1721_IL CAPPELLO DEL PRETE, Italia 1970. Regia di Sandro Bolchi
Con
l’arrivo degli anni 70, il genere giallo aveva ormai definitivamente
conquistato la televisione italiana e, di conseguenza, l’intero Paese. L’impressione,
ben fondata, era che fosse una scoperta recente, per il Belpaese, che rispetto
ai paesi anglosassoni non aveva una tradizione così radicata. Tuttavia, in Rai,
provarono a rivendicare quel minimo di esperienza, mettiamola così, che
l’Italia poteva vantare nel campo specifico, andando a rispolverare il romanzo di
fine Ottocento Il cappello del prete, opera del milanese Emilio De
Marchi, considerato uno dei primi gialli italiani. Quello di De Marchi,
ambientato a Napoli, è un buon racconto, con un dettaglio rivelatore e un
meccanismo giallo nient’affatto scontato ma anzi ben congeniato. Sandro Bolchi,
veterano della regia televisiva, non tradisce e anzi sfodera la proverbiale classe,
aiutato in questo da un Luigi Vannucchi, nei panni del protagonista, Carlo
Coriolano barone di Santafusca, assolutamente superlativo. Il barone in
questione, dedito incautamente al gioco d’azzardo, è in bancarotta e, per
risollevare le sue finanze, non trova di meglio che uccidere e derubare don
Cirillo (Franco Sportelli), un prete al cui cappello è dedicato il titolo del
racconto. Come detto alla base dello sceneggiato c’è un solido e ben costruito
racconto, ben messo in scena da Bolchi e recitato dagli attori con un tono
teatrale adeguato a sopperire le carenze scenografiche tipiche di questo tipo
di produzioni. Un’alchimia che, nel 1970, con ingredienti come Bolchi e
Vannucchi, rasentava quando non raggiungeva la perfezione e Il cappello del
prete, pur nella semplicità complessiva, ne è un ottimo esempio. L’aspetto
più interessante, al netto del piacere di guardare opere così ben realizzate, è
però legato a certi elementi che tradiscono, in un certo senso, l’ingenuità
dello sguardo di De Marchi, poi ripreso da Bolchi. Il termine «ingenuità» non ha mai
un’accezione negativa e men che meno in questo caso, tuttavia è innegabile che
De Marchi, nell’affrontare il tema criminale, centrale in ogni giallo, fatichi
ad abbandonare uno sguardo troppo positivista. Nel racconto i due passaggi
cardine sono due crisi di coscienza di due personaggi che, con le loro
difficoltà a reggere al peso del peccato commesso, si pentono o si
tradiscono. Prima don Antonio (Ugo D’Alessio), il prete che, senza sapere di
chi fosse, si era appropriato del nuovissimo cappello di don Cirillo, si pente
di questo furto e cerca di porvi rimedio. Così, non sapendo a chi restituirlo, lo
rispedisce all’artigiano che lo aveva fabbricato, avendone letto il nome
sull’etichetta interna del cappello. Sulla scena, quindi, c’è un cappello da
prete ma manca il prete; per la verità manca appunto don Cirillo ma in una
città grande come Napoli non sarebbe semplice mettere insieme i due elementi. A
meno di essere il cappellaio Filippino (Antonio Casagrande) che, tra l’altro,
vorrebbe proprio ringraziare quel don Cirillo che gli aveva dato i numeri con
cui aveva ottenuto un terno secco al gioco del lotto, e si vede invece
recapitare a casa il suo cappello. Pane per il giudice Martellini (Mariano
Rigillo) che, alla fin fine, pur con tutte le cautele del caso considerato il
titolo nobiliare del barone, chiama a colloquio il Coriolano. Il barone non è
certo pentito di quanto combinato, non è un’anima pura come don Antonio, tuttavia
ha un pesante fardello sulla coscienza che non gli consente di gestire un pur
accondiscendete, almeno in avvio, interrogatorio di pura formalità del
Martellini, che non lo sospettava minimamente. Eppure il barone si confonde
continuamente, strepitoso qui il Vannucchi, finendo per autoaccusarti alla
stregua di una confessione. Bei tempi, sia il 1888 del romanzo di De Marchi, che il 1970 di Bolchi, nei quali si credeva ancora che i colpevoli avessero una
coscienza.
Oggi sappiamo che non ce l’hanno nemmeno gli innocenti.
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