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mercoledì 22 luglio 2020

IL DIABOLICO DOTTOR MABUSE

605_IL DIABOLICO DOTTOR MABUSE (Die 1000 Augen des Dr. Mabuse). Germania, Italia, Francia 1960. Regia di Fritz Lang.

Ultima opera del maestro Fritz Lang, Il diabolico Dottor Mabuse chiude anche l’ideale trilogia dedicata al malefico genio del male. A quanto è dato sapere Lang considerava ormai superata la questione con Mabuse, come del resto poteva essere intuibile dal fatto che nel ’33 ne avesse diretto il testamento (Il testamento del Dottor Mabuse, 1933). Artur Brauner, un produttore tedesco, riuscì però a convincere il regista che, alla fine, ne face una sfida personale: in fondo Mabuse poteva essere ancora attuale, anche nel 1960. In realtà questo possiamo dirlo solo dopo aver visto Il diabolico Dottor Mabuse, film che non sarà un capolavoro ma fornisce comunque l’ennesima prova della genialità del suo autore. Certo, anche negli anni sessanta, si poteva imbastire una storia dove ci fosse un folle che avesse mire di dominio sul mondo ma che ad incarnarlo potesse essere un tipo come Mabuse sembrava difficile da credersi. Le allucinanti strategie di terrore e panico erano state perfette per rappresentare la scalata di Hitler e del nazismo e i film di Mabuse del tempo erano adeguati; angoscianti thriller se non propriamente degli horror. Quelli del dopoguerra ben inoltrato erano però anni assai differenti; per uno scienziato pazzo che riflettesse questo nuovo contesto storico si può pensare alla figura del Dr. No dei romanzi di Ian Fleming, che al cinema approderà nel 1962 nel primo film della saga dell’Agente Segreto 007. 

E Lang, con la geniale intuitività di sempre, imbastisce una vicenda comunque ad alta tensione ma che presenta alcuni punti in comune con queste storie vagamente in clima di spionaggio. Avanzati sistemi elettronici di videosorveglianza, fucili ad aria compressa che sparano sottilissimi aghi d’acciaio, appartamenti d’albergo con finti specchi per osservare di nascosto le altrui manovre, personaggi che lavorano in incognito, tutti argomenti legati al clima della Guerra Fredda e che Lang introduce come collante alla sua storia. Fatta questa operazione, il Mabuse con i suoi intrighi diventa un personaggio addirittura perfetto, per la situazione del tempo. Tuttavia Lang non misconosce certo le sue vecchie opere, tanto che l’incipit del film è in pratica una sorta di remake del citato Il testamento del Dottor Mabuse. C’è un primo assassinio, con l’auto della vittima ferma al semaforo, che riprende un passaggio narrativo del film del 1933, montato in alternanza con il rifacimento dell’inizio del racconto vero e proprio dove, anche in questo caso, il commissario non vuole rispondere al telefono a quello che è abitualmente ritenuto un millantatore. E Gert Fröbe, che interpreta Kras, il funzionario di polizia in questione, con la sua somiglianza ai due interpreti del commissario Lohmann, (il tedesco Otto Wernicke e il francese Jim Gérald), conferma i rimandi che Lang si premura di segnalarci. Che non hanno poi questa grande importanza, nello specifico, se non una assai maggiore in senso generale, a cui vanno ascritti anche i molti altri riferimenti disseminati nell’opera e che rievocano altri film della carriera del regista. 


Testimonianze di una battaglia ideologica che il grande Fritz combatté, quindi fino al suo ultimo film, e che ne ha spesso limitato la considerazione presso la critica. Tanto per capirci: la benemerita collana di saggi dedicata ai registi di cinema, Il Castoro Cinema, dedicò un volume a Lang sul numero 168, oltre vent’anni dopo la sua inaugurazione: assurdo. Soprattutto pensando che è difficile trovare un regista che abbia interpretato in modo così eccellente sia il cinema muto che quello sonoro, quello europeo e quello hollywoodiano, sfornando capolavori immortali di alto prestigio ma anche opere di godibile fruizione. Che poi, quest’ultimo aspetto, ovvero la passione per il realizzare storie belle da raccontare e da guardare, tra cui svettano i suoi formidabili noir americani, è stato forse l’elemento che ha determinato il suo essere visto soltanto come un valido regista di genere. Che era la sua grande battaglia ideologica di cui si accennava: Lang aveva interpretato al meglio la cultura europea, intrisa di simbolismo e utilizzando con sapienza anche la corrente espressionista, che stilizzava ulteriormente. Ma sin da subito non disdegnò di alimentare le sue storie con una solida base narrativa, di cui i primi film di Mabuse (che risalgono al 1922) sono uno dei tanti esempi. In ogni caso i rimandi che il geniale autore nato a Vienna inserisce nel film non appesantiscono mai la visione, perché l’autore aveva un senso dell’ironia sopraffina come si intuisce già dal citato incipit de Il diabolico Dottor Mabuse, con la figura del commissario che ha un che di bonario e con la presenza di Mistelzweig (Werner Peters), personaggio ambiguo e che usa la comicità fisica come sorta di maschera. E la doppiezza propria anche degli altri personaggi, dei loro ruoli, conferisce una piega vagamente spionistica: da Corneliuss, il cieco veggente (Wolfgang Preiss), a Travers (Peter van Eyck), al citato Mistelzweig, fino a Marion, a cui Dawn Adams regala il look degno di una dark lady

Ma i tempi sono cambiati e la donna è ben poco fatale anzi, appare in subito in crisi: si vuole infatti buttare dal cornicione dall’Hotel Luxor, epicentro dell’intrigo. La scelta della Adams appare particolarmente azzeccata: pur avendo il physique du rôle è ancora abbastanza sconosciuta da sembrare credibile come femme fatale mancata. Lang tratteggia con delicatezza l’unica figura femminile del film, una figura potenzialmente paragonabile a quelle dei suoi noir americani: ma Marion è una donna disperata, al punto di tentare il suicidio, picchiata, inseguita, perfino spiata nell’intimità in una delle scene più interessanti del film. Berg, il detective del Luxor (Andrea Checchi) osservato l’interesse di Travers per Marion, propone al ricco uomo d’affari un appartamento segreto dal quale si può osservare direttamente nella toilette della ragazza. 

Qui i due, casualmente, assistono al momento in cui Marion riceve il mazzo di rose rosse che Travers le ha fatto recapitare; vedendone la reazione emotiva, l’uomo rimane turbato da questa invasione nell’intimità della donna, al contrario di Berg, convinto piuttosto di aver fatto un favore al facoltoso cliente. Questi elementi fanno parte di un quadro complessivo che rivela come l’onnipresenza di occhi che guardino e spiino, di fatto tolga fascino alla storia: nel complesso la vicenda è meno intrigante dei noir americani tanto quanto la povera Marion non regga il paragone coi personaggi interpretati da Gloria Grahame o Joan Bennet. E se il nuovo Mabuse è un falso cieco, ovvero uno che finge di non vedere mentre ci guarda, ecco che Lang, nel 1960, aveva già capito dove si sarebbe annidato il male peggiore dei giorni nostri. Altro che legge sulla privacy.


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