1779_LA PATTUGLIA DELLE GIUBBE ROSSE (Fort Vengeange), Stati Uniti 1953. Regia di Lesley Selander
Tra le infinità di etichette con cui si classificano i film, ce n’è una abbastanza curiosa che in Italia non ha mai goduto di particolare attenzione: i Mountie Film. Si tratta di una sorta di western che, al posto della frontiera statunitense, ha come ambientazione gli sterminati territori canadesi controllati dalle mitiche Giubbe Rosse, la North West Mounted Police. I Mountie Film ebbero un grande successo fino agli anni Venti del secolo scorso, soprattutto grazie a produzioni canadesi, per poi rallentare, grosso modo fino agli anni 40. L’uscita dell’hollywoodiano Giubbe Rosse [North West Mounted Police, Cecil B. DeMille, 1940] sancì una sorta di definizione delle caratteristiche distintive di questo sottogenere che, negli anni successivi, si consoliderà soprattutto grazie ad una serie di B-Movie che vedranno all’opera registi interessanti come Budd Boetticher e William Witney o celebrità come Gene Autry. Nella prima metà degli anni Cinquanta, la MGM e la Universal misero in cantiere un paio di film che avrebbero dovuto, nelle intenzioni, consacrare i Mountie film: la terza versione del musical Rose Marie [Rose Marie, Mervyn LeRoy, 1954] e Le Giubbe Rosse del Saskatchewan [Saskatchewan, Raoul Walsh, 1954]. Le cose non andarono come previsto ma probabilmente qualche effetto queste importanti operazioni lo causarono. Chissà, forse fu davvero il fermento intorno a queste due produzioni a generare un’intensa attività mirata a sfruttarne una sorta di «effetto traino» anticipato. Fatto sta che tra il 1952 e il 1953 uscirono una decina di Mountie Film: tra questi, La pattuglia delle Giubbe Rosse non è certo il più originale, anzi, tuttavia quello di Lesley Selander è un lungometraggio divertente e realizzato con cura dignitosa. Bisogna essere onesti: la vicenda raccontata ha davvero poco di realmente interessante da analizzare, tuttavia val la pena di farsene almeno un’idea. I fratelli statunitensi Ross, Dick (James Craig) e Carey (Keith Larsen), per evitare guai con la giustizia sconfinano in Canada dove si arruolano nelle Giubbe Rosse. Dick è il maggiore ed è più avveduto dei due, mentre Carey, già responsabile delle noie avute negli States, non perde l’occasione di creare problemi anche al di qua del confine. Tipo uccidere senza darsi troppo pensiero un indiano sioux, con il rischio di scatenare una mezza rivolta in tutto il Nordovest canadese. Toro Seduto (Michael Granger) e i suoi Sioux, dopo la vittoria ottenuta al Little Bighorn contro Custer, sono infatti dovuti emigrare in Canada per sfuggire alla rabbiosa replica delle «Giacche Azzurre».
Qui si sono uniti ai pacifici Blackfoot del capo Crowfoot (Morris Ankrum), cercando ogni pretesto per organizzare congiuntamente una rivolta indiana. La figura di Toro Seduto è, nel La pattuglia delle Giubbe Rosse, descritta in modo molto negativo e poco aderente al vero perché, se è vero che il capo Sioux si oppose all’avanzata dei bianchi, non passò tuttavia alla Storia come un becero guerrafondaio. Ma, di certo, il film di Lesley Salander non ha alcuna pretesa storica, semmai è un tentativo di intrattenere il pubblico e, a livello metalinguistico, di ribadire le coordinate del sottogenere Mountie. È proprio questo l’aspetto più interessante del film, sebbene, per chiudere sulla Questione Indiana, va osservato come Crowfoot e i suoi Blackfoot, compensino, in una sorta di bilancio complessivo, con il loro pacifismo e la loro lealtà verso la Corona Britannica, la bellicosità dei loro ospiti Sioux. Anzi, in questo ambito, volendo, si può cogliere una specie di critica alla politica statunitense nei confronti dei nativi, laddove, in uno dei passaggi del film, le citate Giacche Azzurre offrono il loro supporto militare alle Giubbe Rosse che, gentilmente, declinano l’invito ritenendo l’opzione bellica non quella migliore per risolvere le dispute con gli indiani. Tuttavia, come detto, non è sotto il profilo politico o storico il luogo dove risiedono i motivi di interesse de La pattuglia delle Giubbe Rosse. Un motivo se non propriamente degno di rilievo quantomeno curioso, è il modo in cui Selander e lo sceneggiatore Daniel B. Ullman riprendano gli elementi di Giubbe Rosse di DeMille, pietra miliare del sottogenere Mountie, per rielaborarle nel loro racconto. Abbiamo il protagonista, una giubba rossa integerrima, Dick Ross che, fisicamente, ricorda il sergente Brett (Preston Foster) del film di DeMille; come il protagonista di questo lungometraggio, Dusty Rivers (Gary Cooper), Dick proviene dagli Stati Uniti; c’è anche in quest’occasione un fratello minore, in questo caso Carey, nell’altro era Ronnie (Robert Preston), che si macchia di una pesante infamia. Tra le analogie si può annotare anche il ruolo degli indiani con i capi Crowfoot e Big Bear (Walter Hampdem), leader dei Cree in Giubbe Rosse, che hanno grosso modo lo stesso atteggiamento di fronte ai propositi di rivolta, qui sobillati da Toro Seduto mentre nel precedente film da Jacques Corbeau (George Bancroft).
Che, esattamente come il capo sioux, si trovava in Canada per sfuggire alla Legge degli Stati Uniti. In ultimo, si può osservare come l’unico personaggio femminile di rilievo de La pattuglia delle Giubbe Rosse, ovvero Bridget (Rita Moreno) si ricordi unicamente per la somiglianza con la Louvette interpretata da Paulette Godard nel film di DeMille. In buona sostanza, se si considera anche che la pellicola di Selander dura la miseria di 75 minuti, gli autori de La pattuglia delle Giubbe Rosse si sono limitate a rimescolare le carte del precedente Giubbe Rosse aggiungendovi davvero poco. Da un punto di vista autoriale la cosa è certamente deprimente, questo è innegabile, tuttavia nel cinema «di cassetta», come si diceva un tempo, quello che conta è il risultato. Al di là dell’effettivo riscontro al botteghino, di cui in sede di analisi importa davvero pochissimo e al massimo relativamente, la considerazione finale è un’altra. Evidentemente, quasi quindici anni dopo il film di DeMille, c’era chi riteneva, tra i produttori di Hollywood, che Giubbe Rosse potesse essere ancora una fonte di interesse –leggi guadagno– per attirare il pubblico. Al punto da ritenere che bastasse riprenderne gli elementi, shakerandoli soltanto un po’, per ottenere il risultato sperato. Quasi che il film del 1940 non fosse stato spremuto, sfruttato, sotto questo aspetto, in tutta la sua potenzialità. In effetti, tanto Giubbe Rosse di DeMille che tutto quanto il sottogenere Mountie rimasero e rimarranno sottovalutati quando spesso nemmeno presi in considerazione. E La pattuglia delle Giubbe Rosse, per quanto in modo indiretto, conferma quest’impressione e questo è l’elemento più significativo della pellicola di Selander. Troppo poco? Beh, nello specifico senz’altro, ma stimolare la curiosità è comunque un pregio da mettere a referto.





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