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domenica 19 luglio 2020

IL DOTTOR MABUSE PARTE 2

602_IL DOTTOR MABUSE : INFERNO / UN DRAMMA DI UOMINI DELLA NOSTRA EPOCA (Dr.Mabuse, der Spieler. Inferno - Ein spiel von Menschen Unserer Zeit). Germania, 1922. Regia di Fritz Lang.

Se la prima parte de Il Dottor Mabuse è un capolavoro per la sublime architettura che contraddistingue il racconto, con il tema del doppio che pervade tutte le tracce narrative, il secondo capitolo passa, in un certo senso, alla riscossione di quanto seminato. Da un punto di vista stilistico, le trovate figurative possono sembrare inferiori ma nelle sferzate che la trama subisce, che i personaggi devono sopportare, Fritz Lang mostra la sua parte più intima, più viscerale. Il geniale autore non era, infatti, un fine esteta, un raffinato stilista che componeva con precisione le sue trame: Lang aveva un ferreo rigore formale, questo è indiscutibile, ma le sue storie avevano una sotterranea componente viscerale che prima o poi veniva sempre allo scoperto. In questo senso è da intendere anche il rapporto con l’espressionismo, quella corrente cinematografica prevalentemente tedesca che si contraddistinse al tempo per l’uso contrastato di luci e ombre. Uno stile che pervade anche Il Dottor Mabuse nel suo complesso ma che Fritz Lang, anticipando i temi del noir americano degli anni 40 (di cui fu un artefice massimo), piegava già senza alcun risparmio alle sue necessità narrative. In questa seconda parte del film dedicato al malefico dottore è evidente: la trama incalza, i nodi narrativi devono arrivare al pettine, e simbolismi e formalismi ci sono ma non devono ostacolare, anzi devono aiutare, lo scorrere degli avvenimenti che devono arrivare al dunque. Ne è un esempio esplicito la psichedelica scritta in sovraimpressione Melior, una sorta di maligna cometa che guida von Wenck (Bernhard Goetzke) verso il precipizio nella cava di Melior, appunto. 

Il Procuratore di Stato è infatti, in questo secondo episodio, vinto dalla forza ipnotica di Mabuse: nonostante il funzionario di polizia fosse alquanto guardingo, alla fine ha infatti ceduto al rivale, nell’occasione nelle vesti del dottor Weltmann. E’ una battaglia dura, che proverà fisicamente anche Mabuse, lo vediamo il giorno dopo prostrato sul divano a riposarsi, mentre von Welk viene salvato per un pelo dai suoi uomini prima del fatale volo con l’auto nel burrone, perché ormai si era definitivamente dato per vinto. Gli scontri psicologici a cui sono sottoposti i personaggi di questa seconda parte de Il Dottor Mabuse sono tremendi: Cara Carrozza (Aud Egede Nissen) e il conte Told (Alfred Abel) sono indotti al suicidio e anche Georg, uno degli scagnozzi di Mabuse, si impicca. 

La morte autoinflitta arriva quando il soggetto non ha più alcuna via di scampo, chiuso in prigione o nella propria abitazione, nel caso della Carozza con il lacerante dubbio che l’amato dottore abbia trovato nella contessa una nuova fiamma. Contessa Told (Gertrude Welcker) che è forse la vera eroina della storia, l’unica a resistere alle pesanti e insistenti pressioni psicologiche a cui Mabuse la sottopone; la donna, pur se provata, riuscirà a non cedere e perfino a dileguarsi nel concitato finale. Quel finale che vedrà anche Mabuse folle, stravolto, ma anche sfinito, quasi svuotato, come se la storia raccontata fosse stata un’esperienza superiore perfino ad un supercriminale come lui. Era quindi questa, la Germania degli anni 20, un inferno e viverci era un vero dramma per gli uomini dell’epoca, per usare i sottotitoli di questo seconda parte de Il Dottor Mabuse


La cura documentaristica di Lang, che riusciva con ineguagliabile maestria a coniugarla alle istanze stilistiche espressioniste, riesce ad emergere anche in una storia tutto sommato con risvolti fantastici come questa. Mabuse ha dei poteri ipnotici sovrannaturali ma, se questi sono senz’altro frutto di fantasia e servono a descriverlo come un superuomo della tradizione germanica votato al Male, al tempo erano in voga e divennero presto una concreta base per alimentare il fascino che Hitler esercitò sul popolo tedesco. L’occultismo e il più concreto gioco d’azzardo, le speculazioni economiche e l’attività dei falsari di banconote, la criminalità più rozza e i locali equivoci frequentati dalla bella gente, il mondo descritto da Lang è la moderna versione dell’inferno dantesco, e su tutto quanto si staglia la figura del Male assoluto, incarnata dal dottor Mabuse. 

La scena in cui si traveste per incitare la folla a fermare la vettura della polizia che sta trasportando Pesch, appena catturato, è un altro passaggio strettamente legato alle esigenze narrative, che rivela però, metaforicamente, il dramma che si preparava a vivere la Germania. La gente viveva in una condizione di tale frustrazione che bastava un ciarlatano qualunque per aizzarla perfino contro le forze dell’ordine: nello specifico narrativo Mabuse se ne serve per far fermare l’auto e costringere i poliziotti a mostrare ai facinorosi che quello catturato non è il paladino del popolo ingiustamente incarcerato. E’ semplicemente Pesch, uno scagnozzo al soldo del criminale più ricercato di Germania ma il mostrarlo alla folla permetterà agli uomini di Mabuse di eliminare un pericoloso testimone con un semplice colpo di arma da fuoco. Al di là dell’efficiente imbastitura della trama, rimane il concetto che la situazione generale fosse davvero esplosiva e la capacità di usare gli aspetti storici o documentaristici per orchestrare le proprie strutture narrative era prerogativa sublime già del Lang del suo primo periodo tedesco. Lang non fu mai un autore astratto, neppure nel suo periodo dove le influenze espressioniste o la tradizione simbolistica europea potrebbero sembrare più evidenti: basta guardare la passione con cui Mabuse cerca di convincere la contessa a seguirlo, per rendersene conto. Il rigore morale, che è la cifra stilistica più importante del cinema di Fritz Lang, fu esaltato proprio dallo scontro con le ardenti passioni che vivevano nei suoi personaggi. Persino in Mabuse, il Male assoluto fatto persona.   



      


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