913_MALEFICENT ; Stati Uniti, 2014; Regia di Robert Stromberg.

In linea teorica, il terreno su cui, dalla metà degli
anni Dieci del ventunesimo secolo, ha cominciato a muoversi con insistenza la
Disney, sembra piuttosto scivoloso. Con Alice in Wonderland (2010, regia
di Tom Burton) si è infatti ripresa la strategia di riproporre in live
action i classici film di animazione Disney, esperienza che negli anni 90
era già stata sporadicamente percorsa. Dopo La carica dei 102- Un nuovo
colpo di coda (di Kevin Lima) del 2000, per una decina d’anni questa
pratica era stata abbandonata, forse ritenendo la Computer Grafica non ancora
all’altezza delle aspettative. Nel 2010 il genio di Burton aveva ravvivato la
fiamma di questo particolare approccio e con Maleficent di Robert
Stromberg, quattro anni dopo, un nuovo capitolo si era aggiunto. Si diceva di
un certo scetticismo per questo tipo di produzioni che, in effetti, qualche perplessità
la fanno legittimamente sorgere, almeno in prima istanza. Le storie raccontate
dai classici sono piuttosto semplici, da un punto di vista narrativo, perché
devono essere prevalentemente uno stimolo per l’immaginazione, ancora
effervescente ma da educare, dei giovanissimi spettatori a cui sono
rivolte. Per questo motivo sono perfettamente funzionali le immagini stilizzate
delle animazioni, che ci riportano ai disegni infantili, visto che parlano
lo stesso linguaggio dei bambini. La versione in carne e ossa, aiutata dall’odierna
super performante CGI, può rappresentare realisticamente quanto in precedenza doveva
necessariamente immaginarsi il giovane spettatore, smorzando, di conseguenza,
la funzione stimolante che il cinema per ragazzi aveva sempre avuto.

Questo è
il terreno scivoloso di cui si accennava in avvio: poi, in questi iniziali nuovi
approcci al filone live action, prima Burton con la sua Alice nel vero
paese di Carroll e poi Angelina Jolie con la sua fantastica Malefica riusciranno
ad aggirare questi ostacoli, che rimangono comunque in parte incombenti su
questo tipo di produzioni. Tuttavia, fatte queste doverose premesse, che coscienza
impone quando si tratta di realizzazioni in qualche modo destinate ai minori,
va detto che Maleficent, grazie soprattutto ad una Angelina Jolie
davvero strepitosa, è un signor film. In sostanza quello di Stromberg, qui all’esordio
in regia, è un remake (dal vero, come detto) de La Bella addormentata nel
bosco (capolavoro del 1959 ineguagliato per maestosità grafica), visto però
dalla prospettiva del villain, vale a dire appunto la strega cattiva
Malefica. La prima parte di Maleficent, che di fatto sembra un prequel
del capostipite d’animazione, è un capolavoro e si conclude con l’apice di
tutta quanta l’operazione: la visita di Malefica al castello, ovvero quello che
nel film del 1959 era il suo ingresso in scena. In questo passaggio la Jolie è
assolutamente perfetta e, quasi trascendendo la sua interpretazione in live
action, sembra essa stessa un personaggio d’animazione che rivaleggia senza
timore per irresistibile fascino bidimensionale con la sua omonima originale ma
anche con Crudelia De Mon e Jessica Rabbit.


Per la verità, c’era stato anche il
rischio, in questa prima fase del racconto, che il voler dare una motivazione
al cattivo ne svilisse la forza interiore; che divenisse, insomma, un
cattivo politicamente corretto. Angelina spazza via questa eventualità sprigionando
un vivido sadismo, contenuto ma non soppresso grazie alla giusta alchimia dello
straripante charme dell’attrice. Si veda, come esempi espliciti in questo
senso, il modo in cui la strega chiama bestiolina la piccola Aurora (nel
film, prima Vivienne Jolie-Pitt e poi Elle Fanning) o un po’ tutto il rapporto
con il corvo Fosco (Sam Riley). La sceneggiatura di Linda Woolverton su questo
piano offre anch’essa il suo contributo perché, se è vero che Malefica prima è
una cattiva con una motivazione alle spalle e poi diventa addirittura buona, è
vero anche che un vero malvagio a tutto tondo il film ce lo offre nei panni di
re Stefano (Sharlto Copley).
Il padre di Aurora è particolarmente spregevole perché
le motivazioni del suo essere abietto sono quelle che conosciamo bene nel
nostro mondo: arrivismo e avidità. La declinazione naturalistica presente nell’opera
sembra più che altro un omaggio al genere fantasy, in cui
Maleficent
sembra volersi ascrivere con forza. Certo, appare evidente che il mondo delle
fate e degli elfi, quello naturale, sia positivo e in contrapposizione a quello
della civiltà umana, un tema che la Disney ha sempre cavalcato e divenuto in
questi anni largamente condiviso. A tal punto che non serve nemmeno svilupparlo
più di tanto, visto che ormai sono concetti universalmente accettati; e nel film,
in fondo, non hanno un ruolo poi così determinante.

Il punto chiave del racconto
arriva, giustamente, solo in chiusura, nel finale che, onestamente, riscatta e
rivaluta una seconda parte non brutta o noiosa ma forse un po’ troppo elaborata
da un punto di vista narrativo. Del resto c’era da far quadrare la trama, con i
nuovi presupposti che richiedevano i propri sviluppi ma occorreva anche gestire
il canovaccio del classico del 1959, di cui in fondo si stava trattando il
remake. Alla Disney sanno il fatto loro, in questo senso, e la sceneggiatura
poi fila che è un piacere, a dirla tutta; eppure la folgorante bellezza dell’incipit
che scatena la malvagità di Malefica, un banale tradimento per sete di potere,
al cospetto della seconda parte più
costruita, risplende nella sua forza
evocativa. Tuttavia il finale, con un colpo di scena che sul momento non può
non sorprendere, ci ripaga anche su un piano, diciamo così, educativo. Il vero amore
non è un dono, che può capitare in dote dal primo che passa, sia anche di nobile
stirpe come il principe Filippo (Brenton Thwaites). Il vero amore è una conquista
e solo se dimostreremo anche solo l’ombra della tempra di Malefica, potremo
avere una speranza. E’ dura, ma con un simile esempio sarà comunque bello crederci.
Angelina Jolie
Elle Fanning