1781_HARDCASE , Stati Uniti 1972. Regia di John Lewellyn Moxey
Il western, negli anni Settanta, aveva ormai perso da tempo lo status di genere classico ma reggeva ancora discretamente: le correnti tardo e crepuscolari, quelle europee come gli spaghetti, garantivano sempre qualche uscita l'anno. Poi c'era la televisione, con poche serie di telefilm che resistevano, ad esempio Bonanza o Gunsmoke, riuscendo comunque a mantenersi ad un livello qualitativo accettabile. Il film televisivo, un format che aveva relativamente storia recente, sembrava invece trovarsi un po’ a disagio con il genere. Non poteva sfruttare la fidelizzazione ai personaggi che garantivano le serie di telefilm, ma di contro non aveva la durata del lungometraggio per il grande schermo per imbastire storie ad ampio respiro tipiche del genere. Inoltre la resa del supporto visivo non aveva né la profondità e tantomeno i colori caldi e saturi delle pellicole cinematografiche; anche dal punto di vista della colonna sonora, in questo caso presumibilmente per motivi di budget, in questi ambiti ci si limitava ad un commento musicale ordinario e senza particolari velleità. Nonostante proprio in chiusura della prima stagione di Movies of the Week venne trasmesso The Young Country (1970, regia di Roy Huggins) che si rivelò un inaspettato successo, l’ABC diede poca importanza al western rispetto a quei generi che del resto garantivano maggior riscontro. Tuttavia qualche titolo all’anno veniva prodotto e nel 1972 il regista John Llewellyn Moxey, specialista in gialli e horror, si trovò alle prese con Hardware, un western il cui plot narrativo non si presentava nemmeno tanto avvincente. La trama era infatti abbastanza scarna: Jack Rutheford (l’aitante Clint Walker), di ritorno dalla guerra, non ritrova né il suo ranch né tantomeno sua moglie Rozaline (una superlativa Stefanie Powers). In realtà, questa parte l’apprendiamo in seguito, perché il film si apre con Jack che è già in Messico sulle tracce di Simon Fuegus (Pedro Armendarìz Jr), l’uomo che si è preso i soldi della vendita del ranch e si è anche tenuto sua moglie. La donna, peraltro, aveva dato per morto il primo marito e si era felicemente accasata con Simon, un condottiero rivoluzionario che aveva investito tutto il ricavato nella battaglia contro gli oppressori. Una volta ritrovatisi, Jack non accetta di andarsene a mani vuote e rapisce Simon con l’intenzione di chiedere un riscatto che gli faccia riavere i suoi soldi. Rozaline si unisce ai suoi due mariti, dal momento che è sempre ragionevole non fare a meno della Powers sulla scena. Condivisibile, da questo punto di vista, il titolo dell’opera in Francia: Les deux maris de Rozaline visto che Stefanie si mangia letteralmente il film. E’ vero, è vero: non solo il suo aspetto tipicamente seventies non c’entra nulla con il selvaggio west, ma certo una chioma come la sua non era sostenibile nel deserto messicano; tuttavia si tratta di licenze poetiche che ad un’attrice come Stefanie Powers si concedono più che volentieri.
Tornando alla trama, a parte qualche tentativo dei rivoluzionari di liberare Simon e qualche agguato dei Federali, c’è poco altro. Ma si è detto: Moxey è specialista nei gialli e, in questo caso, l’ambiguità della vicenda sta tutta nei dubbi di Rozaline che si ritrova tra due uomini che ama o ha amato. La situazione è tesa e mantenuta interessante da Moxey in regia: Jack – a cui Walker non è che conferisca troppo spessore drammatico ma il risultato è comunque funzionale – è tornato dalla guerra, si è ritrovato senza niente e vuole semplicemente quello che era suo. Simon comprende il punto di vista dell’uomo ma ha una responsabilità maggiore dei meri interessi privati, visto che guida il suo popolo verso la libertà. Rozaline è felice con Simon ma più passa il tempo, più sembra veder rifiorire il suo sentimento per Jack, sebbene l’affetto e la stima per il secondo marito non le vengano mai meno. A dar man forte a Jack, in difficoltà non potendo dormire dovendo sorvegliare i prigionieri e badare agli inseguitori, arriva l’aiuto inaspettato di uno dei rivoluzionari, il mercenario americano Booker (Alex Karras) che per denaro accetta di tradire Simon. Quando i nostri sono quasi arrivati al Rio Grande, il confine con gli Stati Uniti, saltano fuori i soldati federali; i rivoluzionari intervengono a difesa del loro capo e ne scaturisce una furibonda battaglia. Jack e gli altri riescono a nascondersi per uscire solo a giochi finiti, avendo dovuto assistere anche alle torture che i soldati hanno inflitto ai prigionieri. Ora, se in precedenza Simon aveva dimostrato comprensione per Jack, questa ha lasciato posto all’odio. Lo stesso Jack si rende conto che, per un interesse suo privato – per quanto legittimo – ha causato una strage e decide di lasciare libero l’uomo. Booker non è però d’accordo e nel parapiglia Jack finisce a mal partito; Simon ha l’occasione per scappare ma uno sguardo di Rozaline gli è sufficiente per capire che la donna ama ancora Jack e non vuole che venga ucciso. Simon interrompe la lotta tra i due suoi nemici, poi sale a cavallo per andarsene. Rozaline può decidere in piena libertà e la sua scelta sancirà anche il punto di vista dell’intero lungometraggio. Il messicano Simon, un rivoluzionario che lotta per la libertà del suo popolo, o l’americano Jack, che vuole unicamente farsi gli affari propri? Gli anni Ottanta sono ancora lontani: Stefanie Powers salta sul cavallo di Simon, un uomo che non ama quanto Jack, ma che si è dimostrato migliore.
Stephanie Powers





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