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sabato 26 ottobre 2019

TARAS IL MAGNIFICO

432_TARAS IL MAGNIFICO (Taras Bulba); Jugoslavia, Stati Uniti 1962Regia di J. Lee Thompson.

Alla base di Taras il magnifico, film di J. Lee Thompson, c'è Taras Bul'ba, una sorta di racconto epico di Nikolaj Gogol', nel quale, il grande scrittore russo, romanzava alla bisogna le cronache storiche della steppa ucraina. Non si tratta quindi di un fondamento storicamente attendibile, e quindi non è certo in quella direzione che dobbiamo cercare gli spunti di interesse del film hollywoodiano con protagonisti Yul Brynner e Tony Curtis. Taras il magnifico è piuttosto un gustoso film di avventure, di forte evocazione storica, con una vicenda romantica che irrompe nel flusso delle battaglie, creando una sorta di isola sentimentale all'interno  del racconto filmico, creando i presupposti per il finale a suo modo educativo. Va detto che il pastiche storico creato da Thompson sullo schermo è piuttosto efficace e, in fondo, non poi così storicamente inattendibile più di quanto probabilmente non lo sia il testo di Gogol' all'origine. D'altronde nessuno dei due si propone di essere una cronaca storica: se quello dello scrittore russo era un testo con finalità epiche, Thompson si serve degli aspetti storici, culturali e folcloristici della steppa ucraina del dopo XV secolo, per raccontare una vicenda di conflitti nazionali e relazioni sentimentali tra le parti avverse. Perfetto Yul Brynner nei panni del cosacco Taras, molto meno convincente Tony Curtis, il cui aspetto moderno stona all'interno di una pellicola che fa della messa in scena molto convincente uno dei suoi punti di forza. E dire che il copione gli riserva il ruolo principale (in contraddizione col titolo che fa riferimento al personaggio di Brynner), ovvero di colui che, grazie all'amore per Natalia (Christine Kaufman), nobildonna polacca, riuscirà a superare l'odio per il nemico. 

Perché tra cosacchi e polacchi non correva certo buon sangue, e questo è un fatto anche storicamente attendibile; nel film, all'inizio, pur non potendo essere definiti popoli amici e stimati, sono però alleati contro i turchi. Ed è proprio dopo una vittoria militare polacca ottenuta anche grazie all'intervento cosacco, che sorgono i problemi: a quel punto i polacchi vorrebbero amministrare i rozzi alleati, e Taras rompe dunque il sodalizio con un colpo di shaska, la spada cosacca. La scena in cui mozza parte della mano all'ufficiale polacco è improvvisa e particolarmente forte, in linea col temperamento dell'ardimentoso cosacco coprotagonista del film. Pur con queste premesse, il clima del film non è affatto truce, in quanto ben presto prende il centro della scena Andrei, il figlio di Taras, a cui Curtis provvede a fornire la sua tipica faccia da schiaffi rubacuori, e la pellicola vira sui canoni della commedia sentimentale persino troppo sdolcinata. Ma è solo un intermezzo, per altro piuttosto corposo, perché poi si ritorna al conflitto tra cosacchi e polacchi, sebbene il seme dell'amore tra i popoli (nello specifico tra il cosacco Andrei e la polacca Natalia) sia ormai stato gettato e quindi la disputa secolare finirà per essere superata. A parte l'edificante messaggio che sintetizza la situazione, ovvero l'amore è l'unica arma per combattere l'odio e quindi la guerra, di questo Taras il magnifico ci rimangono le scene di battaglia, molto evocative, e alcuni passaggi che, probabilmente, ci rendono abbastanza bene lo spirito cosacco. Ad un certo punto, due cavalieri sono in arrivo al campo cosacco, il padrone di casa li avvista, prende il fucile, dice unicamente una parola, ‘stranieri!’, e gli spara. 

Mancandoli, grazie a Dio, essendo i due i figli di Taras di ritorno dagli studi presso l'università di Kiev, al tempo governata dai polacchi. Il loro ritorno semina qualche discordia: proprio in quel momento i cosacchi sono chiamati alle armi dai nuovamente alleati polacchi ma Andrei, che da Kiev è fuggito tumultuosamente a causa dei problemi avuti per aver disonorato Natalia, la figlia del governatore, non ne vuole sapere di partire a combattere per conto degli odiati rivali. Nell’accesa riunione, vola la parola ‘codardo’, cosa non accettabile presso i cosacchi; e allora, per lavare l'offesa, si deve ricorrere ad una sorta di salto del coniglio stile Gioventù bruciata, sennonché bisogna saltare oltre un precipizio a cavallo e non è assolutamente prevista l'ipotesi di gettarsi prima del baratro. Esagerata come soluzione del diverbio? Forse, ma come sentenzia Taras: ‘ci sono parole per cui gli uomini devono morire’. Perlomeno gli uomini cosacchi.    









Christine Kaufmann




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