle attività, qualcosa che si dovrebbe certare in tutti i modi di evitare;
poi, d’accorso, forse in certi casi è inevitabile, in ogni caso non è questo il
punto. Forse, in tempi arcaici, incominciarono ad occuparsene gli uomini perché
le donne, dovendo allattare, avevano compiti ben più importanti: alimentare la
vita anziché toglierla. Poi, d’accordo, sono cambiate un milione di cose,
situazioni, e quel che si vuole, ma vedere che si ritiene una forma di
emancipazione poter andare a combattere in guerra, lascia almeno un poco
perplessi. Insomma, è indispensabile per le donne andare in guerra? O,
formulando meglio, le donne sono indispensabili alla guerra? Certo, perché
portano un contributo peculiare, una specifica dose di umanità, di empatia con
l’«altro», qualcosa che, senza di loro, probabilmente mancherebbe. Ma questo rischia
di significare che la guerra è qualcosa che dobbiamo tornare a ritenere
necessario e indispensabile o, forse, semplicemente ineluttabile: se perfino le
donne rivendicano il diritto di combattere, dobbiamo farcene una ragione. La
Guerra del Donbas non sarà l’ultima, così come non lo sono state né la Prima
Guerra Mondiale né la Seconda. E nemmeno lo sarà la prossima. Se le donne, naturalmente
dispensatrici di vita, bramano il loro posto in guerra, si può dire con
certezza che, almeno finché ci sarà quella citata vita umana, ci sarà guerra
sulla Terra.
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