Translate

mercoledì 1 luglio 2020

I PILASTRI DEL CIELO

592_I PILASTRI DEL CIELO (Pillars of the Sky); Stati Uniti, 1956. Regia di George Marshall.

Western che non realizza del tutto gli spunti potenziali che pure lascia facilmente intendere, I pilastri del cielo è una sorta di ibrido. George Marshall, regista di solido mestiere, ci ricava un B-movie in confezione de-luxe, con una fotografia in technicolor dai toni caldi tipicamente western, un sontuoso cinemascope e una musica che, se manca del motivo ad effetto, ha però l’enfasi delle colonne sonore dei classici del genere. Chissà, forse nelle mani di un regista di maggiore spessore ci si sarebbe potuto cavare qualcosa di più epico. Marshall, professionale nelle scene d’azione e nell’attenzione complessiva alla riuscita della narrazione, purtroppo non riesce a dare il giusto peso a scene come la morte del sergente Lloyd (Lee Marvin), o al triangolo amoroso composto dal protagonista, il sergente Emmet (Jeff Chandler), e dal suo rivale, il capitano Gaxton (Keith Andes), che si contendono Calla (la bellissima Dorothy Malone). Proprio nella gestione del personaggio della Malone, che peraltro non fornisce una prestazione all’altezza della sua fama, la storia manca un po’ di mordente e alla fine rimane un po’ troppo sullo sfondo. Forse l’unico passaggio di un certo peso che funziona davvero è quello nel finale in cui il dottor Holden (Ward Bond) viene ucciso a sangue freddo da Kamiakin, capo degli indiani ribelli. Il sacrificio di Holden, che oltre alla professione medica era anche il predicatore che aveva convertito molti indiani della zona, sancisce la fine della rivolta. L’azione di Kamiakin suscita infatti lo sdegno degli altri capi nativi e uno di essi uccide a sua volta il leader della ribellione indiana. La trama prevede quindi una serie di passaggi incisivi, almeno potenzialmente, e Marshall,proprio sotto questo aspetto, non riesce a far decollare del tutto il suo film. 

Ma non per questo il progetto naufraga: il regista tiene in piedi bene la storia che, oltre ai citati momenti caldi, ha anche un’impostazione interessante ed assai originale. Innanzitutto l’inusuale ambientazione nell’Oregon del 1868, vede al centro della scena una rivolta indiana che coinvolge alcune tribù in genere trascurate da Hollywood: oltre ai noti Nez Percé (che altri non sono che i Nasi Forati del grande Capo Giuseppe), troviamo infatti Cœurs d’Alène, Walla-Wallas, Umatillas, Yakama and Palouses. Gli indiani stanno dalla parte della ragione, cosa che accade spessissimo (per non dire quasi sempre) nel cinema americano, checché se ne dica; ma qui c’è una variabile, sono quasi tutti convertiti al cristianesimo. E nella religione, anche grazie al sacrificio del dottor Holden, Marshall sembra intendere l’unica via di uscita per sanare il conflitto di civiltà tra bianchi e indiani. 


A capo della comunità religiosa c’era infatti un uomo di scienza, il dottor Holden, appunto, e alla sua morte come sostituto viene designato il sergente Emmet. Come dire che sia la ragione, (il dottore e la sua scienza) che la forza (il sergente è un militare) devono prodigarsi affinché prevalga l’amore fraterno che la religione cristiana predica. A livello profetico il film può sembrare quindi un po’ ingenuo, nel suo far affidamento alla volontà delle persone di convivere pacificamente ma, se lo vediamo in un’altra ottica, risulta chiara la denuncia all’operato dei bianchi durante la conquista. Nella stessa cultura dei conquistatori c’erano infatti le ragioni e le convinzioni per evitare tragedie, ingiustizie e spargimenti di sangue, ma in buona sostanza si preferì opportunisticamente ignorarle. Triste consolazione, perlomeno da un punto di vista terreno, per i nativi: così come sembra fare un po’ riferimento anche il titolo, per loro un posto in cielo è però assicurato.   







      
Dorothy Malone







Nessun commento:

Posta un commento