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venerdì 3 luglio 2020

CRONACA DI UN AMORE

593_CRONACA DI UN AMORE ; Italia, 1950. Regia di Michelangelo Antonioni.

Michelangelo Antonioni esordisce come regista di lungometraggi con questo interessante Cronaca di un amore, sua prima opera di una certa consistenza. Il film si presenta come un’interpretazione italiana del genere noir americano; c’è la donna fatale (Paola, un’elegantissima Lucia Bosè), c’è l’uomo che viene condotto alla perdizione (Guido, Massimo Girotti), e c’è l’intrigo ai danni del marito ricco della ragazza. Il film è girato in un bianco e nero sopraffino e con scene di rarefatta atmosfera, perlopiù in una Milano semideserta. Alcune sequenze sono molto belle, seppur un po’ troppo accademiche: in alcune di queste la donna, elegantemente vestita di scuro, si muove come una vedova nera, il ragno che tesse la sua tela per ghermire la preda. Ragnatela che è resa metaforicamente dalle putrelle di ferro del ponte sul Naviglio o dalle gabbie protettive dell’ascensore a vista; e, sempre nella scena nel vano scale del palazzo, i tiranti dell’ascensore sembrano i fili che muovono la marionetta/Guido. I movimenti di macchina e i carrelli panoramici sono misurati e calibrati: la mano di Antonioni in regia è discreta, ma presente. Massimo Girotti svolge il suo compito dolente in modo professionale; alla Bosè sembra invece mancare qualcosa. La sua è una bellezza notevole dal punto di vista scenico eppure sembra che non riesca ad incendiare lo schermo come sarebbe lecito attendersi in questo tipo di pellicole. Ma probabilmente è giusto così: perché l’idea di produrre un noir italiano ci può stare, ma non avrebbe senso mettere in piedi una semplice imitazione degli originali americani. 

Antonioni deve aver pensato che nel nostro paese le avanguardie economiche e culturali abbiano ormai lasciato le miserie del dopoguerra e quindi occorresse un nuovo modo di fare Cinema, più adeguato di quanto non potesse essere quel Neorealismo che magnificamente aveva espresso quel drammatico periodo. E in Italia stava insediandosi in posizione dominante una nuova classe sociale, quella borghese, che aveva ragioni e problemi nuovi e peculiari. Ecco quindi l’ambientazione milanese di questo Cronache di un amore e i suoi personaggi benestanti, annoiati ma sempre indaffarati. Il noir, genere della desolazione urbana, deve essere sembrato all’autore il registro migliore per mettere in scena la borghesia, ma manca alla nostra società l’elemento violento che invece permea la cultura americana e ogni sua espressione. Infatti il film parla di due delitti mancati e, non a caso, la mancanza è il vero argomento dell’opera. Alla protagonista, anche per via della giovanissima età e della scarsa esperienza, manca non solo quel qualcosa per farne una vera diva ma, nella finzione, manca anche l’amore, manca un senso nella sua vita agiata. Milano deserta, vuota, le campagne circostanti vuote anch’esse, così come disabitata appare Ferrara, ambientazione geografica di alcune scene: la borghesia, la classe sociale che si distingue non per quello che è o per quello che fa, ma per quello che ha, per le cose che possiede, ha, quasi per assurdo, creato un mondo vuoto. 











Lucia Bosè









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