Translate

venerdì 17 ottobre 2025

SUL FIUME D'ARGENTO

1746_SUL FIUME D'ARGENTO (Silver River), Stati Uniti 1948. Regia di Raoul Walsh

Ci sono degli aspetti contradditori alla base di Sul fiume d’argento che ne spiegano il risultato tutto sommato, se non deludente, quantomeno inferiore alle aspettative. Non è un brutto film, intendiamoci, perché Raoul Walsh dirigeva con mano solida e svelta a cui riusciva magistralmente ad abbinare la superba capacità registica. In Sul fiume d’argento –rivelando anche in questo la curiosa natura di quest’opera, dal momento che il film fu dato per spacciato più volte durante la Produzione– il regista americano sciorina una serie di passaggi d’alta scuola, ad esempio il drammatico confronto tra il protagonista, Mike McComb (Erroll Flynn) e l’avvocato John Plato Beck (Thomas Mitchell), che funge da sorta di sua coscienza. L’utilizzo degli specchi, poi, una delle caratteristiche di Walsh, è spesso magistrale, soprattutto quando è in scena la protagonista, Georgia More (Ann Sheridan). Ma, nonostante questi buoni spunti e il sontuoso impegno produttivo, il film è troppo dispersivo e solo la superba capacità narrativa di Walsh riesce a tenere incollato lo spettatore ad una storia che si perde in una serie quasi infinita di svolte narrative. Per capirci: il protagonista, il capitano nordista McComb, si lancia in un’audace azione militare, viene ingiustamente radiato dall’esercito, compra il materiale per mettere su una casa da gioco, si sposta nell’ovest, a Silver River, città mineraria, dove la sua bisca riscuote grande successo; coi guadagni fonda una banca, diventa proprietario di una miniera, costruisce un castello gotico in mezzo al nulla e, per concludere, manda tutto in malora prima di redimersi. Il tutto in meno di due ore di pellicola. Nelle quali, lavora costantemente ai fianchi la signora Moore, peraltro già sposata con Stanley (Bruce Bennett), proprietario di una miniera; la donna, in tutta risposta, si impegna per tutto il film per essere il meno sensuale possibile, riuscendoci. Chissà, forse Ann Sheridan, che odiava il suo soprannome Oomph girl, qualcosa traducibile con «ragazza grintosamente attraente», fu soddisfatta della sua performance che non è, tuttavia, particolarmente memorabile. 

Sul fiume d’argento è un western difficilmente ascrivibile a qualche corrente del genere, sebbene rientri nei criteri del filone romantico senza soddisfarli mentre non abbia coerenza e statura per ambire ad essere accomunato alla Golden Age del decennio che incombeva. In effetti, Silver River, questo il titolo originale, sembra un Western Romantico: il protagonista è una sorta di fuorilegge e la donna è l’elemento determinante per il suo sviluppo all’interno della storia raccontata. Tuttavia i temi che Walsh e Stephen Longstreet, autore di soggetto e sceneggiatura, mettono sul tavolo sono tanti, forse troppi. C’è la questione morale del protagonista, che diventa cattivo –leggi cinico, scaltro e senza scrupoli– per via dell’ingiusta radiazione dall’esercito, almeno secondo la banale impostazione della vicenda. Già questo passaggio meriterebbe un’obiezione, perché neanche al cinema d’intrattenimento si possono concedere alibi morali con questa faciloneria. Poi c’è il riferimento alla Bibbia, la vicenda di David e Betsabea, con McComb che non avvisa per tempo Stanley Moore della pericolosità della missione in territorio indiano; gli Shoshoni sono sul piede di guerra e il marito della bella Giorgia ci lascerà le penne. McComb ha un ripensamento, tempestivamente tardivo, e interviene quando può solo riportare alla povera vedova il cadavere del consorte: e lì per lì, il nostro protagonista sembra persino pentito di non aver messo in guardia Stanley quando avrebbe potuto. Ma ci si sbaglia se si pensa che questo gli crei qualche incertezza nell’azione di corteggiamento a Giorgia che, anzi, avendo ora campo libero, può accelerare e andare finalmente a bersaglio. Ma gli spunti sono molteplici, di varia natura e tutti di un certo peso: dalla caduta dell’Impero Romano alla fine di Giulio Cesare o più prosaicamente al castello che ricorda Quarto Potere, il film di Orson Welles del 1941, senza scordare la questione sociale con la condizione disperata dei lavoratori tenuta in ostaggio dal capitalismo finanziario. Si narra che Erroll Flynn e Ann Sheridan ebbero problemi di alcolismo che rallentarono le riprese e forse anche questo contribuì ad un film per cui lo stesso Longstreet, autore dal soggetto, sentenziò: “È l’unico film che conosco per il quale non c’è finale, il film finisce a mezz’aria ma nessuno, per quanto ne so, si è mai chiesto la briga di chiedermi perché”. [dalla pagina web in lingua inglese di Wikipedia del film]. Fosse solo quello.  


Ann Sheridan 



 Galleria 







mercoledì 15 ottobre 2025

PASSAGGIO A NORD-OVEST

1745_PASSAGGIO A NORD-OVEST (Northwest Passage), Stati Uniti 1940. Regia di King Vidor

L’obiettivo della missione era compiuto, ora non restava che riportare a casa la pelle, cosa tutt’altro che semplice considerata l’ostilità del territorio e del nemico. Langdon Towne (Robert Young) è ferito gravemente e fatica a camminare e il suo amico Hunk (Walter Brennan) chiede al comandante dei Rangers, l’intrepido Maggiore Robert Roger (un debordante energia Spencer Tracy) se può unirsi al suo gruppo per assisterlo. La risposta di Roger è, come suo solito, tranciante: “Gli sarai più utile tenendo a bada i francesi che cercando di badare a Towne quando è in gradi di bastare a sé stesso”. “Avete ragione, Maggiore”, ammette Hunk, e si incammina con il suo reparto; poi, però, si ferma e replica piccato “Ma non vorrei mai essere un uomo che non sbaglia mai come voi”. Roger non dà neanche il tempo al suo sottoposto di finire: “Non sono un uomo adesso ma un soldato a comando di uomini”. Hunk è zittito (e gli spettatori con lui). La musica si addolcisce, King Vidor cambia prospettiva lasciando il piano americano che includeva i due personaggi e riprende il solo Spencer Tracy in primo piano, che smorza il tono delle sue parole: “Se mi incontrerai quando non sarò quell’uomo forse ti farò compassione”. Hunk apprezza le parole e si scusa e il maggiore riprende subito il tono marziale: l’intermezzo umanitario è già finito. In questo breve ma significativo passaggio non c’è solo il senso di Passaggio a Nord-Ovest ma dell’intera civiltà occidentale, quella che Marshall McLuhan definiva alfabetizzata. Secondo il geniale studioso canadese l’estrema razionalizzazione del linguaggio introdotta dalla stampa a caratteri mobili inventata da Gutemberg, aveva contagiato l’intera nostra società, diventandone la caratteristica principale in ogni ambito. Passaggio a Nord-Ovest ne è una conferma e il suo protagonista, il maggiore Rogers, la perfetta incarnazione. Rogers non ha dubbi, non vacilla, tira dritto sulla sua strada, sia se c’è da trucidare un’intera tribù di Abenaki, sia se c’è da abbandonare un ferito al suo destino perché la missione viene prima di tutto. 

Non è un uomo, il maggiore Rogers, è una macchina: una macchina di morte. Il film doveva essere la prima parte della trasposizione del romanzo omonimo di Kenneth Roberts ma la seconda parte, con la ricerca della via verso l’estremo oriente, il «passaggio a Nord-Ovest» a cui fa riferimento il titolo, non verrà mai realizzata. Probabilmente le difficoltà incontrate nel realizzare il film di Vidor, ad esempio la catena umana in mezzo ad un fiume in piena o il trasporto delle barche sulla collina, sconsigliarono la MGM, lo studio di Produzione, di insistere ulteriormente. Francamente, nonostante il racconto filmico sia indiscutibilmente avvincente, non si avverte un rimpianto per ulteriori imprese di Rogers e compagni. Oltre due ore di fatica, resistenza e, aimè, violenza inaudita e purtroppo gratuita, senza alcuna concessione a qualsivoglia sentimento, possono bastare. Certo, ogni tanto, nel film, l’amicizia fa capolino, ad esempio nella citata scena, dove viene appunto frustrata dall’ordine di Rogers di attenersi agli ordini. Non si tratta, beninteso, di disciplina astratta o sterile che spesso vige nelle formazioni militari; i Rangers di Rogers sembrano piuttosto un corpo paramilitare totalmente proteso al raggiungimento dell’obiettivo, senza concedere concessioni a niente e nessuno. Il codice morale è sì contemplato, ma solo per quel che concerne la fedeltà al proprio compito: non si applica, invece, se diviene un ostacolo ad esso, ad esempio se si deve abbandonare un ferito al suo destino. Né tantomeno lo si tiene in considerazione per indagare la natura della missione: in quel caso vige la Legge del Taglione del Vecchio Testamento, per cui gli Abenaki hanno sterminato e dovranno venire sterminati senza se e senza ma. Il film, infatti, racconta romanzandolo, il Raid di St. Francis, un episodio storico della Guerra Franco Indiana, sponda americana della Guerra dei Sette Anni tra Francia e Inghilterra. Più genericamente, questi fatti fanno parte di quelle che vengono spesse indicate come Guerre di Frontiera e che infiammarono il Nord-Est americano nel corso del XVIII secolo. È un fatto certo che il grado di crudeltà in quegli scontri era fuori da ogni forma di controllo, ma Passaggio a Nord-Ovest è comunque un film del 1940 e lascia sgomenti più che perplessi che non vi sia alcuna nota critica di fronte alle atrocità commesse dagli stessi protagonisti del racconto. Ad esempio, si fa fatica ad accettare che i Ranger attacchino nel sonno il forte nemico e che Rogers in persona spari con un cannone contro l’alloggio degli ufficiali francesi a pochi passi, polverizzandoli mentre stavano ancora dormendo. Intanto gli Abenaki, rei secondo Rogers e il film di immani crudeltà inflitte ai coloni inglesi, vengono massacrati senza alcuno scrupolo. 

Come detto, ogni tanto, qualcuno si rammenta, nello specifico Langdon, di appartenere al genere umano e allora un indiano troppo giovane viene risparmiato dalla furia dei Rangers, che fa riduce in cenere tanto il forte francese che l’accampamento indiano. Langdon è una pallida figura che, forse, avrebbe dovuto risaltare per contrasto al cospetto di una simile masnada di barbari: al contrario dei Rangers è istruito ed è anche pittore, e ha quindi l’animo artistico. Tuttavia mai lo vedremo all’opera, e i suoi schizzi sono infine mostrati, ad un certo punto, quasi come giustificazione al fatto che il giovane sia effettivamente un artista. E dire che Langtown, in principio, dichiara a più riprese di voler dipingere gli indiani; un’idea che fa trapelare un approccio per nulla pregiudiziale nei confronti dei nativi ma, semmai, un tentativo di comprenderli. Questo aspetto, che sembra positivo nell’impostazione della storia, viene poi clamorosamente smentito dallo sviluppo del racconto che, a questo punto, sembra dirci che persino un artista, una volta che si trova a tu per tu con gli Indiani, sia costretto a trattarli col fucile anziché col pennello. È un film brutto, quindi, Passaggio a Nord-Ovest? Forse brutto no, perché King Vidor conosce il mestiere e la Produzione MGM ha profuso una tale quantità di mezzi che la storia, estenuante quanto una maratona, ha un impatto scenico per niente trascurabile. Ma certo è un film deludente. Non è questione dei massacri mostrati, della violenza esibita, perché il punto non è essere o meno politicamente corretto. Tuttavia un racconto di matrice storica non può esimersi dall’avere un quadro morale, perché la Storia non può essere una legittimazione per l’omicidio o la barbarie. In nessun modo il comportamento dei Ranger è accettabile e sarebbe bastata una minima forma di obiezione, da parte di uno dei personaggi, per cambiare completamente la prospettiva del racconto. In Passaggio a Nord-Ovest, resta il dubbio che il personaggio chiave possa essere il tenente Crofton (Addison Richards) che si porta via da Fort St. Francis la testa mozzata di un guerriero abenaki con cui sfamarsi. Circostanza che sembra orribile sotto ogni aspetto e, quindi, dove sarebbe il dubbio? Il dubbio riguarda la natura della follia di Crofton: è un’aberrazione della ferrea determinazione di Rogers o, forse, una sua semplice enfatizzazione? 



Galleria 












lunedì 13 ottobre 2025

GIUBBE ROSSE

1744_GIUBBE ROSSE (North West Mounted Police), Stati Uniti 1940. Regia di Cecil B. DeMille

Nel 1940 Gary Cooper era già una star di prima grandezza e il fatto di doverlo aspettare una ventina di minuti prima che faccia la sua comparsa in Giubbe Rosse di Cecil B. DeMille è già indizio che ci troviamo di fronte ad un film quantomeno singolare. La cosa ancor più sorprendente sarà che il suo personaggio, Dusty Rivers, è sì il protagonista ufficiale della vicenda ma rimane sostanzialmente estraneo al contesto del racconto filmico. Come se il ruolo dell’eroe fosse un dovere per il quale non sia previsto il premio, ad esempio quel lieto fine che, in questo caso, arride infatti al suo rivale. DeMille rimase famoso per i suoi film biblici e, in effetti, aveva la capacità di raccontare storie importanti –in questo caso la Ribellione del Nord Ovest, una rivolta che nel 1885 vide protagonisti i Métis, i meticci, del Canada– ma soprattutto personaggi ai limiti del mitologico. Perlomeno nel nostro Paese, le Giubbe Rosse, il North West Mounted Police canadese, divennero probabilmente famose grazie a questo film reso maestoso dalle spettacolari sequenze di battaglia, sebbene si possano notare alcuni limiti imposti dal budget, soprattutto nelle scene ambientate all’aperto e girate in teatri di posa. L’uso del colore è gestito con spregiudicatezza da DeMille che non insegue la verosimiglianza ma enfatizza i toni cromatici, agevolato anche dal rosso acceso delle divise dei soldati protagonisti. Non è una ricostruzione storica e questo è reso evidente anche dalla sostanziale incongruenza che ci viene presentata in modo quanto mai esplicito: le scritte in sovraimpressione, che introducono il racconto filmico, inquadrano la questione sottolineando le ragioni dei Métis, la popolazione meticcia del nordovest canadese. Successivamente, lo sviluppo della narrazione, porterà sempre più gli stessi Métis dalla parte del torto, sebbene questo sia legato al ruolo delle figure all’opera nel film. 

I personaggi di Giubbe Rosse, la loro statura eroica, la loro caratterizzazione, è eccezionale perché DeMille aveva un registro narrativo che miscelava sapientemente il drammatico all’ironico, uno stratagemma che permetteva una perfetta gestione emotiva. Dusty Rives (come detto interpretato da Cooper) è un Ranger del Texas in trasferta in Canada, sulle tracce dell’assassino Jacques Corbeau (George Bancroft). Questi, al momento, sta cavalcando il malcontento dei Métis, sobillandone la rivolta cercando, al contempo, di coinvolgere anche gli indiani Cree più che altro per i propri interessi di mercante di armi. A contrastare i moti di rivolta ci sono le Giubbe Rosse del titolo e, nello specifico della vicenda raccontata, il sergente Jim Brett (Preston Foster) e il soldato Ronnie Logan (Robert Preston). La sorella di Ronnie, April (Madaleine Carroll) è la ragazza corteggiata da Brett, ma viene subito attenzionata da Dusty, che sembra immediatamente prendere vantaggio nella contesa sentimentale. Il triangolo amoroso, Dusty–April–Brett mantiene il centro del racconto, nonostante le vicissitudini storico-belliche abbiano un certo peso, a testimonianza che, in fondo, Giubbe Rosse è in qualche modo un western romantico come la maggior parte di quelli prodotti negli anni 40. Ma se lo è lo è in modo atipico, perché nella seconda traccia sentimentale, che testimonia per altro quanto il film sia intessuto di romanticismo, la ragazza ha un ruolo opposto a quello canonico femminile dei western romantici. In genere, nei film di questo filone, il protagonista è un fuorilegge in qualche modo redendo dalla bellezza femminile di turno. In questo caso, il personaggio più sofferto del lotto, il soldato Ronnie Logan, verrà perduto, in modi diversi e via via più gravi, da Louvette (Paulette Goddard), meticcia figlia del citato criminale e aizzatore della rivolta Jacques Cordeau. Questa traccia amorosa è secondaria rispetto al classico triangolo melodrammatico in primo piano ma è assai più interessante e, in fin dei conti, anche importante. 

Louvette, forte di una sensualità straripante che Paulette Goddard è perfetta nel trasmettere, ha un potere assoluto su Ronnie e incomincia facendolo mancare al contrappello serale fino a farlo assentare durante i turni di guardia, per finire forzandolo alla diserzione e mandandolo, in conclusione, incontro ad un agguato mortale. Quest’ultimo passaggio è un tragico equivoco, dal momento che l’intenzione di Louvette era far uccidere Dusty Rivers e non certo il suo amato Ronnie. A suo modo, e in un film in cui i sentimenti e le azioni conseguenti sono portati all’estremo, si tratta di un comportamento che ha una qualche giustificazione. L’amore di Louvette per Ronnie è anche più forte rispetto all’attrazione che la giovane giubba rossa prova per lei. Un sentimento talmente forte che ne annebbia la qualsiasi capacità di giudizio, in effetti la ragazza ha qualcosa di animalesco e irrazionale che ben incarna la natura della selvaggia America. Se ne rende conto persino Dusty che, nonostante sia evidente che l’agguato fatale ordito dalla ragazza fosse ai suoi danni, consola con un gesto affettuoso Louvette che piange disperata la morte di Ronnie che ha appena cagionato. Il tema della comprensione è il vero argomento centrale di Giubbe Rosse: è importante anche tra la coppia di innamorati che vediamo subito in avvio, il sergente Brett e April, sebbene non sia il caso più significativo. Tuttavia anche a loro serve uno sforzo, sia dell’uno che dell’altra, per capirsi meglio e trovare finalmente una quadra alla loro relazione. Anche in questo caso, Dusty ha la funzione destabilizzante prima e stabilizzante poi; un fattore perturbante che rompe lo stallo e permette il successivo sviluppo. Il suo arrivo sulla scena mette in secondo piano Brett, che è costretto quindi a fare un bagno di umiltà, mentre offre l’opportunità ad April di lasciarsi tutto quanto alle spalle andandosene col ranger nel Texas. 

È solo in questo modo che i due capiscono di amarsi davvero, comprendendosi reciprocamente fino in fondo. Si è già detto della situazione di Louvette che, sebbene sia un’istintiva, alla fine non può non aver compreso il suo errore, considerato il disastroso esito, e anche il gesto comprensivo di Dusty nei suoi confronti è un altro elemento che sottolinea l’importanza della reciproca accondiscendenza. Il ranger è poi cruciale anche nel riabilitare la figura di Ronnie, considerato vile e traditore dal comando delle Giubbe Rosse, non senza ragione. L’uomo mente a favore di Ronnie in parte certamente per compiacere April, ma anche perché in fin dei conti Dusty aveva convinto la giubba rossa a costituirsi prima del tragico agguato. Il texano decide quindi di attribuire a Ronne i meriti di una sua rocambolesca e decisiva azione di guerra, motivandone in questo modo la sua assenza dal posto di guardia. Anche in questo caso, la comprensione per le debolezze umane di un giovane soggiogato dalla forza del desiderio ma non per questo cattivo, è più importante dell’affermazione della verità. Questi argomenti forti sono finemente intrecciati a temi leggeri, da commedia, nelle quali il giovane Gary Cooper era particolarmente rodato. Ci sono poi anche altri personaggi che hanno un ruolo più marcato, in tal senso, come il capo dei Métis Dan Duroc (Akim Tamiroff) o lo scout scozzese Tod McDuff (Lynne Overman), sebbene non possano certi etichettati come macchiette umoristiche. I personaggi di Giubbe Rosse possono sembrare poco tridimensionali, in quanto hanno una forte stilizzazione ma, proprio grazie a questa, si stagliano sulla vicenda in modo clamoroso. Discorso a parte merita Louis Riel (Francis McDonald), che fu una figura storica che guidò le rivolte Métis, tra cui quella raccontata del film di DeMille e che è un personaggio controverso. In Giubbe Rosse lo vediamo nel ruolo di maestro in una scuola prima di essere coinvolto nella ribellione della quale non condivide la deriva violenta imposta da Cordeau. Anche gli indiani Cree sono raffigurati in modo benevolo sebbene suscitino qualche perplessità le scelte narrative del racconto. Affinché la rivolta dei Métis abbia qualche possibilità di vittoria, è necessario l’apporto bellico degli Indiani che, tuttavia, non sembrano particolarmente favorevoli all’idea. Perlomeno il loro capo Big Bear (Walter Hampden) vuole precise garanzie di vittoria; una rivoluzionaria mitragliatrice è l’asso nella manica di Cordeau per convincere anche il prudente sachem. Alla fine i piani di rivolta andranno in malora, Dan Duroc, il capo dei Métis verrà ucciso –alla fine di una gag con l’amico McDuff che si rivela però molto commovente– mentre Cordeau e Riel vengono catturati. La rivolta è sedata e ai Cree non resta che sottomettersi di nuovo alla Corono Britannica: l’umiliazione di far inginocchiare il vecchio Big Bear era un passaggio che, tanto il sergente Brett nel racconto, quanto DeMille fuori da esso, potevano risparmiarsi. Lo sguardo sui nativi, l’ultimo dubbio che aleggia sulla valutazione di Giubbe Rosse, non si dissipa, e il paternalismo venato di disprezzo, o comunque scarsa considerazione, nei confronti degli Indiani americani va comunque messo a referto. Peccato.   



Paulette Goddard 






Madeleine Carroll 




Galleria 





sabato 11 ottobre 2025

IL TRADIMENTO DI ELENA MARIMON

1743_IL TRADIMENTO DI ELENA MARIMON (Le secret d'Hélène Marimon), Francia, Italia 1954. Regia di Henri Calef

Per un’ora circa, Il tradimento di Elena Marimon sembra una versione modificata de L’équipage romanzo di Joseph Kessel, da cui Anatole Litvak aveva già tratto non uno ma due film (L’equipaggio, nel 1935 e Adorazione, nel ’37). Là la vicenda trattava di un pilota della Prima Guerra Mondiale che si innamorava della moglie di un suo compagno d’armi; qui, fatto salvo qualche aggiustamento, i militari coinvolti nel triangolo amoroso erano fanti che nella Grande Guerra stavano in trincea. Oltretutto anche questa protagonista si chiamava Elena (Isa Miranda) proprio come la donna amata dai due piloti. In realtà Il tradimento di Elena Marimon ha come fonte ufficiale d’ispirazione il romanzo Les cahiers du conseillier Marimon di J.B. Cherrier da cui il regista Henri Calef, dopo la citata ora in cui il film sembra un onesto rimescolamento di temi già visti, con la restante seconda parte riesce a cavar fuori un’opera a suo modo sorprendente. In questo non è granché aiutato dal protagonista, Frank Villard nei panni di Jacques Taillandier che, forse anche per via delle caratteristiche del suo ruolo, porta avanti la storia senza particolari spunti carismatici. Né ravviva la vicenda Carla del Poggio col suo austero personaggio (è Dominique Marimon), mentre la voluttuosa Hella Lexington, per quanto la sua Betty sia una mera comparsa un po’ stereotipata, mette almeno un po’ di pepe rosa nelle rare scene di competenza. Ma a fare la differenza è Elena a cui la Miranda, all’epoca quasi cinquantenne, regala un personaggio estremo, duro ed egoista come raramente si è visto interpretato da una star femminile. Elena, a cui vanno ascritte le principali colpe per le sofferenze sentimentali distribuite nel film, si intestardisce su una presunzione di ragione davvero difficilmente comprensibile eppure credibilissima. Il fatto che la fa imbestialire, al punto da farle perdere la ragione, è che Jacques l’abbia corteggiata pur essendo il compagno d’armi del marito, Camille Marimon (Jean Debucourt) e, cosa assai peggiore, la donna si è convinta che l’uomo abbia approfittato della morte dell’amico per muovere le sue avances. 

In realtà Jacques ignorava tanto che Elena fosse la moglie del Marimon (e qui il caso alquanto fortuito ci riporta al soggetto de L’equipage) ma ancor più ignorava che il commilitone fosse morto proprio quando lui si trovava in licenza. Quando aveva appreso che la sua amata Elena era la moglie di Marimon, aveva taciuto, questo sì, ma del resto ormai il danno era stato fatto; purtroppo in seguito era toccato proprio a lui dover informare la donna della perdita del marito e, a quel punto, non si era potuto esimere dal raccontarle la verità. Elena aveva però inteso che le due cose fossero avvenute simultaneamente, ovvero che l’uomo fosse incaricato di avvisare la moglie del compagno defunto e avesse provato ad approfittarsi della situazione. La lettura in malafede degli avvenimenti da parte della donna era però forzata e trovava giustificazione unicamente in un fatto: Elena, che era la sola consapevole del tradimento, una volta che si era vista scoperta, aveva cercato una scappatoia morale per sviare la colpa trovandola nel breve mutismo di Jacques a cui, per evitare di venire smentita, non aveva concesso repliche. La storia de Il tradimento di Elena Marimon compie, nella seconda parte, un largo giro che vede protagonisti principalmente Jacques e Dominique, ufficialmente figlia di Camille Marimon ma di cui l’uomo si scopre essere il genitore per via della sua relazione con Elena avuta al tempo. Che nel frattempo, pur se ignara, aspetta al varco il prevedibile sviluppo della trama, arroccata come il miglior soldato da trincea, ferma e irremovibile sulle posizioni di oltre trent’anni prima. Nella scena cruciale, Isa Miranda è strepitosa nel mostrarci il lato oscuro delle dive fatali dell’epoca, quando il tipico e in genere giustificato egoismo femminile rivela la sua vera debole e infida natura: la paura.   



Isa Miranda




Hella Petri AKA Hella Lexington



Carla del Poggio 


Galleria